31) Impunità e pensione INPS per gli assassini

L’ Inps erogava al 30 giugno 1997 (Data cui si riferiscono le posizioni illustrate di seguito) ben  29.149 pensioni nell’ ex Jugoslavia , spendendo circa 200miliardi l’anno.

“Siamo obbligati dalla legge a versare queste pensioni”, sostiene Vittorio Spinelli dell’ufficio stampa dell’INPS. Si, perché in base ad una direttiva della Comunità europea è riconosciuto ai fini contributivi il periodo militare svolto nelle file partigiane. “Inoltre”, soggiunge Spinelli, “la dichiarazione dei contributi non è mai accompagnata dalla fedina penale. Si tratta di un’assicurazione e in quanto tale asettica. Se tra gli aventi diritto risultano anche dei criminali di guerra, titini o nazisti che siano, dobbiamo continuare a pagarli essendo la pensione un diritto che non si può revocare per questi motivi”.

Nel 1957, il nostro paese stipulò una convenzione bilaterale con la Jugoslavia in materia di “assicurazioni sociali”, (leggasi “pensioni”) , che riconosceva i periodi contributivi per chi aveva lavorato alternativamente o successivamente sotto la legislatura dei due stati. Vent’anni dopo, una circolare dell’Inps, su discutibile interpretazione del ministero del lavoro di un regolamento della Cee, estese la possibilità di accreditare ai fini previdenziali il periodo militare prestato per l’Italia anche a coloro che hanno perduto la cittadinanza, ma sono in grado di far valere il versamento dei contributi all’estero. Il ministro del lavoro che ha concesso la luce verde era, guarda caso, la democristiana, ex partigiana tina Anselmi. Dalla Jugoslavia partì una valanga di richieste, con un boom crescente dall’85 in poi, per arrivare ai dati ufficiali degli inizio ’94 che registrano 50mila domande presentate, 32mila accolte e 4000 giacenti. “I patronati giravano l’Istria con i furgoncini dotati di altoparlanti per raccogliere le pratiche”, rivela Paolo Biasutti, ex funzionario Inps. “Su ogni pratica il Ministero del lavoro riconosceva loro un percentuale e come se non bastasse l’Inps aveva la delega a trattenere dalla pensione la quota di iscrizione al sindacato.

Età: 79 anni.  Residenza: Slovenia.

Incarico: nel maggio-giugno 1945 responsabile di Villa Segré a Trieste luogo di tortura delle milizie titine.

Testimonianze: denuncia alle autorità alleate, riportata negli annali del Comitato di liberazione nazionale dell’Istria, sentenza della Corte d’Assise di Trieste che lo condanna in contumacia a 26 anni di reclusione.

Pensione INPS:532.500 lire per tredici mensilità. 30 milioni circa di arretrati

Nerino Gobbo, conosciuto come il comandante “Gino”, ricopriva l’incarico di commissario del popolo delle milizie comuniste di Tito, che con il IX Corpus avevano occupato il capoluogo giuliano il primo maggio 1945. Fino a metà giugno fu responsabile di Villa Segré di Trieste. Silvana Spagnol, membro del Comitato di liberazione nel capoluogo giuliano, denunciava agli alleati nel 1946 la scomparsa della professoressa di lettere del liceo Petrarca, Elena Pezzoli, membro della resistenza.  “Il 20 maggio 1945, Elena Pezzoli era tradotta in macchina da agenti in borghese a Villa Segré, sede del commissariato del secondo settore dipendente dalla Difesa popolare (le milizie degli occupanti titini, ndr). (…) La Pezzoli fu torturata nella notte del 21 maggio e si sono uditi i lamenti e i rumori di cinghia (…). Il giorno 9 giugno la Pezzoli era scomparsa e con lei il comandante Gino, Nerino Gobbo”. Questo si legge nella denuncia acquisita dalla magistratura di Roma. Acquisita pure la sentenza del 17 gennaio 1948 della Corte d’Assise di Trieste, in cui i giudici scrivevano: “Dopo qualche giorno tutta la squadra si trasferiva à Villa Segré assumendo il nome di squadra volante (…), e passava alle dirette dipendenze del commissario del popolo, Gino, di nome Nerino Gobbo. (…) Come risultò dalle deposizioni dei testi tutti i detenuti venivano bastonati e seviziati, taluni costretti a bastonarsi a vicenda e persino a mettere la testa nel secchio delle feci“.

Gobbo fu condannato in contumacia a 26 anni di reclusione.  Fuggito in Jugoslavia, non no scontò nemmeno uno, e ricevette puntualmente la pensione INPS di 532.500 lire per 13 mensilità, con gli arretrati

Arrigo Varano, dell’associazione nazionale dell’Arma ha inviato una lettera al ministro della Giustizia, Piero Fassino, affinché si interessasse alla vicenda e facesse indagare sul maggior indiziato dei massacro, Hrovat Alojz residente a Bovec nell’ex Jugoslavia.

I Alcuni Carabinieri costituivano un presidio a difesa della centrale idroelettrica di Bretto. Il 23 Marzo 1945 i partigiani presero in ostaggio il Vicebrigadiere Dino Perpignano, comandate dei presidio che stava rientrando negli alloggiamenti, sotto la minaccia delle armi, lo costrinsero a pronunciare la parola d’ordine e, con facilità, una volta entrati nel presidio, catturarono tutti i Carabinieri, già in parte addormentati.Dopo il saccheggio, i dodici militari furono deportati nella Valle Bausizza e rinchiusi in un fienile ove fu loro servito un pasto nel quale era stata inglobata soda caustica e sale nero. Affamati, inconsciamente mangiarono quanto gli era stato servito, ma, dopo poco, le urla e le implorazioni furono raccapriccianti e tremende. Erano stati avvelenati e la loro agonia si protrasse fra atroci dolori per ore ed ore. Stremati e consumati dalla febbre, Pasquale Ruggiero, Domenico Del Vecchio, Lino Bertogli, Antonio Ferro, Adelmino Zilio, Fernando Ferretti, Ridolfo Calzi, Pietro Tognazzo, Michele Castellano, Primo Amenici, Attilio Franzon, quasi tutti ventenni (e mai impiegati in altri servizi tranne quello a guardia della centrale, cui erano stati sempre preposti), furono costretti a marciare fra inesorabili ed inenarrabili sofferenze ed insopportabili sacrifici fino a Malga Bala ove li attendeva una fine orribile.Il Vicebrigadiere Perpignano fu preso e spogliato; gli venne conficcato un legno ad uncino nel nervo posteriore dei calcagno ed issato a testa in giù, legato ad una trave; poi furono incaprettati. A quel punto, i  partigiani, cominciarono a colpire tutti con i picconi: a qualcuno vennero asportati i genitali e conficcati in bocca, a qualche altro fu aperto a picconate il cuore o frantumati gli occhi. All’Amici venne conficcata nel cuore la fotografia dei suoi cinque figli mentre il Perpignano veniva finito a pedate in faccia ed in testa.La “mattanza” terminava con i corpi dei malcapitati legati col fai di ferro e trascinati, a mo’ di bestie, sotto un grosso masso. Ora le misere spoglie di questi Carabinieri Martiri  riposano, dimenticati dagli uomini, dalla storia e dalle Istituzioni, in una torre medievale di Tarvisio le cui chiavi sono pietosamente conservate da alcune suore di un vicino convento.

La torre dell’antica cinta della chiesa madre di Tarvisio, che contiene le spoglie dei carabinieri trucidati

Passarono i decenni finché la verità riemerse. Uscirono anche i nomi dei responsabili, il comandante Franc Ursic, detto Josko, il sadico Lojs Kravanja.

Alojz Hrovat, commissario politico, come tutti gli altri partigiani titini sospettati del massacro, ha percepito dallo Stato italiano una pensione di guerra. Che tutti i mesi ha ritirato nella banca di Tarvisio, a due passi dalla torre dove riposano i resti di alcuni dei militari trucidati.

Il 27 marzo 2009, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano concesse la Medaglia d’Oro al merito civile ai 12 carabinieri vittime della strage di Malga Bala.

Ciro Raner

Età: 83 anni

Residenza: Croazia.

Incarico: comandante nel 1945-46 dei lager di Borovnica vicino Lubiana.

Testimonianze: il racconto di un sopravvissuto, deposizioni scritte degli ex deportati e un documento del ministero degli Affari Esteri.

Pensione INPS: 569.750 lire per tredici mensilità. 50 milioni circa di arretrati.

dal maggio 1945 al marzo 1946 Ciro Raner comandò il campo di concentramento di Borovnica in cui sono stati deportati oltre duemila italiani, in gran parte militari che si erano arresi. “Eravamo in fila con un scodellino per avere un mestolo d’acqua sporca e patate (…), quello davanti a me cercò per fame di raschiare il fondo della pentola. Subito la guardia partigiana lo colpì con una fucilata trapassandogli il torace. Arrivò il Raner che, dopo aver preso la mira, diede il colpo di grazia al ferito sparandogli alla nuca”. Questo il racconto di Giovanni Prendonzani, sopravvissuto a Borovnica e ancora in vita a Trieste, città nella quale ha rilasciato la sua testimonianza ai Carabinieri. Sempre nel lager di Borovnica: ” Il 15 maggio 1945 due italiani lombardi per essersi allontanati duecento metri dal campo furono richiamati e martorizzati col seguente sistema: presi i due e avvicinati gomito a gomito li legarono con un fil di ferro fissato per i lobi delle orecchie precedentemente bucate a mezzo di un filo arroventato. Dopo averli in questo senso assicurati li caricavano di calci e di pugni fino a che i due si strapparono le orecchie. Come se ciò non bastasse furono adoperati come bersaglio per allenare il comandante e le drugarize (ausiliarie, nda) che colpirono i due con molti colpi di pistola lasciandoli freddi sul posto”. Questo racconto è riportato sul documento n. 62, archiviato nella stanza 30 al primo piano del ministero degli Affari Esteri e consegnato al Giudice Pititto

Ciro Raner (FOTO), ex comandante del campo di Borovnica fu arrestato dagli jugoslavi: incarcerato a Pola finì a Goli Otok ove divenne per crudeltà sua tra i più sadici kapò.

Franco Pregelj  Età: 80 anni. Rsidenza: Slovenia.

Incarico:commissario politico del IX Corpus del maresciallo Tito a Gorizia.

Testimonianze: denuncia dei familiari delle vittime e documento del PCI.

Sergio era il nome di battaglia di Sfiligoi, che dal 1944 al 1945 fu utilizzato come “deportatore” di italiani dal IX Corpus del Marescialo Tito. “Il 29 aprile 1945 (…) Sfiligoi Giorgio prelevò, presso le proprie abitazioni le seguenti persone: Brurnat Marino, Bullo Giuseppe, Tavian Giovanni, Ronea Enrico, Gasparutti Rodolfo e Pascolat Francesco. All’insaputa del locale Comitato di liberazione furono trasferiti, la notte del 30 aprile a (…) Idria, ove furono consegnati ai partigiani sloveni. Il 1 maggio successivo (…) Mons. Angelo Magrini si recò in Idria, ove ottenne la liberazione dei catturati, i quali fecero ritorno a Cormons presso le loro abitazioni. Nella notte del 6 maggio 1945, i predetti sventurati furono nuovamente prelevati dallo Zulian Nerino, dal Marini Clodoveo e dallo Sfiligoi Giorgio e trasportati – a mezzo di un autocarro – a Caporetto e là consegnati allo Zulian Mario che li freddò”. Ciò è quanto si legge nell’esposto del commissariato di pubblica sicurezza di Cormons del 10 maggio 1949 acquisito agli atti.

Giuseppe Osgnacco

Età: 79 anni.

Residenza: Slovenia.

Incarico: comandante militare della banda partigiana Beneska Ceta dal 1944.

Testimonianze:deposizioni al processo contro la Beneska Ceta e testimonianze varie.

Giuseppe Osgnacco, detto “Josko”, ex sergente dell’esercito italiano, era il comandante militare della banda partigiana Beneska Ceta fin dal 13 agosto 1944. La formazione operò nelle Valli del Natisone con l’obiettivo dichiarato di annettere più territorio possibile della Venezia Giulia alla Jugoslavia di  Tito. Nel 1959 fu istruito un processo contro gli appartenenti alla Beneska Ceta, ma l’amnistia promulgata da Palmiro Togliatti nel 1946 fece sì che fosse dichiarato il non luogo a procedere. Nella nuova inchiesta della Procura di Roma i reati di strage ai danni della popolazione italiana, con finalità di pulizia etnica, non possono andare in prescrizione. Le testimonianze raccolte da Giuseppe Vasi, un udinese che ha dedicato gran parte della sua vita a ricostruire i drammatici giorni della guerra sui confini orientali, sembrano confermare che la Beneska Ceta passava quasi sempre per le armi i prigionieri. “Sono state almeno 40 le persone ammazzate nei boschi circostanti le Valli del Natisone tra militari tedeschi, fascisti e anche civili”.

Ma la sorte più ingrata toccò a due giovani carabinieri, secondo la testimonianza oculare di Giovanni Lurman consegnata alla Procura di Roma. ” I partigiani ordinarono loro di spogliarsi (…), li legarono mani e piedi e li spinsero nella buca (…).Loro piangevano dentro e più che buttavano terra e sassi si sentiva che urlavano” racconta il testimone che ammette di averli disseppelliti personalmente un mese dopo, all’arrivo delle truppe “alleate” (1945), riscontrando che almeno uno dei militari non aveva la pur minima ferita e quindi era morto dopo essere stato sepolto vivo.

Mario Toffanin, nome di battaglia “Giacca”, è il responsabile della strage delle malga Porzus sui monti friulani. Fra l’8 il 13 febbraio del 1945 massacrò con i suoi uomini, tutti partigiani garibaldini rossi, 22 combattenti della Resistenza della brigata “Osoppo”, che si opponeva all’annessione alla Yugoslavia della Venezia Giulia. Nel 1957 Toffanin fu condannato all’ergastolo per l’eccidio di Porzus, ma si nascose prima in Yugoslavia e poi in Cecoslovacchia.

L’ex gappista, stabilì la Procura della Repubblica di Trieste, doveva scontare trent’anni per effetto di cumulo di pene definitive, irrogate per una serie impressionante di reati, dal sequestro di persona, alla rapina aggravata, all’estorsione, al concorso in omicidio aggravato e continuato

Sandro Pertini nel luglio del 78, appena eletto Presidente della Repubblica, gli concesse la grazia , che riguardò  espressamente i reati ordinari, essendo le pene per i fatti di Porzus già da tempo estinte da provvedimenti di successivi indulti e amnistie.

Ivan Motika  “giudice del popolo“

Ivan Motika ricopriva il ruolo di “giudice del popolo”, che decideva il destino degli italiani. “Il castello di Pisino era diventato in quei giorni prigione e quartier generale dei partigiani di Tito, il cui luogotenente (…) era tale Ivan Motika; nel castello si svolgevano i cosiddetti “processi” del “Tribunale del Popolo”, presieduto dallo stesso Motika, che sentenziava a decine o centinaia le condanne a morte degli italiani. (…) Il 30 ottobre i resti dei due congiunti (padre e zio dell’estensore di questa testimonianza, imprigionati da Motika, n.d.r.) furono riportati alla luce da una cava di bauxite a Villa Bassotti. (…) “Erano nudi, le mani legate con il filo spinato ed erano stati tagliati i genitali e levati gli occhi. In tutto si ricuperarono 23 salme” così si legge nella deposizione alla Procura di Trieste di Leo Marzini, che racconta di aver incontrato in quei giorni tremendi, lo stesso Motika per chiedergli spiegazioni: “Non fece nulla per limitare le sue responsabilità e si limitò a dire che forse si era trattato di un “ errore”. La deposizione raccolta a Trieste è stata inviata  alla Procura di Roma assieme ad altre testimonianze, fra le quali spicca quella di Nidia Cernecca che ricorda ancorail padre decapitato su ordine di Motika, soprannominato “il boia di Pisino”

Il castello di Pisino

Oscar Piskulic, detto “Zuti” (il giallo) capo dell’ Ozna, la polizia segreta jugoslava a Fiume.

fu dal 1943 al 1947 il capo della temuta Ozna, la polizia segreta jugoslava a Fiume. L’avvocato Augusto Sinagra, che con la sua denuncia ha avviato l’inchiesta sul genocidio delle foibe, accusa proprio Piskulic e altri funzionari dell’Ozna, fra i quali gli italiani Norino Nalato e Giuseppe Domancich. Alla Procura di Roma sono stati consegnati 553 nomi di connazionali uccisi o scomparsi nel capoluogo quarnerino e dintorni, dal 3 maggio alla fine dei 1945. “I familiari di alcuni degli uccisi essendosi recati, spinti dall’angoscia, alla sede dell’Ozna a Fiume dove erano raccolti i cadaveri, avevano constatato che i funzionari a cui si erano rivolti erano i medesimi individui che erano penetrati nelle loro case per prelevare i congiunti poscia uccisi. (…) In tal modo l’uomo e la donna che avevano diretto il prelevamento dell’ex deputato della Costituente Sincich vennero identificati nel capo dell’Ozna Oscar Piskulic e nella sua amante (…)” si legge nella testimonianza di Luksic Lanini, membro del CLN di Fiume, consegnata alla Procura di Roma. Il figlio di Giuseppe Sincich, interrogato recentemente dal Pubblico Ministero Pititto, ha confermato le responsabilità di Piskulic sottolineando che suo padre “era un democratico, un economista, perseguitato dai fascisti, ma i democratici a quel tempo davano molto fastidio”.            

Da Adnkronos del 28 novembre 2000

Oskar Piskulic ha precisato di non poter fornire alcuna spiegazione in quanto legato da un giuramento comune a tutti i membri della polizia segreta, per cui mai in vita, con alcun mezzo, potrà rivelare quanto di sua conoscenza.

p.m. Giuseppe Pititto

Era il 1996 quando l’allora procuratore di Roma, Michele Coiro, consegnò nelle mani del p.m. Giuseppe Pititto, appena arrivato alla Procura di Roma, il fascicolo dell’inchiesta sulle foibe che il collega Gianfranco Mantelli aveva aperto dopo la denuncia dell’avvocato Sinagra. Da quel giorno il magistrato romano è finito al centro di una guerra non dichiarata con minacce di morte, tentativi di impedirgli di svolgere l’inchiesta, pressioni di ogni genere, anche istituzionali, denunce, campagne stampa aggressive e provvedimenti disciplinari poi archiviati. Un incredibile fuoco di sbarramento che ha rallentato prima l’inchiesta e poi il processo.

Dopo alterne vicende , il processo si è chiuso con un “nulla di fatto”:  l’ultima decisione, ha  infatti sentenziato quello che in gergo tecnico si chiama “difetto di giurisdizione. Le motivazioni riguardavano la cessata giurisdizione italiana sui luoghi interessati.

L’impunità degli assassini si poteva evitare condizionando il parere positivo dell’Italia all’ingresso in Europa di Croazia e Slovenia alla celebrazione in quegli stati di analoghi processi, ma si è preferito il silenzio

Tipicamente italiano il comportamento con il maresciallo Tito.

Nella foto il presidente Saragat consegna a Tito l’attestato di Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

Si tratta del più alto e prestigioso fra gli Ordini nazionali della Repubblica Italiana. La legge istitutiva (3 marzo 1951, n. 178 G.U. n. 73 del 30 marzo 1951), lo destina a “ricompensare benemerenze acquisite verso la Nazione nel campo delle lettere, delle arti, della economia e nel disimpegno di pubbliche cariche e di attività svolte a fini sociali, filantropici ed umanitari, nonché per lunghi e segnalati servizi nelle carriere civili militari”

Da notare che la Corte Costituzionale Slovena, il 3 ottobre 2011 ha dichiarato incostituzionale l’intitolazione di una strada di Lubiana a Tito, avvenuta nel 2009, affermando che questo: “…può essere oggettivamente visto come un riconoscimento del precedente regime non democratico e in contrasto con il principio del rispetto della dignità umana secondo la nuova costituzione slovena”

In compenso ci sono intitolazioni di strade a Tito in molte città italiane