22) La “liberazione” di Gorizia
GORIZIA E I SUOI 665 INFOIBATI
(dal recente volume di R. Menia, “10 Febbraio. Dalle Foibe all’Esodo”).
Come a Trieste, anche per Gorizia fu funesto il 1° maggio 1945. La guerra era finita ma iniziava anche lì il calvario dell’occupazione jugoslava. Gli ultimi reparti tedeschi avevano abbandonato la città due giorni prima, senza sparare, e il 30 aprile il CLN ne aveva assunto il governo.
Una lunga colonna di circa 20.00 uomini e donne era giunta alla fine di aprile nei pressi della città. Comprendeva serbi, bosniaci croati accomunati dal terrore di cadere in mano degli slavo-comunisti. In particolare c’erano cetnici fedeli al Generale Mihajlovic, ben armati. Questi si avventarono sulle prime case di Gorizia, dandosi al saccheggio alle uccisioni e agli stupri. Le truppe regolari tedesche e italiane si erano ritirate da tempo: in città rimanevano soltanto 250 carabinieri al comando del Tenente Tonnarelli, che avevano mantenuto il ruolo di pubblica sicurezza. Appoggiati dai partigiani del CLN , la mattina del 30 aprile affrontarono coraggiosamente i cetnici in 3 giorni di duri combattimenti. Uno scontro a fuoco molto violento avvenne presso il comprensorio industriale di Straccis e presso gli impianti di Piedimonte,. Le fabbriche erano difese da una cinquantina di uomini che si erano organizzati nel Comitato popolare difese industriali. I cetnici si ritirarono , per accamparsi in prossimità di Palmanova, con il progetto di consegnarsi agli inglesi. Facendo eccezione agli accordi di Yalta, non furono consegnati agli slavi: prevalse la cattiva coscienza inglese per il tradimento a suo tempo perpetrato nei confronti di Mihajlovic a favore dei comunisti di Tito. Furono internati in un campo di prigionia nei pressi di Forlì, e dopo un anno lasciati liberi di emigrare.
Le avanguardie titine entrarono dunque in una città che non aveva alcun bisogno di essere “liberata” e si misero subito a disarmare i patrioti del CLN, portandoli poi verso la località di Montesanto.
Il giorno successivo entrarono a Gorizia, da est, i reparti del IX Korpus di Tito i quali provvidero subito a far saltare l’unico ponte sull’Isonzo ancora in piedi (il ponte IX Agosto) che consentiva l’accesso alla città. Così facendo, impedirono l’arrivo degli anglo-neozelandesi che dovettero attuare un lungo giro verso Sagrado risalendo poi alla volta di Gorizia dove arrivarono solo il 3 maggio.
I titini avevano intanto proclamato l’annessione della città alla Jugoslavia ed assunto i “poteri popolari”: mobilitazione generale, coprifuoco, perquisizioni, requisizioni, saccheggi, arresti. La chiamata alle armi per tutti i maschi da 18 a 50 anni divenne una sorta di deportazione generale che segnò la storia del capoluogo isontino.
“Una cappa di terrore e di sgomento – racconta un opuscolo dell’epoca − gravava sinistramente su tutti, testimoni come erano di lunghe teorie di persone che, mani legate dietro la schiena col filo di ferro, attraversavano la città, obbligati ad incamminarsi a suon di spintoni e mitra verso un tragico destino”.
Secondo il consueto copione i partigiani di Tito arrestarono il podestà Antonio Casasola (che finirà incarcerato a Lubiana e di cui mai più nulla si seppe) il suo vice e preside della Provincia di Gorizia, Gino Morassi (medaglia al valore per le gravi ferite riportate nella prima guerra mondiale , che verrà gettato nella foiba di Tarnova),
Clara Morassi Stanta ha perso, in quel maggio 1945, il padre Gino Morassi e lo zio Giovanni Bramo. «Mio padre – ricorda – aveva 52 anni, era commerciante nel settore alimentare ed era presidente della Provincia, ma allora si diceva preside: quando lo vennero a prendere lo salutammo pensando che lo avremmo rivisto dopo un paio di giorni. Non è più tornato. Mio zio, studente di medicina, aveva 24 anni. Si presentarono nell’azienda di famiglia in via Codelli cercando suo fratello maggiore. Non lo trovarono e presero lui. Non ci fu nemmeno il tempo di salutarlo…»
Oltre al questore Vito Genchi, sparirono diversi dirigenti pubblici, direttori di banca, possidenti e commercianti, come anche due notissimi esponenti del CLN, Licurgo Olivi , socialista e Augusto Sverzutti azionista. Entrambi erano stati prelevati dai partigiani rossi poche ore dopo l’ultima riunione del Comitato di Liberazione: non volevano riconoscere l’autorità jugoslava, e per non piegarsi, decisero lo scioglimento del Comitato: i titini non glielo perdonarono.
Per qualche tempo nulla si seppe della loro sorte, poi le famiglie appresero che erano stati deportati nelle carceri di Lubiana: Licurgo Olivi era il prigioniero n. 1799 e Augusto Sverzutti il n. 1728. Li incontrarono nuovamente anche il questore Vito Genchi, prigioniero n. 1968.
Furono tutti rassicurati che sarebbero stati liberati presto. Dai registri del carcere di Lubiana risultano essere stati fatti uscire alla mezzanotte del 30 dicembre 1945. Eppure nessuno di loro fece mai più ritorno a casa. Fu imprigionato anche l’Arcivescovo di Gorizia, monsignor Carlo Margotti, liberato qualche giorno dopo con
l’obbligo di “lasciare in ventiquattro ore la città e la Jugoslavia” per trasferirsi a Udine, essendo “contrario al movimento nazionale di liberazione” e poiché “la sua condotta fomentava la guerra civile”.
La violenza partigiana si abbattè da subito, secondo il modello già sperimentato in Istria e contemporaneamente applicato a Trieste, su chiunque portasse le stellette: furono rastrellati ed arrestati finanzieri, carabinieri, agenti di pubblica sicurezza, soldati e ufficiali, addirittura i degenti dell’ospedale militare, compresi i moribondi.
Furono prelevati tutti i dirigenti dell’ufficio del Comune, il segretario generale Sirtori, il vice Locardi, l’ufficiale sanitario Rossaro, il capo dei servizi anagrafici Princis, il presidente della Provincia Morassi, il direttore della Cassa di risparmio Furlani, il capo dell’ufficio legale avvocato Barbasetti, numerosi dirigenti ed imprenditori privati, professionisti, funzionari, fino alle classi più umili, gente di tutti i ceti sociali e di tutte le fedi politiche ma italiani! Impossibile qui ricordarli tutti ma restano nella nostra memoria e resteranno sempre nel nostro cuore”.
Furono arrestati anche i carabinieri del Tenente Tonnarelli e deportati: solo in 60 fecero ritorno.
Atroce il martirio dei diciotto carabinieri di Gorizia, arrestati dai titini e rinchiusi nelle carceri cittadine di via Berzellini. Qui vennero torturati, bastonati e costretti a forza a sbattere la testa contro i muri delle celle. La mattina del 18 maggio furono caricati su un camion e portati sull’altipiano, verso Tarnova. Da allora scomparvero nel nulla.
Nel 1994 il figlio del brigadiere Pasquale Guarini, scomparso in quei giorni a Gorizia, trovò una traccia interessante parlando col vecchio parroco di Tarnova che a sua volta lo indirizzò verso un ex partigiano di Nemci, Antonio Winkler, un tempo abitante a Gorizia. Raccontò quanto aveva saputo a Marco Pirina, lo storico di “Silentes Loquimur”, ed assieme, fingendosi interessati alla sorte di un gruppo di sloveni dispersi, si fecero portare dal vecchio titino nel bosco fino a raggiungere la foiba di Nemci.
“Ma lei non sa nulla dei carabinieri?” gli chiesero, e lui rispose raccontando tutto, credendoli amici. Indicò i luoghi e il tragitto del camion che aveva portato i morituri, addirittura la buca nella quale era stato sepolto un finanziere crollato per terra a venti metri dalla bocca della foiba. “Avevano i polsi legati con filo di ferro rinserrato con le pinze – raccontò − li feci salire all’imbocco della foiba. Lì c’era la squadra che li buttava nell’abisso. Qualcuno era vivo. Ad altri sparavano prima di sospingerli nel vuoto. Sono quasi cinquanta anni che non vengo più in questo posto. A quelli che uccidevano avevano dato una bottiglia di rum a testa. Dovevano stordirsi. A noi, che avevamo fatto una faticaccia per trasportarli fin lassù, non toccò nulla, neppure un goccio”.
la lapide che a Gorizia, nel Parco della Rimembranza, ricorda le centinaia di Infoibati, uccisi dai titini nel maggio 1945, durante i giorni della brutale occupazione jugoslava della città.
In quel mese di maggio, nella sola Gorizia furono arrestate e deportate oltre 1000 persone. Di 665 non si seppe più nulla. Restano nella memoria e nell’onore i nomi incisi sul lapidario del Parco della Rimembranza. L’associazione Nazionale Partigiani d’Italia ha affermato che questo elenco contiene degli errori, cosa possibile (le autorità jugoslave non hanno mai collaborato, né consentito l’esplorazione delle foibe nel loro territorio), ma che non cambia la sostanza e la vertà dei fatti qui riportati.
L’occupazione jugoslava di Gorizia, così come quella di Trieste, terminò il 12 giugno: in seguito agli accordi tra Tito e il generale britannico Harold Alexander, gli Jugoslavi si ritirarono
https://www.facebook.com/carmy.sabatino/videos/1037310310386886
Nel 2020, come a Trieste, anche a Gorizia, per la prima volta come solennità cittadina, è stato celebrato il 12 giugno , alla presenza del Prefetto Marchesiello, del Presidente del Consiglio regionale del del Friuli Venezia Giulia, Mauro Zanin, e di diverse associazioni, tra cui la Lega Nazionale col Presidente Luca Urizio, il Sindaco di Gorizia Ziberna
2020 – Si sono concluse le operazioni di recupero e catalogazione dei resti delle vittime dalla foiba di Zalesnika, nei pressi di Ternova della Selva, nella zona slovena del Goriziano, nota ed esplorata da tempo da un team di ricercatori e speleologi coordinati da Jože Dežman, presidente della Commissione di Stato slovena per l’individuazione delle fosse comuni. La cavità contiene resti di infoibati italiani e sloveni, i primi prelevati da Gorizia e dintorni nel maggio 1945, durante i 42 giorni di occupazione della città da parte dei partigiani di Tito. A tale conclusione i ricercatori sono arrivati incrociando i dati degli archivi con le testimonianze dell’epoca. In una conferenza stampa, sono stati resi noti tutti i dettagli dell’operazione.
2 MAGGIO 1945, I TITINI INVADONO IN MASSA LA CITTÀ
Cari Amici,
come Trieste, anche Gorizia ebbe la sventura di essere occupata dalle truppe “liberatrici” di Tito, che entrarono in massa in città il 2 maggio 1945.
Torniamo indietro di qualche giorno però, per contestualizzare ciò che accadde.
Il 28 aprile 1945 il CLN di Trieste si trovava in uno stato di febbrile attesa. Sia il Corpo Volontari per la libertà (CVL) – il movimento clandestino del CLN – sia Unità operaia, la struttura alle dipendenze del comando di città del IX° Korpus dei partigiani jugoslavi, attendevano il momento più adatto per far incominciare l’insurrezione.
Per le forze italiane, che potevano contare su non più di 3000 uomini, era necessario insorgere non troppo prima dell’arrivo degli alleati occidentali, ma comunque prima che la città venisse occupata dagli jugoslavi, che si stavano velocemente avvicinando. Le formazioni filo jugoslave, invece, erano frenate dagli stessi comandi del IX Korpus che, nell’attesa dell’ingresso in città dell’esercito della IV Armata, volevano evitare scontri e violenze con gli insorti filo-italiani. Intanto, era già avvenuta una parziale ritirata delle truppe tedesche. Anche nelle altre città limitrofe della Venezia Giulia ci si stava attrezzando allo stesso modo.
Come a Trieste, anche a Gorizia si verificarono contrasti fra le forze antifasciste presenti in città.
Una delicata riunione del CLN (di cui il Partito comunista non faceva parte, perché da tempo sosteneva l’annessione di tutta la Venezia Giulia e di parte del Friuli, Udine compresa, alla Jugoslavia!) si tenne il 29 aprile, a casa di Angelo Culot (DC) in via XXIV Maggio. Erano presenti i membri del CLN — Olivi, Sverzutti, Pettarin e Forchiessin — e alcuni membri dell’Osvobodilna fronta (Fronte di liberazione sloveno), fra cui Petek, Kominanz, Nanut, Orelo e Bregant. La situazione era complessa: i tedeschi avevano concentrato circa 3.000 uomini dai presidi esterni e si apprestavano a partire, non prima di aver sabotato alcune strutture strategiche della città. Inoltre, in periferia erano accampati oltre 20.000 cetnici che costituivano la retroguardia delle forze naziste.
La citata riunione fece emergere il totale disaccordo tra il CLN e l’OF rispetto alla futura collocazione nazionale della città. Alla fine, il governo provvisorio nominato da CLN e OF «constatata l’impossibilità del progetto insurrezionale» decise di raggruppare tutti i militari all’esterno della città al fine di evitare scontri impari e inutili spargimenti di sangue con le retrovie dell’esercito avversario.
Nel frattempo, alle 5.20 del 30 aprile, le sirene di Trieste dettero l’annuncio dell’insurrezione generale. Ad essa presero parte sia il CVL, sia Unità operaia.
Nonostante alcuni parziali risultati, il tentativo di espellere totalmente i tedeschi dalla città non andò a buon fine. Il 1° maggio i primi effettivi dell’esercito jugoslavo entrarono in città. Poiché l’VIII Armata inglese non era ancora in vista, al CLN non restò altra scelta che ritirarsi dai combattimenti per non trovarsi costretto allo scontro con i partigiani jugoslavi.
Il pomeriggio del 2 maggio le forze jugoslave presero possesso dei simboli del potere, conducendo fuori dalla prefettura i rappresentanti del CLN.
A Gorizia — mentre nella periferia ovest della città proseguivano gli scontri tra civili armati e i cetnici iniziati il giorno precedente — già il giorno prima era arrivato un comando partigiano jugoslavo guidato dal commissario “Boro” che si installò subito in Prefettura, preparando ciò che sarebbe accaduto il giorno seguente. Allo stesso tempo giungeva in città un piccolo gruppo di ufficiali neozelandesi che però decise di non agire, visto anche il numero esiguo, in attesa delle truppe inglesi e americane.
“Boro” aveva formalmente subito chiesto ai membri del CLN l’autorizzazione a prendere il comando della città e delle forze armate cittadine, affermando che i partigiani di Tito rappresentavano a livello internazionale l’unica forza di Resistenza operante e riconosciuta in Jugoslavia.
Il CLN respinse la richiesta sostenendo il ruolo avuto dalle forze italiane durante gli scontri con i cetnici.
Il 2 maggio i partigiani jugoslavi presero il potere con la forza, disarmando tutti gli uomini ai comandi del CLN: era il giorno del trionfo per le truppe partigiane jugoslave e per i loro sostenitori.
Il 2 maggio la città venne invasa da una folla di gente, proveniente soprattutto dal circondario sloveno, che inneggiava all’appartenenza di Gorizia alla Jugoslavia e manifestò per tutta la giornata e nei giorni successivi lungo le vie del centro.
Per gli italiani che si trovavano in città, la stragrande maggioranza dei suoi abitanti, ebbe inizio una carneficina: in quarantadue giorni di brutale occupazione, furono un migliaio in totale coloro che vennero arrestati, deportati ed infoibati, quasi 700 dal solo centro urbano.
Articolo di Biroslavo: suo padre capostazione di Gorizia , sparito:
GORIZIA Maggio 1945 prima parte dal libro INFOIBATI di Guido Rumici
A Gorizia i partigiani di Tito erano arrivati già nel pomeriggio del primo maggio 1945, non avendo trovato alcuna resistenza da parte tedesca. All’alba del 29 aprile gli ultimi reparti germanici presenti in città, avevano abbandonato il capoluogo isontino e subito il C.L.N. goriziano aveva dato l’ordine per l’insurrezione. La situazione si ingarbugliò improvvisamente per la presenza in zona di numerosi reparti di collaborazionisti cetnici che avevano combattuto fino all’ultimo a fianco dei tedeschi. I cetnici serbi, fedeli a Re Pietro II, cercavano di attraversare Gorizia da est verso ovest per sfuggire alle avanguardie dell’esercito di Tito che si stavano avvicinando e, nel transito in città, iniziarono a saccheggiare diverse abitazioni, uccidendo pure alcuni civili. Subito scoppiarono alcuni sanguinosi scontri tra combattenti goriziani cetnici , che durarono fino alla sera del 30 aprile, quando la città fu libera ed il C.L.N. assunse il potere. L’indomani nelle prime ore del pomeriggio, arrivarono i primi partigiani di Tito che iniziarono a disarmare i patrioti goriziani del C.L.N. e li portarono verso la località di Montesanto. Il 2 maggio entrarono in città da est più consistenti reparti del IX Korpus, mentre l’arrivo dei neozelandesi venne improvvisamente bloccato dalla distruzione dell’unico ponte rimasto ancora intatto sull’Isonzo, il ponte “9 agosto”. Il ponte saltò in aria quando i neozelandesi stavano per attraversarlo e ciò li costrinse ad un lungo giro verso Sagrado che fede perdere loro molte ore. Tale circostanza rese plausibile l’ipotesi che fossero stati probabilmente gli stessi partigiani di Tito a distruggere il ponte con l’evidente scopo di ritardare l’ingresso in città dei neozelandesi. Le truppe jugoslave non persero tempo ed assunsero il controllo di Gorizia, dichiarando l’annessione della città alla Jugoslavia. Gli uffici pubblici, le poste, il telegrafo. le stazioni ferroviarie vennero occupate da nuovi funzionari completamente incompetenti, ma fedeli esecutori degli ordini che venivano dall’alto. Sebbene la popolazione di Gorizia al 90% italiana e solo per il 10% slovena ” davanti alla forza delle armi, gli esponenti del C.L.N. si ritirarono il 2 maggio, votando un documento in cui prendevano atto della nuova situazione e dichiaravano di rispettare i nuovi poteri militari e politici dell’Esercito Jugoslavo…..L’unilaterale decisione delle autorità slave di annettere la Venezia Giulia alla Jugoslavia veniva respinta in modo inequivocabile nella riunione del 5 maggio da tutti gli esponenti dei partiti antifascisti aderenti al C.L:N. di Gorizia tranne che dal P.C.I. che aveva preventivamente ritirato il suo rappresentante dal Comitato stesso. In seguito all’occupazione militare di Tito, su Gorizia e sulla provincia scese una pesane cappa di oppressione ed in pochi giorni la città cambiò volto: mobilitazione generale, coprifuoco. perquisizioni, saccheggi, arresti abusi di ogni genere. La chiamata alle armi per tutti gli uomini dei 18 ai 50 anni di età assunse i connotati di “una deportazione di massa” e venne effettuata con lo scopo di ottenere il controllo totale sulla popolazione maschile mentre l’estensione del coprifuoco impedì di fatto qualsiasi riunione spontanea. Nell’ordine di coprifuoco era inoltre previsto che fossero lasciati aperti gli ingressi delle abitazioni e questa disposizione incutè subito preoccupazione nei cittadini inermi…..Il Municipio venne saccheggiato e soprattutto l’archivio dell’ufficio anagrafico fu depredato di buona parte dei documenti ivi giacenti. Registri, schede ed incartamenti vari furono usati per accendere il fuoco o per confezionare involti e spesso furono individui interessati a cancellare il proprio passato. “I partigiani entrarono pure in mote scuole e portarono via pagelle e documenti scolastici degli anni precedenti, con i quali una partigiana che lavorava in un negozio si alimentari avvolse per giorni e giorni la frutta e la verdura”. Fu anche istituito il lavoro obbligatorio per tutti gli uomini non abili alle armi, e alle donne dai 18 ai 50 anni, mentre tutti gli impiegati italiani furono esonerati da ogni incarico, salvo essere riassunti dopo aver firmato l’adesione al Partito Comunista………









