19) LA STRAGE DI VERGAROLLA
Le uccisioni di italiani continuarono anche dopo la dichiarata fine delle ostilità belliche. Ovviamente le documentazioni sono scarse, per il muro di silenzio alzato su queste tragedie dalle autorità slave. Le uccisioni accertate sono state attribuite a rancori personali, sempre allo scopo di confutare la motivazione sostenuta dalla comunità italiana , che individuava nell’insicurezza e nel terrore un mezzo per stimolare l’esodo ed attuare così la pulizia etnica. Il delfino di Tito Milovan Gilas, poi caduto in disgrazia, in una intervista rilasciata al quindicinale fiumano Panorama (21 luglio 1991) dichiarò: «Nel 1946 io ed Edward Kardelj andammo in Istria a organizzare la propaganda anti-italiana… bisognava indurre gli italiani ad andare via con pressioni di ogni tipo. Così fu fatto.»
La strage di Vergarolla è di questo progetto l’esempio più tragico. Pola nel ’46 era formalmente rimasta ancora italiana: infatti era soggetta ad un governo militare anglo-americano che la proteggeva dai titini.
In attesa che a Parigi le grandi potenze decidessero se lasciarla all’Italia o cederla alla Jugoslavia: il sogno della cittadinanza era ancora che Pola sarebbe rimasta italiana.
Pochi mesi dopo, il 21 gennaio 1947, la Pietas Julia seguirà la popolazione di Pola nella via dell’esilio. Pur nella drammatica situazione, un gruppetto di soci fedelissimi riuscirono a far giungere fortunatamente a Trieste gli armi e pochi altri effetti della Società in attesa di tempi migliori.
Clicca qui per aggiungere il proprio testo
Grazie alla tenacia ed all’attaccamento di questi, il 13 giugno 1948 si insediarono a Marina Nuova di Panzano presso Monfalcone. La Pietas Julia riprese così ufficialmente vita. ’ Nel 1961 la Pietas Julia si trasferisce nella Baia di Sistiana con i numerosi soci, dando alla Società una nuova impronta di dinamismo e vitalità con i risultati di rilievo anche nazionale.
Il 18 agosto 1946, la società dei canottieri “Pietas Julia” aveva organizzato sulla spiaggia di Vergarolla, nei dintorni di Pola, le gare natatorie per la Coppa Scarioni, manifestazione agonistica che si svolgeva tradizionalmente in tutta Italia: era un modo per riaffermare il legame di Pola con la Madrepatria.
Sulla spiaggia era rimasto vario materiale esplosivo residuato bellico : ventotto mine di profondità erano state raccolte e disinnescate e messe in sicurezza da artificieri provenienti dal Comando Marina di Venezia comandati dal capitano Raiola che dichiarò successivamente che i lavori di disinnesco e controllo erano stati condotti da tre squadre, e che “era materialmente impossibile che avvenisse l’esplosione delle mine, perché il tritolo (…) sarebbe esploso solo con l’innesco di un detonatore”
Nel primo pomeriggio ci fu invece una tremenda esplosione, che causò la morte di decine di persone e il ferimento di altrettante: il numero ufficiale delle vittime fu di 65, ma è rimasto approssimativo, in quanto alcuni corpi furono letteralmente polverizzati: si stima che in realtà i morti furono più di 100.
La squadra del Centro Sportivo Proletario, filo-jugoslavo, che aveva vinto una delle gare, aveva lasciato Vergarolla verso l’ora di pranzo. Al momento dell’esplosione erano presenti sulla spiaggia solo italiani, con alcuni militari inglesi, che finirono anch’essi feriti.
Un terzo delle vittime erano bambini e ragazzi: fra questi i due figli del Dottor Geppino Micheletti, chirurgo del locale ospedale “Santorio” di Pola. Gli è stata conferita alla memoria la Medaglia d’oro al merito della sanità pubblica della Repubblica Italiana.
Mentre stava operando gli fu comunicata la tragica notizia che nell’attentato erano morti anche i suoi due figli Renzo e Carlo, di 6 e 9 anni. Ciò nonostante, l’eroico chirurgo non abbandonò la sala operatoria, e vi trascorse ininterrottamente 26 ore, per l’altissimo numero di feriti gravi che affluivano. Del piccolo Renzo si trovò solo una scarpa, con un calzino, che il padre conservò come una reliquia nella tasca del camice, anche dopo l’esodo.
Lapide posata a Trieste, nel Parco di Piazzale Rosmini
2022 : il comune di Narni ha intitolato a Geppino Micheletti i giardino sotto l’ospedale di Narni
Il Ministero della Sanità di Zagabria ha deciso di respingere la proposta del Consiglio della minoranza nazionale italiana autoctona della Regione istriana e dell’Unione italiana di intitolare l’Ospedale generale di Pola al dottor Geppino Micheletti, l’eroe di Vergarolla.
Il “no” è arrivato per il tramite di una lettera firmata dalla ministra Irena Hrstić, polese ed ex direttrice dell’Ospedale stesso. Nella risposta è stato comunicato che l’Ospedale può svolgere la sua funzione di struttura sanitaria pubblica unicamente mantenendo la denominazione generica, quindi senza alcuna intitolazione. La risposta ha suscitato qualche perplessità fra i rappresentanti della CNI, che non intendono rinunciare all’iniziativa. Per il presidente del Consiglio della CNI dell’Istria, Ennio Forlani, la motivazione del Ministero non poggia su solide basi in quanto in Croazia esistono vari ospedali pubblici con il nome di eminenti medici scomparsi.
Ovviamente la responsabilità della strage fu palleggiata. Le autorità slave attribuirono lo scoppio alla negligenza degli angloamericani, che avevano il controllo dell’enclave polesana, nel mettere in sicurezza i residuati bellici accatastati sulla spiaggia. Gli inglesi disposero un’inchiesta, che concludeva escludendo che l’esplosione potesse avvenire senza un intervento doloso.
Pur non potendo raggiungere una certa attribuzione delle responsabilità, il documento finale riporta i seguenti punti: Gli ordigni erano stati messi in stato di sicurezza, ed in seguito controllati varie volte, sia da militari italiani, sia alleati. Un ufficiale britannico di nome Klatowsky affermò di aver ispezionato tre volte le mine – l’ultima il 27 luglio – concludendo che le stesse potessero essere fatte esplodere solo intenzionalmente.
- Testimoni diretti – fra i quali uno dei militari inglesi feriti – avevano affermato che poco prima dell’esplosione avevano udito un piccolo scoppio e visto un fumo blu correre verso le mine.
- Il comandante della 24ª Brigata di fanteria inglese[30] – M.D.Erskine – segnalò che le mine non erano né recintate né sorvegliate, proprio perché ritenute inerti e non pericolose.
- Erskine espresse nella relazione finale il parere secondo cui “Gli ordigni sono stati deliberatamente fatti esplodere da persona o persone sconosciute” (“The ammunition was deliberately exploded by person or persons unknown”).
- L’UNITA’, quotidiano del PCI (partito che partecipava al governo della neonata Repubblica), proseguendo sulla linea tracciata da Togliatti prima e dopo la fine della guerra (vedasi parte 7 ), in quegli stessi giorni conduceva una continua campagna di stampa in difesa degli interessi jugoslavi nella regione, il 21 agosto 1946 pubblicò un articolo dal titolo “Gli anglo-americani responsabili della strage di Pola”.
Il pavido governo italiano, formato da una coalizione di comunisti, socialisti, democristiani e repubblicani, tenne un comportamento evanescente, fortemente influenzato dalla posizione del PCI. La comunità italiana fu unanime nell’attribuire la strage ad un attentato dei servizi segreti jugoslavi, finalizzati a seminare il terrore nella popolazione e spingerla all’esodo, realizzando la desiderata pulizia etnica. E’ indubbio che la strage di Vergarolla in questo senso fu determinante: svanirono le ultime speranze che l’enclave di Pola potesse rimanere italiana. Vergarolla segnò di fatto l’inizio dell’esodo, cui la popolazione si preparò rassegnata. (Vedi 27: “L’Esodo”).
La strage convinse anche gli indecisi che, qualora fossero rimasti in città, nel caso di passaggio alla Jugoslavia, la loro vita avrebbe corso un serio pericolo.
Quella di Vergarolla è dunque la prima e la più sanguinosa strage terroristica nella storia della Repubblica, più di Piazza Fontana, più della Stazione di Bologna.
Qualcosa accomuna la strage di Vergarolla ad altri attentati, ma anche li distingue
Bologna non dimentica Vergarolla non è nemmeno conosciuta
Nelle carte del National Archives di Kew Gardens (Foreign Office) , vicino Londra, è recentemente emerso un documento datato 19 dicembre 1946 che ha come titolo «Sabotage in Pola». Si tratta di un’informativa che riporta come fonte la sigla CS, dietro la quale si cela una delle formazioni di spionaggio più attive in Italia nel dopoguerra: il Battaglione 808° per il controspionaggio, con sede a Roma, composto tutto da carabinieri e dipendente dal Sim, il Servizio segreto militare, che allora – dopo l’8 settembre ’43 – collaborava con gli Alleati.
Viene indicato il nome di Giuseppe Kovacich, agente dell’Ozna, come «uno dei sabotatori» che provocò l’esplosione. Il documento contiene persino una descrizione fisica del Kovacich, quale soggetto alto, magro, castano, con gli occhi azzurri, e «corrisponde in buona parte a quella fornita da alcuni testimoni che avevano visto un individuo avvicinarsi con fare sospetto al deposito di mine»: si trattava di un disertore della Marina Militare Italiana, «molto zelante nel perseguitare gli Italiani» e prontamente sparito dopo l’esplosione.
Lapide in ricordo delle vittime dell’eccidio di Vergarolla
Silenzio fuori ordinanza suonato ogni anno dal trombettista Mario Fragiacomo nell’anniversario della strage di Vergarolla
2001: bisogna andare a Pola (oggi Croazia) sulla statale Promontore – Pola – Umago per veder commemorata la strage
Questa mattina 15-03-2026 a Pola è stato posto il nuovo cippo dedicato alla strage di Vergarolla, di cui in agosto ricorrerà l’80° anniversario, con incisi tutti i nomi e l’età delle 64 vittime riconosciute! Si tratta di un fatto epocale inimmaginabile solo pochissimi anni fa


























