5): La Prima Guerra Mondiale.

26 aprile 1915: LA FIRMA DEL “PATTO DI LONDRA”. Allo scoppio della Grande Guerra nell’estate del 1914 l’Italia, inserita nella Triplice Alleanza con Germania e Austria-Ungheria, aveva mantenuto la propria neutralità facendo leva sugli articoli 4 (non obbligo di intervento in caso di guerra offensiva) e 7  del trattato, rinnovato nel 1912, che ptrevedevano necessità di intese preliminari e compensazioni per ogni azione nei Balcani.

Dopo dieci mesi di neutralità e trattative con entrambi gli schieramenti l’ambasciatore italiano a Londra, Guglielmo Imperiali, per conto del governo (presidente del consiglio Antonio Salandra e ministro degli esteri Sidney Sonnino), dei vertici militari (capo di stato maggiore Luigi Cadorna) e del re Vittorio Emanuele, firmò in segreto, senza che il parlamento venisse mai informato né prima né dopo, il cosiddetto “patto di Londra”.

Le principali clausole di questo trattato con le potenze dell’Intesa erano il riconoscimento di aiuti economici all’Italia; di ampie annessioni territoriali in Trentino, Alto Adige, Dalmazia e nelle colonie; l’esclusione della Santa Sede da ogni trattativa di pace. Il trattato prevedeva altre eventualità, come la spartizione dell’Impero Ottomano (nei cui confronti l’Italia aveva molti interessi), la sistemazione del Medio Oriente e il riassetto dell’Albania. Il Patto di Londra non prevedeva la fine dell’impero austroungarico, che avrebbe mantenuto a Fiume (città allora a maggioranza italiana) uno sbocco sul mare.

Il trattato venne mantenuto segreto. Fu soltanto alla fine del 1917, con l’apertura degli archivi zaristi da parte dei rivoluzionari bolscevichi, che l’opinione pubblica ne venne a conoscenza. Gli sconvolgimenti di quattro anni di guerra stravolsero gli scopi e le finalità del trattato. L’impero austroungarico collassò, così come quello russo. Una potenza non firmataria del patto, cioè gli USA, intervenne in guerra. La vecchia logica imperialistica veniva, almeno apparentemente, superata dal principio di nazionalità. Nel corso delle trattative di pace (1919-1920) l’Italia, a causa anche di una condotta diplomatica carente, non vide riconosciuti alcuni dei compensi promessi nel 1915.

Le vicende del patto di Londra presagiscono molta storia d’Italia successiva: i mancati riconoscimenti alle trattative di Versailles produssero il famoso mito della “Vittoria Mutilata”, che tanta parte ebbe nella futura ascesa del fascismo.

Il contributo dei Giuliano Dalmati nella Prima Guerra Mondiale

Gli irredenti dell’altra sponda adriatica nelle Grande Guerra furono 2.107, di cui 302 morti, 332 feriti e 12 medaglie d’Oro. Occorre chiarire che fra i 2.107 rilevati, 463 sono quelli che entrano a far parte del Corpo Italiano dell’Estremo Oriente. Altri da ex prigionieri dei Sovietici raggiungono l’Italia per entrare nel Regio Esercito. Trieste aveva contribuito con 1.047 uomini, l’Istria con 410 e la contea di Gorizia con 324, il resto fra Fiume e la Dalmazia. Alcuni di questi volontari sono “anziani” come Giacomo e Giulio (1865) Venezian o Eugenio de Rota (1853), Romeo Battistig (1866), Giuseppe Sussain (1864) o Carmelo Lucarelli e Arturo Ziffer del 1867, classi che non verranno chiamate in guerra. Bisogna precisare che alla data dello scoppio del conflitto gli italiani emigrati nei territori dell’Impero Asburgico dell’Adriatico erano oltre 50.000 e quindi tenuti (se in età di leva) a prestare servizio militare in Italia! Ricordiamo che gli italiani emigrati, ancora cittadini italiani, che non risposero alla cartolina precetto furono circa 390.000, il 40% dei procedimenti avviati dalla giustizia militare. Chi riuscì a rientrare da profugo a fine 1914 o primi mesi del 1915 andò ad ingrossare la marea di profughi del fronte orientale, accolti in campi in diverse parti d’Italia, organizzati da comitati irredenti Giuliani e Trentini, gli stessi che supportavano i battaglioni ciclisti del T. Col. Pericle Negrotto dei Bersaglieri del 12°. I volontari quindi in senso stretto erano quelli che avevano già la cittadinanza austriaca e che in caso di cattura erano considerati disertori e condannati a morte. A questi solitamente si fornivano documenti falsi e li si mandava sul confine trentino per evitargli incontri con vicini di casa, sloveni o croati, austriacanti. Per gli italiani rimasti oltre confine dopo il 24 maggio 1915 non si presentavano che due prospettive: servire nell’Imperial Regio Esercito sul fronte Russo o balcanico o essere internati. I principali plotoni irredenti erano a Milano, Padova, Bologna, Roma e Mestre. Le prime località raccoglievano nelle loro università i giovani che in Austria non potevano, dopo le scuole superiori, frequentare istituti universitari di cultura (lingua) Italiana. Il plotone di Mestre, agli ordini Di Giovanni Giuriati, nel gennaio 1915 partecipò al soccorso delle popolazioni di Avezzano colpite dal terremoto.

LE MEDAGLIE D’ORO DEGLI IRREDENTI: Guido Brunner, Fabio Filzi, Ugo Polonio, il Bersagliere Francesco Rismondo, Carlo e Giani Stuparich, Giacomo Venezian, Spiro Xidias, Guido Corsi, Nazario Sauro, Ugo Pizzarello e Guido Slataper. Due cippi sul S. Michele e sul Calvario li ricordano. Non sono compresi in questo elenco altri due irredenti famosi morti sempre nell’estate del 16, ma trentini di nascita: Damiano Chiesa e Cesare Battisti.

FUTURISMO INTERVENTISTA Da sinistra: Filippo Tommaso Marinetti, Antonio Sant’Elia, uno sconosciuto, Mario Sironi e Umberto Boccioni, facenti parte del Battaglione Volontari Ciclisti durante la Grande Guerra.

Si nutriva la speranza che la guerra si sarebbe conclusa rapidamente sulla base delle vittorie russe sul fronte orientale e delle ottimistiche notizie sullo sbarco alleato a Gallipoli. In realtà la guerra durò più di tre anni, costando un milione di morti e, sul piano economico, 120 miliardi di lire.

Il raid ottimamente condotto non fece danni, perché i siluri si impigliarono nelle reti antisommergibili che proteggevano le navi austriache, ma ebbe un enorme risultato propagandistico, e contribuì a risollevare il morale dopo la sconfitta di Caporetto.

La stele a ricordo della partenza per la ‘Beffa di Buccari’ La stele è stata eretta presso la riva da cui partirono alle 10.45 del 10 febbraio 18 i mezzi che parteciparono all’impresa. La chiesa è quella del Redentore in Giudecca.

“ I trenta della Beffa di Buccari Salparono da questa riva…”

Ringrazio il Prof. Francesco Ghetti per la

LA CANZONE DEL QUARNARO Siamo trenta d’una sorte, e trentuno con la morte. https://it.wikisource.org/wiki/Canti_della_guerra_latina/La_canzone_del_Quarnaro

Nato a Parenzo, cittadina della costa istriana, nel 1896, partecipò come volontario irredentista alla prima guerra mondiale, arruolandosi il 24 maggio 1915, nelle file italiane come ufficiale pur essendo suddito austriaco, meritandosi cinque medaglie al valore, la prima ricevuta per il comportamento nell’assalto al Monte Sabotino. Italianizzò il proprio cognome cambiandolo da Pogatschnig a Pagano, a riprova che non tutte le italianizzazioni dei cognomi nel ventennio fu forzata. Nel 1924 si laureò in architettura a Torino, dove iniziò la professione e l’ardita opera di polemista, volta a diffondere in Italia i concetti dell’architettura nuova. Figura di primo piano nella storia dell’architettura razionale in Italia, attraverso la rivista Casabella, della quale fu direttore dal 1930 al 1943 (fino al 1936 in collaborazione con E. Persico), svolse un’infaticabile attività di divulgazione dei problemi dell’architettura moderna. Membro del direttorio della Triennale di Milano e della commissione per il piano regolatore dell’Esposizione universale di Roma. Dapprima membro della Scuola di Mistica Fascista, se ne distaccò, aderendo al movimento di resistenza nelle file del Partito socialista e partecipò alla Resistenza; arrestato, fu deportato dai Tedeschi nel campo di concentramento di Mauthausen dove morì nell’aprile 1945, pochi giorni prima dell’arrivo delle truppe americane.

Delle deportazioni che subirono gli Italiani durante la prima guerra mondiale si parla poco:  ”K.K. Flüchtlingslager – Gli ISTRIANI nei campi di internamento austro ungarici” di Gianclaudio de Angelini. Oltre 150.000 furono i deportati italiani costretti a lasciare le proprie case: circa la metà dal Trentino e l’altra metà dal Litorale.

Il 23 maggio il Comando del porto di Pola ordinò lo sgombero immediato di tutti gli abitanti del Capitanato di Pola (Pola, Dignano, Rovigno , Villa di Rovigno, Valle, Barbana, Carnizza, Sanvincenti,). Cosicchè la popolazione di Pola, tranne coloro che erano indispensabili alla macchina bellica austrungarica, venne deportata nei così detti Flüchlingslager austriaci.

La popolazione di Pola, come quella di Fiume ed il resto dell’Istria costiera, venne forzosamente deportata in veri e propri Barackenlager quali quelli di Wagna (foto sopra), Pottendorf, Braunau, Mitterndorf, dove molti di loro, sopratutto vecchi e bambini, trovarono la morte a causa delle proibitive condizioni di vita. Complessivamente furono svariate migliaia gli italiani del Friuli-Venezia-Giulia che vi perirono di stenti e malattia.

Il viaggio a Wagna: oltre 700 km di sofferenze: Testimonianza di Giuseppe Dicuonzo, figlio di Maddalena Sansa di Dignano

«Mia madre e mia nonna mi raccontavano spesso che quello fu un viaggio da bestie durato alcuni interminabili giorni: senza acqua, senza pane, senza neanche un po’ di paglia per far riposare le stanche ossa e dove vi erano bambini che gridavano, vecchi che morivano ecc. Attraversata la Stiria il treno si diresse nella vicina Ungheria ed essi furono sistemati in un piccolo abitato dove trovarono odio e disprezzo perché considerati traditori..»

Un analogo provvedimento colpirà anche gli abitanti di Fiume deportati a Tapiosuly in Ungheria (ora Sùlysàp) Furono circa 800 i fiumani internati. Per denutrizione, freddo e colera,morirono 149 persone – nacquero 17 bambini e ci furono pure due matrimoni

Gli Jugoslavi nella prima Guerra Mondiale

L’esercito serbo si battè con determinazione. Va sottolineato che, mentre gli Italiani sudditi dell’Impero furono inviati sul fronte russo, affinchè non dovessero combattere altri italiani,  Sloveni e Croati vennero impiegati contro i Serbi , in quanto, pur essendo di comune etnia slava, li detestavano da sempre.

Contendendo ad Austriaci e Tedeschi il territorio palmo a palmo, pur cogliendo significativi successi anche grazie all’abilità militare del Principe Ereditario Alessandro, i Serbi dovettero ritirarsi in Albania, e quando ebbero alle spalle soltanto il mare, furono tratti in salvo, quasi una Dunkerque balcanica, dalla Marina Italiana. Da questo salvataggio, l’Italia non trasse vantaggio, anzi!

Furono acquartierati a Corfù, dove un soldato serbo, lontano da casa, compose questa struggente canzone https://www.youtube.com/watch?v=njTmtSXtS_I  “laggiù, lontano, lontano dal mare, là c’è il mio paese, là c’è la mia Serbia”

Il 20 luglio 1917 Corfù fu anche la sede della firma della cosiddetta “dichiarazione di Corfù” da parte del Comitato jugoslavo (formato da politici esuli dell’Impero austro-ungarico che rappresentavano le etnie slovena, serba e croata), e dai rappresentanti del Regno di Serbia, ma sponsorizzati politicamente da Gran Bretagna e Francia, e, come si vedrà, in prospettiva anti italiana. Avvalendosi del principio dell’autodeterminazione dei popoli, l’accordo portò alla creazione di quello che sarà il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (SHS), non tenendo in alcun conto che Sloveno e Croati da un lato e Serbi dall’altro, si erano sempre odiati. Continueranno a farlo anche in seguito, fino alle guerre balcaniche degli anni ’90.

Grazie al sostegno dei Francesi, i Serbi poterono continuare la guerra, e aprirono un fronte a Salonicco, per attuare nell’ottobre del ’18 una vittoriosa riconquista del loro territorio. Poterono così rivendicare una posizione fra i vincitori del conflitto. (cfr. Il comportamento dell’Armata Rossa con i Polacchi nella rivolta di Varsavia: ferma a pochi chilometri, li lasciò ammazzare tutti).

Verso la fine della Prima Guerra Mondiale, ritenendo la fine dell’Impero Austro Ungarico ormai inevitabile, tramontato il progetto della “Terza Corona” (Trialismo), Croati e Sloveni dichiararono la secessione, e si costituirono in «STATO di Sloveni Croati e Serbi» (SHS) (n.b.: da non confondersi con il REGNO SHS, che sarà istituito in seguito, vedasi). Paradossalmente fu riconosciuto soltanto dall’Austria, che, non avendo sbocco sul mare, gli cedette anche l’intera flotta Imperiale, ultimo gesto di austroslavismo. Gli Austriaci speravano di mantenere in  qualche modo  l’Impero in forma federativa.

Lo Stato (NB: non Regno) degli Sloveni, Croati e Serbi (Država Slovenaca, Hrvata i Srba, SHS) fu proclamato il 29 ottobre, un giorno dopo l’indipendenza cecoslovacca. Lo sloveno Anton Korošec, insieme al croato Ante Pavelić e al serbo di Croazia Svetozar Pribićević, esponenti di punta della coalizione serbo-croata di maggioranza al Sabor croato e divenuti vice-presidenti del Consiglio nazionale SHS, si costituiscono in governo provvisorio. La proclamazione è accolta dall’acclamazione popolare, l’autorità del Consiglio nazionale SHS, composto di tutti i partiti croati e sloveni salvo quello filo-asburgico “frankista” croato, è riconosciuta dai consigli provinciali i Lubiana, Spalato, Sarajevo e Subotica.-

Questo Stato SHS (NB : non Regno) ebbe solo un mese di vita: non fu riconosciuto se non dall’Austria, che sperava di mantenere l’impero in forma federale, e dovette infine unirsi alla Serbia . La nuova entità politica (25 Novembre 1918) prese il nome di REGNO dei Serbi Croati e Sloveni (SHS), sotto la reggenza del Principe Ereditario Alessandro Karageorgevic.

Va evidenziato che i “Serbi” compresi in questa denominazione SHS non erano i Serbi di Serbia, ma quelli residenti nei territori dell’ex Impero, in particolare in Croazia e Bosnia, che nell’ambito del nuovo Stato avrebbero costituito una minoranza, come gli Italiani. La novità del momento è data dal fatto che, caduto l’Austroslavismo con la dissoluzione dell’Impero, veniva a mancare anche l’amicizia con gli Austrotedeschi: questa etnia fortemente presente nelle aree mistilingue a Nord,  Stiria e Carinzia meridionali, diventava un’altra minoranza etnica sgradita, da snazionalizzare e slovenizzare. Il momento era favorevole, perché le embrioni dei nuovi stati che nascevano, grazie al reclutamento regionale vigente nell’esercito imperiale, possedevano di fatto unità militari ben equipaggiate, etnicamente selezionate, che potevano essere impiegate per tracciare confini che ancora non erano definiti, specie nei territori mistiltilingue, destinati ad essere contesi. In pratica esistevano eserciti nazionali prima che fossero definiti gli Stati Nazionali

Marburgo era allora la seconda città più grande del vasto Ducato di Stiria: a quasi totalità austro-tedesca, era però inserita in una zona geografica rurale prevalentemente abitata da sloveni. L’assemblea cittadina aveva votato l’annessione alla neonata Repubblica dell’Austria.

Il capitano Rudolf Maister  il 1º novembre ‘18 al comando  del 26° k.k.(regioimperiale) Landsturm-Bezirkskommandos, occupò la città, sciolse la milizia cittadina, esautorò il  borgomastro Johann Schmiderer e il consiglio municipale, tutti di lingua tedesca. Maister si autoproclamò a Lubiana comandante militare della città di Marburgo.

Il 27 gennaio 1919, mentre la popolazione attendeva nella piazza principale l’arrivo di una delegazione statunitense che aveva l’incarico di verificare la situazione etnica per le successive trattative di pace, le truppe slovene al comando di Maister chiusero gli accessi alla piazza e aprirono il fuoco, causando 13 morti e oltre 60 feriti tra i civili.

Successivamente alla sparatoria, la piazza venne sgombrata e all’arrivo della delegazione americana gli austriaci di Marburgo non poterono far giungere al colonnello Miles, il capo della missione, i propri appelli. Subito dopo il massacro, Maister ordinò la soppressione dello storico quotidiano cittadino in lingua tedesca Marburger Zeitung, e poche settimane dopo iniziarono ad essere messi in pratica i provvedimenti per eliminare la secolare presenza tedesca e magiara nella regione: chiusura di associazioni e della stampa non slava, chiusura delle scuole, cambio della toponomastica, divieto di usare la lingua tedesca in pubblico, esproprio dei beni alle famiglie aristocratiche non slave.

La città venne sottoposta ad un capillare processo di slovenizzazione, unitamente all’emigrazione forzata di gran parte della popolazione originaria e alla sua sostituzione con popolazione slovena.

Lo Stato di Serbi Croati e Sloveni, esitato dalla secessione dall’Impero, fu paradossalmente riconosciuto dal governo asburgico, che sperava di poter salvare l’Impero in forma federativa fra i vari popoli che lo componevano. Cedette anche l’intera Flotta Imperiale (KKKM).

Quando Raffaele Rossetti e Raffaele Paolucci, 1º novembre 1918, violando il porto di Pola, affondarono la corazzata Vribus Unitis, la grande unità non batteva più bandiera imperiale ma quella dello STATO SHS

Janko Mihovil Aleksandar Vuković de Podkapelski , frettolosamente nominato contrammiraglio  comandante in capo della flotta dello Stato SHS, lo rimase per poche ore, perchè morì nella deflagrazione

Il neonato Stato SHS ebbe solo un mese di vita: finì per unirsi alla Serbia . La nuova entità politica (25 Novembre 1918) prese il nome di REGNO dei Serbi Croati e Sloveni (SHS).

Furono invertiti i colori della bandiera

L’Esercito Austro-Ungarico viene travolto a Vittorio Veneto. Il 4 Novembre Armando Diaz, Comandante in Capo dell’Esercito Italiano, dirama lo storico BOLLETTINO DELLA VITTORIA.

Il 3 novembre 1918, al molo San Carlo di Trieste (diventato poi da questo episodio “Molo Audace) attracca il cacciatorpediniere “Audace”,  la prima nave italiana ad attraccare a Trieste. e sbarcano i Carabinieri.

il Generale Carlo Petitti di Roreto proclama l’annessione della città all’Italia in un tripudio di folla festante

A FIUME Il 18 ottobre 1918, prima della definitiva battaglia di Vittorio Veneto (che inizia i 20),  il deputato fiumano al parlamento ungherese (Fiume, “corpus separatum” era “pertinente” alla Corona Ungherese) on. Andrea Ossoinack ribadì il diritto di autodecisione per Fiume in base a quanto sancito dal Presidente degli U.S.A. Wilson nei suoi 14 punti e ne proclamò la sua italianità. Il 29 ottobre, il primo Tricolore venne innalzato sulla Torre Civica e sul balcone della Società Filarmonico-Drammatica. Si formò il Consiglio Nazionale di Fiume alla cui presidenza venne chiamato l’anziano dott. Antonio Grossich. Il Consiglio stesso scrisse il famoso proclama per il Plebiscito.

A FIUME Il 18 ottobre 1918, prima della definitiva battaglia di Vittorio Veneto (che inizia i 20),  il deputato fiumano al parlamento ungherese (Fiume, “corpus separatum” era “pertinente” alla Corona Ungherese) on. Andrea Ossoinack ribadì il diritto di autodecisione per Fiume in base a quanto sancito dal Presidente degli U.S.A. Wilson nei suoi 14 punti e ne proclamò la sua italianità. Il 29 ottobre, il primo Tricolore venne innalzato sulla Torre Civica e sul balcone della Società Filarmonico-Drammatica. Si formò il Consiglio Nazionale di Fiume alla cui presidenza venne chiamato l’anziano dott. Antonio Grossich. Il Consiglio stesso scrisse il famoso proclama per il Plebiscito.

Ciò grazie anche all’opera del presidente americano Wilson  che, in nome del principio di nazionalità, fece le più ampie concessioni al neonato regno SHS  (dei Serbi Croati e Sloveni)

Alla fine della Prima Guerra Mondiale, i vuoti lasciati dal crollo dei tre grandi imperi plurinazionali furono occupati da una serie di nuovi Paesi – teoricamente su basi etnico-linguistiche e nel rispetto del principio di autodeterminazione  in cui si affermarono di fatto diversi movimenti nazionalisti, spesso in conflitto fra di loro. Su questa base, alcuni stati preesistenti allo scoppio del conflitto, come la Romania, videro allargati i propri confini, altri, come la Polonia, furono ricostituiti dopo secoli di assenza dalle carte geo-politiche europee, altri ancora vennero creati ex novo senza tenere conto di alcuna logica o di precedenti storici, come nel caso della Cecoslovacchia e della Jugoslavia. Si assistette di fatto alla creazione di una serie di Stati multietnici e multinazionali quanto gli imperi che avevano sostituito. In altre parole, ne derivò un sistema profondamente instabile.

Il 1° dicembre 1918 il principe reggente serbo Aleksandar Karađorđević proclama a Belgrado, dinanzi la delegazione del Consiglio nazionale di Zagabria giunta a chiedere ufficialmente l’unione dei territori slavo-meridionali ex asburgici alla Serbia e al Montenegro, la nascita del Regno dei Serbi, Croati e

Sloveni1. Fin dalla sua creazione il Regno SHS conosce un’esistenza tormentata e una precaria stabilità interna, scontentando sia i sostenitori di una “vera Jugoslavia” favorevoli a un regime di ampie autonomie interne delle diverse nazionalità jugoslave in un contesto monarchico-federale se non

addirittura repubblicano, sia i propugnatori di uno Stato centralizzato di fatto equiparabile a una “Grande Serbia”. La prima soluzione, che incontra il favore di gran parte delle popolazioni dei territori dell’ex Impero austro-ungarico ed è sostenuta anche da taluni ambienti montenegrini, è ostacolata dal

ruolo preponderante assunto e mantenuto da Belgrado nell’unione jugoslava.

lo Stato jugoslavo «mosaico di nazionalità, religioni, tradizioni culturali, con vari livelli di progresso sociale ed economico, non ha mai goduto di una grande stabilità interna, né di notevole sicurezza in campo internazionale.

La nuova compagine statale si presenta pertanto alla Conferenza della Pace di Parigi con dispute territoriali aperte con tutti i suoi vicini (se si esclude la Grecia), senza particolari distinzioni tra Stati vincitori o vinti:

con l’Ungheria per Bačka, Baranja, Međimurje e Prekmurje;

con l’Austria per la bassa Stiria e la Carinzia;

con la Bulgaria per la zona da Vidin a Petrić lungo il confine serbo-bulgaro;

Se è vero che tra i leader politici jugoslavi le tendenze unitarie erano predominanti è altrettanto vero che queste non erano unanimi. Soprattutto è il caso di Stjepan Radić del Partito Repubblicano contadino croato (Hrvatska republikanska seljačka stranka – HRSS, si noti “Repubblicano”), forza politica che si imporrà come la più intransigente nell’opposizione al potere di Belgrado

Le promesse del Patto di Londra non furono mantenute nella Conferenza di Pace di Parigi, dopo la conclusione vittoriosa del conflitto. In particolare il presidente degli Stati Uniti d’America, Woodrow Wilson, si oppose alla completa realizzazione delle rivendicazioni territoriali italiane basate sul Patto di Londra, che gli Stati Uniti, scesi in guerra successivamente, non avevano firmato. Gli Stati Uniti appoggiarono invece le richieste croate e slovene del nuovo Regno dei serbi, croati e sloveni. Per protesta, i rappresentanti italiani Vittorio Emanuele Orlando e Sidney Sonnino abbandonarono la conferenza tra il 24 aprile e il 5 maggio: gesto plateale ma contrario agli interessi italiani. Le altre delegazioni furono infatti libere di decidere a danno dell’Italia.

A Parigi l’Italia ottenne le terre “irredente”: Trento, Trieste e l’Istria, ma il presidente statunitense Woodrow Wilson si oppose all’annessione italiana di altre terre, che furono assegnate al neonato Regno dei Serbi Croati e Sloveni SHS), sotto la reggenza di Alessandro Karageorgevic. I territori contesi erano, in particolare, la regione della Dalmazia, (parte della quale era stata richiesta dall’Italia nel patto di Londra) e la città multietnica di Fiume, municipio autonomo (Corpus separatum) dell’Impero Austro-Ungarico.  Fiume non era stata assegnata all’Italia nel Patto di Londra, ma l’Italia la poteva reclamare in ossequio al “Principio di autodeterminazione dei Popoli” sostenuto proprio dal Presidente Wilson. Era infatti situata in una regione prevalentemente croata, ma la città era abitata in maggioranza da italiani

Da sinistra, il primo ministro del Regno Unito Lloyd George, il presidente del Consiglio italiano Orlando, il presidente del Consiglio francese Clemenceau e il presidente degli Stati Uniti d’America Wilson

L’intero esito della Conferenza di Parigi e poi del Trattato di Versailles è oggetto di aspre critiche da parte degli storici, che vi intravvedono i germi che portarono, anzichè ad una pace duratura, allo scoppio della seconda Guerra Mondiale: fra questi il tracciamento di confini che preludevano a contrasti interetnici e a rivendicazioni territoriali.

l’art. 1 del programma del Partito Nazista, stilato nel febbraio del 1920, chiede testualmente “La costruzione di una Grande Germania che riunisca tutti i tedeschi in base a quel “ diritto alla autodeterminazione dei popoli” sostenuto da Wilson.

Il dramma delle foibe istriane e triestine ha origini fin dal 1918 quando l’Italia, a seguito della vittoria nella guerra del ’15-’18, da un alato vede negate le proprie rivendicazioni sulla Dalmazia e le isole adriatiche, dall’altro riceve tutta l’Istria, abitata anche da circa 500 mila slavi . Questo creerà negli anni seguenti un movimento irredentista slavo al quale l’Italia non saprà opporre una intelligente politica di coinvolgimento.

il problema dei confini con il Regno dei Serbi Croati e Sloveni e il destino di Fiume vennero rimandati ad un trattato diretto bilaterale. Il Regno di Serbi Croati e Sloveni (SHS) incorporava anche territori caratterizzati da una fiera e autonoma identità, come la Slovenia , la Croazia e il Montenegro.

Il nuovo presidente del consiglio italiano Francesco Saverio Nitti, subentrato ad Orlando, poco ascoltato a Parigi, aprì un contatto diplomatico con il Regno dei Serbi Croati e Sloveni, che  il 12 novembre 1920 sfociò nel Trattato di Rapallo, che assegnava all’Italia molto meno di quanto previsto dal Patto di Londra.

Si fissarono i confini orientali: Trieste, Gorizia e Gradisca, l’Istria e alcuni distretti della Carniola (Postumia, Bisterza, Idria, Vipacco, Sturie) furono annesse all’Italia.  Zara fu assegnata all’Italia. Le isole del Quarnaro (Cherso, Lussino, Pelagosa e Lagosta) furono assegnate all’Italia, mentre le altre isole, precedentemente proprietà dell’Impero austro-ungarico, andarono al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Con l’Articolo IV, nacque ufficialmente lo Stato libero di Fiume. Lo Stato doveva avere per territorio un cosiddetto “Corpus separatum”, “delimitato dai confini della città e del distretto di Fiume”, ed un’ulteriore striscia di territorio che ne garantisse la continuità territoriale con il Regno d’Italia. (Fiume  infine passerà all’Italia con il Trattato di Roma del 27 gennaio 1924). Vennero determinati i confini di Italia e Iugoslavia nelle Alpi Giulie.

Dall’ insoddisfazione per le nuove acquisizioni territoriali che non rispettavano quanto previsto nel Patto di Londra causò grave malcontento ed agitazione in Italia: il mito della “vittoria mutilata” sfociò nell’ impresa di Fiume di Gabriele D’ Annunzio