19) I Combattenti italiani nella Resistenza Jugoslava.
In Istria
La storiografia resistenziale tratta la collaborazione di combattenti italiani con la Resistenza in Jugoslavia
In realtà le formazioni italiane filocomuiste non avevano alcuna autonomia, ed erano di fatto inquadrate come unità jugoslave: Il Battaglione Pino Budicin era inquadrato nella brigata croata “Vladimir Gortan”. Assieme alla «Fontanot» fu incorporato nella 43ma divisione dell’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia
In realtà le formazioni italiane filocomuiste non avevano alcuna autonomia, ed erano di fatto inquadrate come unità jugoslave: Il Battaglione Pino Budicin era inquadrato nella brigata croata “Vladimir Gortan”. Assieme alla «Fontanot» fu incorporato nella 43ma divisione dell’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia
13 Ottobre 1945: lettera dei combattenti del battaglione “Pino Budicin”, formazione di partigiani italiani comunisti inquadrata nella brigata croata “Vladimir Gortan”, attiva in Istria dall’Aprile del 1944.
Alla direzione del “Lavoratore”, Organo del Partito Comunista della Regione Giulia “Cari Compagni! Noi combattenti del battaglione “Pino Budicin”, rappresentanti della minoranza italiana dell’Istria insorta contro il fascismo, che abbiamo combattuto spalla a spalla con i fratelli slavi, spargendo il nostro sangue con loro, per liberare la nostra terra dall’oppressione, sotto la guida del grande eroe popolare compagno Maresciallo Tito, noi vogliamo che la nostra terra faccia parte della Democratica Federativa Jugoslavia di Tito…….. Tutto il mondo deve sapere che non è Tito che vuole la Regione Giulia, ma che siamo noi, popolo della Regione Giulia che vogliamo Tito.”
Vale la pena di dire qualcosa di PINO BUDICIN, che ha dato il nome a questa formazione partigiana .
Fu un fervente antifascista di fede comunista, più volte incarcerato dal regime. Nativo di Rovigno d’Istria, aderì dopo l’8 settembre alla resistenza, che in quella terra era necessariamente dominata dagli Slavi . Combattente valoroso, non celava però qualche atteggiamento critico nei confronti dei compagni slavi, in particolare per i loro comportamenti violenti nei confronti della popolazione civile italiana. Per questo fu estromesso dai ruoli dirigenziali che aveva occupato. Durante un’azione che gli era stata assegnata, nel febbraio ’44 fu catturato assieme ad un altro partigiano, Guerrino Grassi, dai fascisti : furono entrambi giustiziati , e i loro cadaveri furono esposti barbaramente.
Sulla sua morte, dopo la guerra è però intervenuto il fratello di Pino, Antonio Budicin, autore di un libro autobiografico dal titolo “Nemico del Popolo – un comunista vittima del comunismo”. Vi dà una versione diversa sullo svolgimento reale dei fatti: Budicin e Grassi sarebbero stati in realtà traditi dagli stessi compagni partigiani croati che li avrebbero fatti cadere in una trappola mandandoli a rinforzo di compagni che stavano subendo un attacco da parte dei fascisti . In realtà i compagni in pericolo non c’erano , e i due sventurati caddero in un’imboscata di fatto predisposta dai loro stessi compagni slavi, che in questo modo si sarebbero liberati, senza sporcarsi le mani, di due figure benvolute dalla popolazione italiana del posto, ma sgradite ai croati in quanto contrarie ai loro progetti annessionistici.
Triste la sorte anche dell’autore del libro. ANTONIO BUDICIN, anche lui di Rovigno, autorevole esponente del comunismo giovanile, attivamente impegnato nella propaganda antifascista. In Italia, negli anni del regime, venne arrestato e condannato più volte. Da confinato conobbe ed ebbe la stima dei maggiori antifascisti italiani, come Umberto Terracini e Sandro Pertini. Alla fine della guerra, in disaccordo con il comunismo nazionalista slavo, subì persecuzioni e sevizie anche dal regime di Tito, di cui conobbe la durezza delle carceri, al punto di fargli rimpiangere le prigioni fasciste. Sfuggito miracolosamente alla morte e riparato in Italia, fu misconosciuto dallo stesso Partito Comunist: l’ordine di Togliatti era di ignorare e silenziare questi casi (vedasi anche https://www.studiober.com/wp-content/uploads/2022/05/28-Il-controesodo.pdf ). Dopo qualche tempo di vita grama, emigrò a Buenos Aires, dove visse in condizioni di indigenza fino alla morte avvenuta nel 1977. Solo nel 1974, da parte del P.C.I. gli giunse una tardiva lettera, che ammetteva la necessità di “riparazione di un grave errore e di una profonda ingiustizia” che, nonostante fosse un compagno, aveva subito dai comunisti slavi, ma anche da quelli italiani.
Se quanto ha scritto ANTONIO BUDICIN rispecchia la verità (e non c’è motivo che così non sia), la tragica fine di Pino Budicin ripropone un comportamento non nuovo delle formazioni partigiane comuniste: quello di liberarsi di un avversario politico interno al movimento partigiano scaricandone la responsabilità sul nemico, a volte mentendo (vedasi il caso Facio in Emilia) a volte favorendone la cattura e l’uccisione, sfruttandone anche il martirio.
A questo si aggiunge infatti la beffa di intitolare a Budicin un battaglione partigiano, composto da comunisti fedeli agli slavi, e conniventi con i disegni di pulizia etnica e di annessione di territori italiani (leggasi la lettera alla direzione del “Lavoratore”, Organo del Partito Comunista della Regione Giulia, alla pagina precedente), il che non era certo negli ideali dei fratelli Budicin.
Relazione del partigiano italiano Grandi Nicolò di Rovigno d’Istria incorporato nella III Brigata 13° Divisione dell’Armata di Tito.
A metà del mese di marzo 1944 il presidio tedesco di Rovigno ha emanato un ordine di mobilitazione per le classi dal 1920 al 1923. Poiché le minacce dei suddetti tendevano a rappresaglia le famiglie, mi sono presentato assieme a 60 colleghi circa. Dopo 15 giorni di servizio assieme a 22 colleghi siamo fuggiti dalla caserma e passati nelle file dei partigiani italiani con l’unica idea di scacciare dall’Istria italiana il tedesco oppressore. Poiché, tra i partigiani istriani di lingua italiana, erano infiltrati certi emissari croati di Tito; io ed altri 6 colleghi siamo stati spediti in Croazia dopo due mesi di combattimenti in Istria. Nella terra Croata siamo stati aggregati alla III Brigata, circa 200 istriani su 400 uomini di forza. Dopo averci maltrattato, dandoci poco da mangiare, e spinti per primi al combattimento contro i tedeschi bene armati, abbiamo chiesto di passare con i garibaldini italiani, oppure nei partigiani italiani del Veneto. A queste domande siamo stati legati e trattati ancor peggio di prima nei confronti degli uomini croati della Brigata.
Allora da questo momento, quando ci avviammo a lunghe marce di chilometri (circa 40, 50) senza mangiare e bere; quando uno di noi italiano cadeva a terra sfinito il cosi detto “fratello e compagno” ci aiutava con dei colpi di moschetto per la testa, sulla schiena e calci. Quando uno di noi italiani era ammalato e portava seco la febbre, non era considerato affatto e ci chiamavano “banditi-fascisti-sabotatori”. Tutti noi sentivamo l’amor patrio più forte ad ogni cattiva parola scagliata dai “fratelli croati”. Dopo 11 mesi di patimenti, noi istriani di circa 200 siamo rimasti in quattro. Tutti sono morti con la nostra idea e volontà. Quando c’erano da fare dei combattimenti eravamo spinti in avanti per primi e dietro a noi vi erano i croati che ci sbarravano le ritirate necessarie e obbligatorie di combattimento in modo così da perdere quasi ogni volta dai 5 a 30 morti italiani per ogni combattimento. Dalla Lica siamo marciati verso Ogulin e da Ogulin verso il confine di Fiume e l’Italia. Alla fine di aprile siamo giunti nei pressi di Gorizia chiedendo sempre di passare nelle file dei partigiani italiani del Veneto (poiché ogni nostra manovra contro i croati, era repressa con dei colpi di pistola sulla tempia). Quando il confine degli alleati era nei pressi di Gorizia, in 6 italiani, cioè 4 istriani e due meridionali, da Tolmino stanchi e stufi dei cattivi modi che i croati avevano con noi, siamo fuggiti dalle forze jugoslave passando a nuoto il fiume Isonzo. Siamo finalmente giunti stanchi, affamati, inzuppati negli accampamenti dei patrioti badogliani del Friuli che ci accompagnarono in una casa a mangiare, bere ed asciugarci. Poi ci siamo presentati ai Carabinieri di Cividale che ci assisterono e accompagnarono a Udine. A Udine il mio compagno di combattimento negli ultimi 4 mesi (N.d.r. è Granci o Grancich Giovanni che sottoscrive anche lui la relazione) che , facendo parte della mia brigata è stato interrogato da un sottufficiale inglese che ci ha chiesto precise informazioni politiche e militari. Poiché sapevamo la fine che ci aspettava, proseguendo per le nostre città natali, ci siamo inoltrati in Venezia in attesa che qualche commissione prenda in considerazione la nostra situazione poiché uno di noi partigiani italiani è considerato in Istria dai Comandi di Tito, traditore e reazionario armato.
Il partigiano italiano Grandi Nicolò. Venezia, 3-7-1945
Tratto dalla “la Voce di Istria, Fiume e Dalmazia” a cura di Flavio Asta ANVGD Venezia
In Bosnia e Montenegro
Quattro divisioni, l’Emilia, la Taurinense, la Venezia e la Ferrara formavano il XIV Corpo d’armata in Montenegro
Ha scritto il Presidente Sandro Pertini, che ha sempre considerato Tito suo amico fraterno:
“La nascita del nuovo esercito italiano, inteso come esercito democratico antifascista e parte integrante della coalizione antihitleriana nella seconda guerra mondiale, deve essere anticipata, alcuni mesi prima della storica battaglia per la conquista di Monte Lungo a Cassino, al 9 ottobre 1943, quando il Generale Oxilia, Comandante della Divisione di Fanteria da montagna “Venezia”, forte di dodicimila uomini, dette ordini alle sue truppe di attaccare i nazisti, coordinando le azioni militari con l’esercito popolare di liberazione della Jugoslavia”.
La realtà fu di fatto ben diversa
La divisione “Venezia”, schierata in Albania al confine con la Jugoslavia, dapprima impiegata contro i Greci, viene successivamente spostata in Montenegro. All’armistizio dell’8 settembre 1943 , la divisione rifiuta di consegnare le armi alla 118. Jäger-Division ed ai Cetnici, mantenendo, nonostante le incertezze del momento, l’unità organica e l’operatività dei reparti. Da ottobre la divisione inizia a collaborare con i Partigiani jugoslavi contro i Tedeschi
La divisione si scioglie infine il 1º dicembre 1943 a Pljevlja, nel Montenegro nord-occidentale, dando vita, insieme ad altri reparti della 1ª Divisione alpina “Taurinense”, alla Divisione italiana “Garibaldi”,
Italijanska partizanska brigada Garibaldi defiluje Pljevljima. Il commento in croato prosegue “ na godišnjicu oktobarske revolucije 1943”, ma le date non corrispondono
Ben presto, però, gli Slavi tolgono alla Garibaldi ogni autonomia operativa e qualunque contatto con l’Alto Comando Italiano di Brindisi
Gen. Peko Dapčević, comandante il 1° Korpus nel quale confluì la Garibaldi
Agli Ufficiali e Soldati della Divisione «Garibaldi» Invio a Voi tutti, ufficiali e soldati della Divisione «Garibaldi», un fervido saluto e gli auguri più sinceri. Noi tutti sappiamo, nel Governo e fuori Governo, quali sono le vostre reali condizioni, tutto quello che voi avete sofferto, tutto quello che voi avete meritato davanti al Paese. Abbiamo fatto tutto il possibile per aiutarvi. Quando vedremo che ci si opporranno difficoltà insormontabili, prenderemo le decisioni che si impongono (??) . Però ora desidero dirvi che in futuro non dovrete inviare allo stesso (Comando Italiano), né relazioni informative, né la dislocazione delle vostre unità. Dette relazioni (informazioni sul nemico, e sulla dislocazione dei reparti ) verranno da noi date alla missione alleata mentre voi terrete il collegamento soltanto per questioni inerenti ai rifornimenti delle vostre truppe, e ciò fino a nostre ulteriori disposizioni . Vi facciamo presente tutto questo, perché ci sembra che il Vostro Comando Supremo in Italia non è al corrente della situazione reale e sulle altre questioni relative alla vostra Divisione che secondo lui vi vorrebbe considerare come un’unità italiana in Jugoslavia a sé stante. Vi facciamo presente che né la brigata cecoslovacca, né le unità bulgare, né le unità tedesche, né le unità russe operanti in Jugoslavia hanno contatti diretti con i loro governi: di conseguenza anche la vostra posizione deve essere in tal senso chiarita.
Noi non siamo in obbligo di rendere nessun conto al Comando Supremo italiano e nemmeno voi, come nostra unità, avete tale diritto: questo fino al vostro rientro in Italia quando noi, se sarà il caso, risponderemo per il nostro modo di procedere. Sarete ormai convinti che noi, da parte nostra, facciamo del nostro meglio – anche se le nostre possibilità sono limitate – per venire incontro ai vostri bisogni, spesso anche a scapito delle nostre unità,
Morte al Fascismo! Libertà al popolo! F.to Gen. Peko Dapčević
La “Garibaldi” è di fatto considerata una specie di “Legione Straniera” jugoslava
Il Gen. Peko Dapčević parla agli italiani delle div. Venezia e Taurinense, che formano la Garibaldi
CARLO RAVNICH, ultimo comandante della Divisione “Garibaldi” in Jugoslavia
DA UNA INTERVISTA RILASCIATA NEL 1980 ALLA RIVISTA “STORIA ILLUSTRATA” N. 274
RAVNICH. All’annunzio dell’armistizio non avevamo nessuna intenzione di attaccare gli amici del giorno prima. Sono stati loro a vessarci in ogni modo possibile. Hanno lanciato manifestini invitando le popolazioni a distruggerci, attribuendoci crimini che non avevamo commesso, comprimendoci in ogni modo possibile per costringerci alla resa pur essendo noi alpini nel Montenegro in grandissima superiorità di forze rispetto a loro. STORIA. Che cosa vi ha deciso ad andare con i partigiani di Tito? R- Devo dire che non avevamo nessuna intenzione di andare con i partigiani, che in quel momento erano anche assenti dal Montenegro. Forse avremmo preferito andare con i cetnici, i nazionalisti serbi, che ci erano più vicini per sentimenti di religione, di cultura, di educazione, e anche per motivi politici. Per oltre un mese però abbiamo guerreggiato da soli, i cetnici ci aspettavano solo per saltarci addosso quando le avevamo prese dai tedeschi, mentre quando combattevamo contro i tedeschi se ne stavano lontani a guardare. S- Allora andare con i «titini» è stata una scelta obbligata? R- Nel Montenegro e dintorni le bande e i partiti tra cui scegliere erano, si può dire, tanti quante le famiglie. Quando abbiamo cominciato a sparare speravamo che tutto l’esercito italiano si comportasse come noi, che i comandi superiori prendessero le redini in mano, non le lasciassero a noi singoli. Dopo un mese eravamo rimasti soli, sono mancati i comandi, e sono mancati anche i reparti. Noi dell’Aosta, e degli altri gruppi della «Taurinense», eravamo così pochi che non potevamo fare la guerra ai tedeschi da soli. Ormai era questione anche di salvarsi la vita. Avevamo i soli fucili contro carri e aerei. Eravamo una esigua minoranza tra nemici di tutte le specie e i colori. Dovevamo ben sceglierci almeno un alleato!
L’8 marzo 1945 la divisione Garibaldi fu fatta rientrare in Italia, via mare. Si ebbe cura che non partecipasse alla liberazione di territori italiani: comoda in Bosnia, Montenegro e Serbia, una divisione italiana sarebbe risultata pericolosa per le mire annessionistiche slave in Istria e a Trieste
In ricordo del passato, i bersaglieri della la Brigata Garibaldi portano la cravatta rossa
Sul monumento – memoriale di Pljevlja (Montenegro), dove nel ’43 si è formata la “Garibaldi”, si legge:
“Il 2 dicembre 1943 fu costituita a Pljevlja la Divisione partigiana italiana “Garibaldi” che combatté nel quadro dell’Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia – I partigiani garibaldini hanno dato un contributo notevole alla lotta per la libertà e per l’amicizia fra i popoli di Jugoslavia e d’Italia. – Associazione combattenti del Montenegro 21.9.1943”
Alcide De Gasperi, Presidente del Consiglio italiano, durante le trattative italo-iugoslave nel contesto della Conferenza di pace di Parigi, cercò di far capire a Edvard Kardelj, Ministro degli Esteri jugoslavo, l’importante contributo che la Garibaldi aveva dato ai popoli degli “slavi del sud” dopo l’8 settembre 1943 perché ne tenessero conto. Kardelj rispose in modo sprezzante “Ma quelli erano i partigiani del Re”
Si veda alla pagina 5 la comunicazione del Gen. Peko Dapčević , che impone alla “Garibaldi” il ruolo di “Nostra Unità”(leggi jugoslava) quando si tratta di impiegare in sanguinose battaglie soldati italiani, che però Kardelj definisce sprezzantemente “partigiani del re” quando si tratta di riconoscerne i meriti.
La ricerca storica ha prestato poca attenzione alla vicenda della divisione Garibaldi: la sua avventura in terra jugoslava ha subito una trattazione di pura e superficiale agiografia resistenziale: nemmeno il Pci ha visto nella “Garibaldi” un simbolo utile, avendo essa combattuto al fianco di Tito, che, dalla rottura del 1948 con Stalin, era considerato un avversario politico anche da parte dei comunisti italiani: ha subito cioè un destino simile al “controesodo”dei compagni dei cantieri di Monfalcone (Vedi scheda dedicata al controesodo)
testimonianza di Guglielmo Holzer relativo alla “parata” organizzata dagli slavi a Trieste per accogliere i partigiani della Garibaldi che giunsero in città il 19 maggio 1945.
“Al mattino del 19 maggio arrivarono a Trieste le formazioni garibaldine. Queste unità che per anni avevano sognato d’entrare in città come liberatrici, giungevano con 19 giorni di ritardo. Non era colpa loro, però.
Allorché il Comando jugoslavo vide aperta la via per Trieste, anziché inviare i garibaldini della “Fontanot”, veri giuliani, preferì spedire gli artiglieri del IX Corpus. La “Fontanot” venne invece destinata alla liberazione di Lubiana.
Se già da qualche tempo questo combattenti sospettavano le losche intenzioni di Tito, dopo ricevuto quell’ordine non ebbero più dubbi circa le voglie dei panslavisti.
Il rientro a Trieste e il trattamento loro riservato fu umiliante, e la parata per le rive di Trieste coincise con il loro benservito, cioè con la loro smobilitazione.
A ciascuno si consegnarono tremila lire, dopo di che vennero mandati a spasso.”






















