14) La strage di Malga Porzus
Lungo il confine nord orientale il movimento partigiano passò attraverso gli intricati rapporti e le difficoltà nate con la presenza jugoslava sul territorio, interpretata in maniera contrastante tra le forze politiche che partecipavano alla Resistenza
Vi operavano 2 diverse formazioni partigiane:
Brigata “ Osoppo “ (di matrice cattolico-azionista
Brigata “ Garibaldi-Natisone “ (di matrice comunista)
Le formazioni partigiane Osoppo erano sorte con il concorso politico principale di Democrazia Cristiana e Partito d’Azione. In queste vallate i rapporti con i garibaldini e le formazioni partigiane slovene furono, a partire dall’autunno 1944, estremamente tesi, soprattutto dopo la decisione delle formazioni partigiane comuniste di passare alle dipendenze operative del 9º Corpus sloveno e quindi di Tito, con una popolazione che vedeva di cattivo occhio le formazioni partigiane, sia italiane che slovene
In una lettera PALMIRO TOGLIATTI, segretario del partito comunista, ordina al comando della brigata Garibaldi – Natisone di porsi alle dipendenze operative del IX Corpus sloveno; la lettera contiene anche il testo dell’ordine del giorno da approvare:
“I partigiani italiani riuniti il 7 novembre in occasione dell’anniversario della Grande Rivoluzione (rivoluzione russa del 1917; n.d.a.) accettano entusiasticamente di dipendere operativamente dal IX Corpus sloveno, consapevoli che ciò potrà rafforzare la lotta contro i nazifascisti, accelerare la liberazione del Paese e instaurare anche in Italia, come già in Jugoslavia, il potere del popolo”.
La Divisione Osoppo era nata nella notte fra il 7 e l’8 marzo ’44, quando si erano incontrati al seminario di Udine don Ascanio De Luca, don Aldo Moretti e il parroco di Attimis, don Zani. In quella riunione era stata battezzata l’organizzazione clandestina con il nome del paese friulano, Osoppo, dove i patrioti risorgimentali combatterono gli austriaci.
Poiché i garibaldini rifiutano di sottoporsi al CLN provinciale, i rappresentanti democristiani e azionisti costituiscono così una formazione che «sia in grado di rappresentare le forze diverse e talora contrapposte che intendono combattere contro l’occupatore tedesco ma che sono anche contrarie alla preminenza dei comunisti delle Garibaldi»
I partigiani che la componevano erano quasi tutti ex alpini, di tendenze democristiane, azioniste o liberali; i simboli della divisa erano il cappello con la penna d’aquila e il fazzoletto verde, “colore della speranza e delle nostre montagne, che ci distinguerà chiaramente dai fazzoletti rossi”, come disse uno dei fondatori, Don De Luca.
Ufficialmente la posizione dei comandanti garibaldini era quella di cercare di rimandare il problema dei confini a guerra finita; e in questo senso andavano i due accordi internazionali sottoscritti con i dirigenti sloveni nella primavera 1944 e fatti propri dal Comitato di Liberazione dell’Alta Italia (CLNAI).
I partigiani titini in realtà non tardarono a superare i patti, facendo sempre meno mistero delle loro reali mire annessionistiche.
Le ambiguità su questo punto della Direzione del PCI e l’attrattiva che una nazione che stava creando una società socialista esercitava su certa base comunista, di prevalente matrice operaia crearono una situazione di tensione che portò ad una inevitabile frattura
Infatti i dirigenti della Osoppo Friuli non intendevano neanche mettere in discussione i precedenti confini nazionali
Volantino ciclostilato del Comando della Divisione Garibaldi Natisone, passata sotto il comando del IX Corpus sloveno nell’estate 1944, inneggiante alla “fratellanza degli italiani con gli sloveni”, nonché alla “unità d’armi dei garibaldini con l’esercito jugoslavo”. Databile: Trieste, maggio 1945. Il firmatario è “Vanni” alias Giovanni Padoan, Medaglia d’Argento al Valor Militare, nponostante una condanna per omicidio per la strage di malga Porzus passata in giudicato, pena graziata dal Presidente Gronchi.
“Cari Compagni! Noi combattenti del battaglione “Pino Budicin”, rappresentanti della minoranza italiana dell’Istria insorta contro il fascismo, che abbiamo combattuto spalla a spalla con i fratelli slavi, spargendo il nostro sangue con loro, per liberare la nostra terra dall’oppressione, sotto la guida del grande eroe popolare compagno Maresciallo Tito, noi vogliamo che la nostra terra faccia parte della Democratica Federativa Jugoslavia di Tito…….. Tutto il mondo deve sapere che non è Tito che vuole la Regione Giulia, ma che siamo noi, popolo della Regione Giulia che vogliamo Tito.”
Una doverosa precisazione sulla figura di Pino Budicin, partigiano italiano di Rovigno
Fu segretario del comitato distrettuale di Rovigno del Partito comunista croato e membro del comitato popolare di liberazione . Budicin comandava una formazione partigiana, ma era molto critico verso l’arbitrarietà e l’efferatezza degli eccidi compiuti da alcune formazioni partigiane nel settembre-ottobre del 1943 verso la popolazione italiana della regione. Era anche contrario al nazionalismo slavo ed anti-italiano volto a perseguire l’annessione dell’intera regione alla Jugoslavia e non solo la sconfitta del nazi-fascismo. Per queste sue posizioni sgradite al partito comunista locale, gli causarono l’estromissione dal comitato regionale. Continuò comunque ad organizzare la resistenza tra Rovigno e Valle.
L’8 febbraio 1944, durante un’azione nella campagna rovignese, Pino Budicin fu catturato assieme al partigiano Guerrino Grassi (“Augusto Ferri”). A seguito dello scontro a fuoco Pino era rimasto leggermente ferito, Augusto Ferri assai più gravemente, era quasi morente. Furono imprigionati, interrogati ed infine giustiziati. I cadaveri straziati di Grassi e Budicin furono esposti sulla Riva Valdibora. È molto nota la frase che pare Budicin abbia urlato ai suoi aguzzini al momento dell’esecuzione: “Da ogni goccia del mio sangue, cento partigiani sorgeranno!”. Le ultime parole di Pino sono oggi scolpite sulla lapide del cippo eretto, a ricordo del suo sacrificio, a Stanzia Bembo (Valle d’Istria). Inoltre, una lapide ricorda il luogo d’esposizione dei cadaveri dei 3 partigiani ed un busto bronzeo del Budicin sorge poco distante.
Dopo la fine della guerra e l’annessione dell’Istria alla Jugoslavia socialista, cominciò a circolare insistente la voce che Budicin e Grassi, fossero in realtà stati traditi dagli stessi compagni partigiani croati che, nella notte precedente la cattura, avrebbero fuorviato i due spronandoli a recarsi sul luogo dov’erano i fascisti per sostenere dei compagni combattenti in difficoltà. In realtà nessuno scontro era in corso in quel momento, e i due sventurati si trovarono ed essere gli unici partigiani sul posto, cadendo quindi in una presunta imboscata ordita dai loro stessi compagni che in questo modo avrebbero voluto liberarsi, senza compromettersi, di due figure benvolute dai locali ma scomode per i progetti e finalità antiitaliane dei comunisti locali.
Questa versione, che abbraccia la tesi della c.d. “Delazione slava” (ovvero la pianificata eliminazione della componente di resistenza che si opponeva al nazionalismo slavo), è stata confermata e descritta nel dettaglio anche dal fratello di Pino, Antonio Budicin, nella sua autobiografia uscita postuma “Nemico del Popolo – un comunista vittima del comunismo”. Durante il regime fascista, venne arrestato e condannato più volte. Da confinato conobbe ed ebbe la stima dei maggiori antifascisti italiani, come Umberto Terracini e Sandro Pertini. Alla fine della guerra, in disaccordo con il comunismo nazionalista slavo, subì persecuzioni e sevizie anche dal regime di Tito, di cui conobbe la durezza delle carceri, tanta e tale da fargli rimpiangere le prigioni fasciste. Sfuggito miracolosamente a morte certa e giunto in Italia, fu misconosciuto dallo stesso Partito Comunista e, dopo qualche tempo di vita grama, emigrò a Buenos Aires dove visse umilmente fino alla morte che lo colse nel 1977. Solo nel 1974, da parte del P.C.I. gli giunse una tardiva lettera di “riparazione di un grave errore e di una profonda ingiustizia” che aveva subito.
La salvaguardia dei confini, porta anche a progetti concordati fra le due Italie, del nord (RSI) e del sud, come il famoso “Piano De Courten”, che prevede una collaborazione nord-sud attraverso l’intermediazione della Decima MAS.
Vedasi 25) La difesa dei confini nazionali
https://www.studiober.com/wp-content/uploads/2019/07/8-bis-La-difesa-dei-confini-nazionali.pdf
Nell’inverno 1944-1945 è possibile, anche se non provato, che siano intercorsi colloqui tra i comandanti dell’Osoppo, che avevano rifiutato di inquadrarsi nelle formazioni comuniste titine, e la X MAS di Junio Valerio Borghese, con l’intento di costituire un fronte contro la temuta imminente avanzata e occupazione slava, analogmente a quanto accaduto ai confini occidentali dove le mire annessionistiche, in particolare sulla Val d’Aosta francofona, riguadavano i Francesi , vedasi: https://www.studiober.com/wp-content/uploads/2022/05/25-La-difesa-dei-confini-nazionali-1944-45.pdf
Di qui l’accusa di tradimento e il pretesto per L’ECCIDIO DI MALGA PORZUS
Francesco De Gregori, nome di battaglia “Bolla”, è stato un militare e partigiano italiano ufficiale degli Alpini. In Russia e Albania., Medaglia d’oro al valor militare alla memoria, morto nell’Eccidio di Malga Porzus.
De Gregori e Malga Porzus
Il 7 febbraio del ’45 un centinaio di partigiani garibaldini, capeggiati dal gappista comunista Mario Toffanin, “Giacca”, e da Fortunato Pagnutti, “Dinamite”, salirono a Malga Porzus, dove si trovava il quartier generale della Brigata Osoppo. Qui disarmarono il comandante della Osoppo Francesco De Gregori (“bolla”, zio del cantautore) e lo uccisero, insieme al commissario politico del Partito d’Azione Gastone Valente (“Enea”), e altri 18 osovani, tra cui Guidalberto Pasolini (“Ermes”), fratello dello scrittore
Probabilmente l’ordine di dar luogo alla strage provenne dagli sloveni: Toffanin era un loro uomo, molto adatto a compiere questo tipo di azioni. Quando Mario Lizzero, commissario politico della Brigate Garibaldi, seppe della strage, ordinò la fucilazione di Toffanin e dei suoi complici, sorte alla quale però scamparono protetti dagli sloveni
Anni dopo, nel ’54, presso la Corte d’Assise di Lucca trentasei dei responsabili dell’eccidio, tra cui Toffanin (che però era riparato in Jugoslavia), furono condannati a 777 anni di carcere, con sentenza poi confermata in appello nel 54 a Firenze. Ostelio Modesti, il segretario del PCI di Udine, venne condannato a trent’anni di carcere (ne sconterà poi nove: fu quello che pagò di più). In seguito a varie amnistie, furono liberati. Toffanin , che er stato condannato all’ergastolo, si nascose prima in Jugoslavia e poi, a causa della rottura fra Tito e Stalin, in Cecoslovacchia.
Nonostante le sanguinose azioni anti-italiane, ha ricevuto 672.270 lire di pensione dall’Inps (la VOS 04908917) fino alla morte.
Riceverà la “Panizanska Spomeniza 1941”, il più alto riconoscimento jugoslavo per la lotta partigiana
Alcune scene del film sull’eccidio
http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=368
Punto debole del film: attribuire solo a Gecko (Giacca) la responsabilità della strage (in realtà il PCI di Udine era d’accordo, vedasi la condanna a 30 anni per Giovanni Padoan “Vanni”.)
L’ex gappista Toffanin doveva scontare trent’anni per effetto di cumulo di pene definitive, irrogate per una serie impressionante di reati, dal sequestro di persona, alla rapina aggravata, all’estorsione, al concorso in omicidio aggravato e continuato.
Sandro Pertini nel luglio del 78, appena eletto Presidente della Repubblica, gli concesse la grazia. Va sottolineato che la grazia riguardò solo i reati comuni, essendo le pene per i fatti di Porzus già da tempo estinte da provvedimenti di successivi indulti e amnistie.
Motivazione della Medaglia d’Oro conferita a Francesco de Gregori, alla memoria:
«Soldato fedele e deciso, animato da vivo amor di Patria, dopo lo armistizio prodigava ogni sua attività alla lotta di liberazione organizzando, animando e guidando da posti di responsabilità e di comando il movimento partigiano nella Carnia e nella zona montana ad est del Tagliamento. Comandante capace e soldato valoroso, dopo essersi ripetutamente affermato in numerosi combattimenti, si distingueva particolarmente durante la dura offensiva condotta da preponderanti forze tedesche alla fine di settembre 1944 nella zona montana del Torre Natisone. In condizioni particolarmente difficili di tempo e di ambiente, fermo, deciso e coraggioso riaffermava l’italianità della regione e la intangibilità dei confini della Patria.
Cadeva vittima della tragica situazione creata dal fascismo ed alimentata dall’oppressore tedesco in quel martoriato lembo d’Italia dove il comune spirito patriottico non sempre riusciva a fondere in un sol blocco le forze della Resistenza.» (?????)
— Friuli, settembre 1943 – 7 febbraio 1945
Francesco De Gregori è caduto vittima di…… una situazione !
Francesco De Gregori è stato trucidato “da una situazione”
La testimonianza di Giovanni Padovan , nome di battaglia “Vanni” (nella foto , mentre legge il suo discorso sulla strage.)
“L’eccidio di Porzus e del Bosco Romagno, dove furono trucidati 20 partigiani osovani, è stato un crimine di guerra che esclude ogni giustificazione. E la Corte d’Assise di Lucca ha fatto giustizia condannando gli autori di tale misfatto. Benché il mandante di tale eccidio sia stato il Comando sloveno del IX Korpus, gli esecutori, però, erano gappisti dipendenti anche militarmente dalla Federazione del Pci di Udine, i cui dirigenti si resero complici del barbaro misfatto; e siccome i Gap erano formazioni garibaldine, anche se personalmente non sono stato coinvolto nell’eccidio, quale dirigente comunista d’allora e ultimo membro vivente del Comando Raggruppamento divisioni “Garibaldi-Friuli”, assumo la responsabilità oggettiva a nome mio personale e di tutti coloro che concordano con questa posizione. E chiedo formalmente scusa e perdono agli eredi delle vittime del barbaro eccidio. Come affermò a suo tempo lo storico Marco Cesselli, questa dichiarazione l’avrebbe dovuta fare il Comando Raggruppamento divisioni “Garibaldi-Friuli” quando era in corso il processo di Lucca. Purtroppo, la situazione politica da guerra fredda non lo rese possibile”.
Giovanni Padovan , “Vanni” già commissario politico della divisione Garibaldi-Natisone
“ anche se personalmente non sono stato coinvolto nell’eccidio,” afferma Padoan nel suo discorso. Negli anni ’50, per la strage di malga Porzus Padoan andò a processo. Venne assolto in primo grado a Lucca, ma poi fu condannato a trent’anni per omicidio in appello a Firenze e in via definitiva in cassazione. Per sottrarlo al giudizio il PCI lo fece espatriare in Cecoslovacchia e in Romania. Ottenne infine la grazia dal Presidente Gronchi,nel 1959.
Dice invece Alerssandra Kersevan: l’eccidio di Porzûs, non è imputabile né ai gappisti che materialmente assaltarono un comando di partigiani bianchi delle Brigate Osoppo , né tantomeno ai partigiani comunisti sloveni: nelle propaggini nordorientali d’Italia avvenne una convergenza fra gli interessi degli angloamericani, degli osovani anticomunisti, della chiesa locale e della Xª MAS contro i comunisti del IX Korpus sloveno e delle «Garibaldi» che operavano in zona.
Com’è possibile che ANPI inviti relatori che gettano fango su partigiani, ancorchè non comuniisti??
Scrive Sandi Volk: , nella sua prefazione a «Operazione Foibe» di Claudia Cernigoi:
«La Resistenza non è stata infatti solamente lotta di liberazione nazionale, ma anche lotta per il potere da parte della classe operaia e delle altre classi subalterne. Nella Resistenza c’era chi lottava per questi obiettivi e chi (per sua stessa ammissione) c’era entrato per impedire che tali obiettivi si realizzassero, se necessario anche con le armi e con l’aiuto dei fascisti, e riconsegnare il potere nelle mani di
quella borghesia che il fascismo lo aveva finanziato e messo al potere.»


















