27) L’esodo
Arrigo Petacco
(Castelnuovo Magra, La Spezia, 1929)
vive a Portovenere.
Carlo Salinari (Montescaglioso, 17 ottobre 1919 – Roma, 1977) è stato un critico letterario italiano. Salinari fu docente universitario presso l’Università di Milano e Roma, partecipò attivamente alla resistenza, guadagnandosi due medaglie d’argento, e fu militante nel Partito comunista. Nel 1954 fondò con Trombadori la rivista “Il Contemporaneo” e presto si allontanò dall’estetica crociana per avvicinarsi a quella marxista. Nel 1956 interpreta la critica del Partito Comunista Italiano contro il libro Ragazzi di vita di Pasolini, che parlava della prostituzione maschile[1]. Convinto assertore del neorealismo scrisse in proposito numerosi saggi e articoli che verranno raccolti in parte, nel 1960, nei volumi La questione del realismo e, nel 1967, in Preludio e fine del realismo in Italia. Studioso del decadentismo, compì numerosi studi su D’Annunzio, Pascoli, Fogazzaro e Pirandello.scrisse numerose opere tra le quali Miti e coscienza del decadentismo italiano (1960), Storia popolare della letteratura italiana (1962) e validi commenti come quello al Decamerone di Boccaccio (1963), a Boccaccio, a Manzoni, a Pirandello.
Il terrore finì ufficialmente il 9 giugno ’45 , quando Tito e il generale Alexander tracciarono la linea di demarcazione “Morgan”, che ancora oggi definisce sostanzialmente il confine orientale d’Italia.
In realtà le uccisioni continuarono, in numero minore, fino al ’47 e oltre, soprattutto nella parte dell’Istria più vicina al confine e sottoposta all’amministrazione provvisoria jugoslava.
A Pola, occupata dagli anglo americani , tutti erano convinti che la città sarebbe rimasta italiana : ad un certo punto fu chiaro che non sarebbe stato così
Alla conferenza di Parigi, già nell’estate 1946 apparve chiaro che il compromesso avrebbe consegnato l’Istria e Pola alla Jugoslavia, Gorizia e Monfalcone all’Italia, mentre Trieste con una fascia di territorio limitrofo sarebbe divenuta Stato indipendente. La popolazione a Pola restò incredula e divisa tra pessimisti, per i quali ormai tutto era perduto, e ottimisti, che non vedevano come, dopo due anni di tutela anglo-americana, la città potesse essere di nuovo abbandonata agli jugoslavi. Il 26 luglio 1946 il CLN di Pola raccolse 9 496 dichiarazioni familiari scritte, per conto di complessivi 28 058 abitanti su un totale di circa 31 000, di voler abbandonare Pola qualora venisse assegnata alla Jugoslavia. Le firme del CLN di Pola furono citate da De Gasperi nel suo discorso al Palazzo di Lussemburgo a Parigi.
Marzo 1946, manifestazione italiana a Pola
29 marzo 1965: lettera del Presidente del Consiglio dei Ministri, Aldo Moro, indirizzata alla Fameia Capodistria, in risposta ai timori che gli erano stati fatti presenti rispetto al continuo cedimento italiano alle pressioni di Tito affinché la Zona B venisse ceduta alla Jugoslavia. Dieci anni dopo, nell’ottobre 1975, solo un mese prima di firmare l’Accordo di Osimo, e sempre nella veste di capo del Governo, analoghe false assicurazioni erano giunte per lettera al Presidente dell’Unione degli Istriani di allora, Lino Sardos Albertini.
Con il trattato di Parigi Pola perdeva definitivamente la sua italianità e i polesani si preparavano all’esodo.
Il 12 luglio, il “Comitato Esodo di Pola” cominciò la raccolta delle dichiarazioni dei cittadini che intendevano lasciare la città nel caso di una sua cessione alla Jugoslavia; il 28 luglio furono diffusi i dati: su 31.700 polesani, 28.058 avevano scelto l’esilio. Pur essendo da considerarsi queste dichiarazioni prevalentemente come un tentativo di pressione sugli Alleati a sostegno della richiesta di plebiscito, cionondimeno esse avevano assunto un significato più profondo: L’esodo si era trasformato nella maggior parte della popolazione da reazione istintiva in fatto concreto, che acquistava via via uno spessore organizzativo e iniziava a incidere sulla vita quotidiana degli abitanti.
L’art. 14 del trattato di Parigi stabilisce che al 10 giugno 1946 i cittadini italiani diventeranno cittadini jugoslavi, e che coloro la cui lingua usuale è l’italiano possono optare per la conservazione della cittadinanza italiana entro un anno.
I profughi optanti per l’Italia e per l’abbandono delle loro case possono portare con sé solo cinquemila lire.
Il 12 luglio, il “Comitato Esodo di Pola” cominciò la raccolta delle dichiarazioni dei cittadini che intendevano lasciare la città nel caso di una sua cessione alla Jugoslavia; il 28 luglio furono diffusi i dati: su 31.700 polesani, 28.058 avevano scelto l’esilio [ 37]
“L’Arena di Pola” del 4 luglio 1946
“20000 cittadini di Pola hanno chiesto finora di lasciare la città in caso di occupazione jugoslava”
Da quella volta non l’ho rivista più, cosa sarà della mia città.
…………..
Come vorrei essere un albero, che sa dove nasce e dove morirà.
“1947”
I profughi saranno circa 350.000
Furono rimpatriati prevalentemente da Pola a bordo della Nave “Toscana”
L’imbarco dei profughi sul Piroscafo “Toscana”: A Destra la Signora Sauro con il comandante. Anche la bara di Nazario Sauro, avvolta nel tricolore, lascerà Pola a bordo della motonave Toscana, in direzione Venezia, seguendo la sorte di migliaia di esuli. Riposa nel Tempio votivo (famedio) del Lido di Venezia, dedicato a tutti i Caduti della Grande Guerra.
La proposta dell’istituzione del Giorno del Ricordo, presentata dall’on. Roberto Menia (nella foto), trovò un consenso quasi unanime. Ci si divise però sulla data: il centrodestra aveva subito proposto il 10 febbraio; il centrosinistra aveva replicato con il 20 marzo, giorno della partenza dell’ultimo convoglio di profughi italiani da Pola. Fu il sen. Servello (ex Msi) a illustrare le ragioni della scelta del centrodestra: il 10 febbraio era «il giorno del Trattato di Parigi che impose all’Italia la mutilazione delle terre adriatiche». Menia citava il numero dell’11 febbraio 1947 del giornale Il grido dell’Istria: «Finis Histriae: 10 febbraio. L’Istria non è più Italia”.
In un articolo sulla Stampa del 4-9-21 Giovanni De Luna scrisse polemicamente: “ Non le foibe bisognava ricordare il 10 febbraio, ma l’«infame diktat di Parigi”. In realtà nessuna delle due date era direttamente legata alle foibe, ma entrambe ricordavano quella tragedia, e potevano ber essere il Giorno del Ricordo.
(Francamente non saprei indicare una data più adatta. E.B.)
Partigiani italiani dell’Associazione Partigiani Italiani (A.P.I.) di Pola trasportano la salma di Nazario Sauro presso la propria sede, dove è stata allestita una camera ardente (1 febbraio 1947). L’esumazione e la traslazione della salma di Nazario Sauro dal cimitero militare di Pola venne eseguita dall’Associazione Partigiani Italiani (A.P.I.) di Pola, costituitasi nell’ottobre 1946, il cui segretario provinciale, Dino Leonardo Benussi, condusse personalmente le operazioni effettuate nottetempo e con continua scorta armata, per evitare che gli jugoslavi potessero impedirne lo svolgimento.
L’Associazione Partigiani Italiani si formò a Trieste, Gorizia e Pola in seguito al distacco di alcuni membri dall’Associazione Partigiani Giuliani, dichiaratamente filojugoslava e promotrice dell’annessione dell’intera Venezia Giulia alla Jugoslavia. L’A.P.I., allora affiliato all’A.N.P.I. unitario nazionale, si costituì quindi per differenziarsi marcatamente dall’A.P.G. e per contribuire alla battaglia per l’italianità dell’Istria, di Gorizia e Trieste.
Insieme alla salma di Nazario Sauro, vennero riesumate anche le spoglie del volontario polesano Giovanni Grion, ufficiale dei bersaglieri caduto sull’altopiano di Asiago il 16 giugno 1916, e di sua madre, nonché le ceneri del guardiamarina Sergio Fasulo e del marinaio radiotelegrafista Garibaldi Trolis, periti al largo di Pola nell’affondamento del sommergibile F14. Le cinque salme furono collocate presso una camera ardente allestita all’interno della sede dell’A.P.I. di Pola, e vegliate per un mese da una guardia d’onore di giovani partigiani.
Il 7 marzo 1947 la bara di Nazario Sauro, avvolta nel tricolore, lasciò Pola a bordo della motonave Toscana in direzione di Venezia, seguendo la sorte di migliaia di esuli. Sul Toscana, i cinque feretri furono sistemati sul cassero circondati da corone di fiori. Ultimate le operazioni di imbarco, la nave iniziò la manovra di disormeggio: forte si udì, per tutta Pola, il suono della sirena. Ma quella sirena fu molto più di un semplice fischio che annuncia la partenza di una nave dal porto: rappresentò l’ultimo, triste e malinconico addio di Nazario Sauro alla città italiana di Pola, ormai deserta e invasa di tristezza e dolore. Fuori dal porto l’attendevano unità militari alleate che faranno da scorta a Nazario Sauro fino al limitare di Venezia. La motonave giunse a Venezia la mattina del giorno successivo. Le salme sarebbero state poi trasferite al Lido di Venezia e tumulate nel Tempio Votivo, dedicato a tutti i seicentomila Caduti della Grande Guerra. Alla cerimonia parteciparono numerosi cittadini, autorità militari, politiche e religiose, associazioni d’arma e partigiane, rappresentanze di gran parte dei Comuni del Veneto e della Venezia Giulia. Presiedette il Ministro della Difesa Luigi Gasparotto.
Le salme furono trasportate, verso la loro ultima “dimora” da gruppi misti di marinai, marò del reggimento San Marco, avieri e alpini.
il cippo dedicato a Nazario Sauro nel Cimitero della Marina di Pola. L’esule Enzo Piro da numerosi anni, di sua iniziativa, si prende cura della manutenzione del cippo in memoria dell’eroe capodistriano
Dal 9 marzo 1947, Nazario Sauro riposa nel Tempio Votivo (Famedio) nel Lido di Venezia, vicino allo molo di sbarco dei traghetti: la sua tomba è rivolta verso il mare Adriatico e l’Istria, la terra italiana per cui visse, lottò e morì.
Egea Haffner, la “bambina con la valigia” che a cinque anni lasciò Pola insieme con la madre diventando uno dei simboli dell’esodo giuliano dalmata.
” ESULI DELL’ISTRIA, FIUME E DALMAZIA” Articolo di Indro Montanelli pubblicato sul Corriere della Sera del 28 novembre 1954
«HANNO PERSO TUTTO NON CHIEDONO NULLA»
«La serietà, la dignità, le generosità di questi italiani esemplari non servano di pretesto per dimenticarli; essi devono essere accolti con tutti gli onori nella collettività nazionale».
«Bella gente, la più bella d’Italia, la più educata, la più dignitosa. Ridotti a vivere in dieci o dodici in una stanza, riescono a farlo in un ordine e pulizia esemplari, cercando lavoro e senza mai lamentarsi»
«L’importante che a Roma ci si renda conto dell’urgenza e della gravità della situazione istriana […]. I duecentomila istriani che diventeranno presto duecentocinquantamila o trecentomila. Ricordiamoci che essi sono il meglio della Nazione, la quale di tasca loro ha saldato i suoi debiti (di guerra)».
Un bel servizio di Mieli , RAI la grande storia:
https://www.facebook.com/UnioneIstriani/videos/1801324979911922/
2022 Interessante conferenza sull’Esodo del Prof. Enrico Miletto , nella sede dell’ANPI di Cadoneghe
magazzino 18 – https://www.youtube.com/watch?v=H0bE-0g1gMs
Siamo partiti in un giorno di pioggia cacciati via dalla nostra terra
che un tempo si chiamava Italia
e uscì sconfitta dalla guerra
Hanno scambiato le nostre radici
con un futuro di scarpe strette
e mi ricordo faceva freddo
l’inverno del ’47
E per le strade un canto di morte come di mille martelli impazziti
le nostre vite imballate alla meglioi nostri cuori ammutoliti
Siamo saliti sulla nave bianca
come l’inizio di un’avventura
con una goccia di speranza
dicevi “non aver paura”
E mi ricordo di un uomo gigante della sua immensa tenerezza
capace di sbriciolare montagne
a lui bastava una carezza
Ma la sua forza, la forza di un padre
giorno per giorno si consumava fermo davanti alla finestra
fissava un punto nel vuoto diceva
Ahhah come si fa
a morire di malinconia
per una terra che non è più mia
Ahhah che male fa
aver lasciato il mio cuore
dall’altra parte del mare
Sono venuto a cercare mio padre in una specie di cimitero
tra masserizie abbandonate
e mille facce in bianco e nero
Tracce di gente spazzata via
da un uragano del destino
quel che rimane di un esodo
ora riposa in questo magazzino siamo scesi dalla nave biancai bambini, le donne e gli anziani
ci chiamavano fascisti
eravamo solo italiani
Italiani dimenticati
come una pagina strappata
dal grande libro della storia Ahhah come si fa
a morire di malinconia
per una vita che non è più mia
Ahhah che male fa
se ancora cerco il mio cuore dall’altra parte del mare
Quando domani in viaggio arriverai sul mio paese carezzami
ti prego il campanile la chiesa, la mia casetta
Fermati un momentino, soltanto un momento
sopra le tombe del vecchio cimitero
e digli ai morti, digli ti prego
che non dimentighemo
L’accoglienza in Patria
Allo sbarco a Venezia, i profughi venivano accolti dai portuali veneziani al grido di “Fascisti!”: la loro scelta di lasciare la loro terra e i loro averi era attribuita ad “una sporca coscienza fascista”.
L’arrivo dei profughi giuliano-dalmati a Venezia. A cura di Vittorio Baroni – 10 febbraio 2021
Mio padre Sergio Baroni, nato e vissuto a Zara, profugo a Venezia con tutta la famiglia, era amico di Gigio Zanon. Ringrazio di cuore Marco Zanon che ha ricordato così “il racconto della testimonianza di mio padre quando vide gli esuli istriani arrivare a Venezia, a quell’epoca aveva solo 8 anni e non dimenticò mai quei tragici momenti, gli rimasero impressi fino alla fine…”.
Ricordo di una brutta giornata . di Luigi “Gigio” Zanon
Era finita la guerra da pochi mesi ed eravamo ancora occupati dagli Alleati.
Vicino a casa mia c’era un ex convento di frati Teatini, di pertinenza della chiesa dei Tolentini, che era stato soppresso dalle famigerate leggi napoleoniche e adibito a caserma. Prima ci furono militari italiani di non so quale specialità, poi fu occupato dagli Inglesi. Davanti a questo ex-convento c’era uno spiazzo, che chiamavamo “campazzo” dove noi ragazzi della zona si andava a giocare. Allora abitavo in campo della Lana e la chiesa dei Tolentini era la mia parrocchia.
Un giorno, all’improvviso, gli Inglesi se ne andarono e si trasferirono in locali di pertinenza del porto perché, ci avevano detto, stavano per arrivare dei profughi e i locali dell’ex-convento servivano per loro. Inoltre gli Inglesi dovevano sorvegliare questi profughi, ma noi ragazzi non ne capivamo il motivo. Solo ci accorgemmo che nel nostro “campazzo” si erano installati gli stessi uomini con il bracciale rosso sulla manica che qualche mese prima scorazzavano per Venezia a caccia di fascisti e di tedeschi. Ci dissero che quelli che arrivavano erano gente non italiana, s-ciavi traditori che venivano lì sistemati in attesa di trasferirli in altri luoghi perché a Venezia non li volevano. Gli uomini col bracciale ci “consigliarono” anche di non trattare con loro nella maniera più assoluta perché era gente per nulla raccomandabile e che se ci avessero visto giocare o ‘parlare con qualche ragazzo avrebbero preso dei provvedimenti contro di noi…
Dopo qualche giorno arrivarono.
Erano donne, vecchi, ragazzi come noi, bambini piccoli, si portavano dietro dei sacchi e alcune valige. Era una fila interminabile. Saranno stati qualche centinaio. Una volta dentro, gli uomini dal bracciale rosso (che poi seppi che erano i partigiani della Garibaldi, sezione Ferretto) li accolsero con grida, sputi, spintoni, imprecazioni, quindi chiusero le porte dell’ex-convento e rimasero fuori di guardia.
Ogni giorno arrivavano militari, uomini ben vestiti, certi con il bracciale rosso e altri con un bracciale verde, e altri ancora. Dalla parte del canale – perché su due lati l’ex-convento era circondato dall’acqua – ogni giorno arrivavano barche sorvegliate dagli Inglesi che scaricavano sacchi con roba da mangiare. Passarono così un paio di mesi, poi riaprirono le scuole ed eravamo già a ottobre. Mio padre – fortunatamente – non mi fece andare nelle Scuole Pubbliche, ma dai padri Cavanis. Quell’anno ero in terza elementare.
Verso i primi giorni di dicembre, alla chetichella, si aggiunsero a noi e nella nostra stessa classe sei di quei ragazzi che abitavano nell’ex convento e che avevamo conosciuto solo perché noi giravamo per i canali con la nostra barchetta e loro erano sempre affacciati alle finestre, dalle quali uscivano sempre degli odori a noi sconosciuti. Anche il modo di parlare era diverso dal nostro, seppure ci si capiva benissimo e le parole erano le stesse.
Ovvio che fra ragazzi ci si parlasse, così come fu ovvio che qualche cosa ci dissero delle loro condizioni e dei motivi per cui si trovavano in quelle condizioni. Ma da parlare con loro come Giulietta e Romeo, cioè noi in barca e loro dalle finestre, a poter dialogare direttamente a tu per tu durante la ricreazione era cosa ben diversa! I preti se ne accorsero che a noi interessava di più parlare con questi ragazzi, piuttosto che giocare le nostre solite partite di calcio. Allora vennero in classe, e anche nelle altre classi dove c’erano questi ragazzi, dei signori che ci spiegarono i motivi di quello che stavamo vivendo e chi veramente fossero quei ragazzi e i loro famigliari. Erano i Profughi che scappavano dall’ Istria, dalla Dalmazia, ecc.
Ma… non ci avevano insegnato che quelli erano territori italiani? Anzi: ci avevano detto che erano territori veneziani, perché i confini di Venezia un tempo arrivavano fino a lì! E ora? Perché li cacciavano?
Dura da capirla a otto anni! Ma un po’ alla volta ci arrivammo! E diventammo amici: alla brutta faccia dei partigiani col bracciale rosso, che intanto avevano cominciato ad andarsene del campazzo.
Così iniziammo a frequentarci, a essere amici, a giocare assieme, a vivere assieme. Alle volte loro venivano a casa mia, o dei miei amici, e alle volte eravamo noi ad andare a casa loro. A casa loro…Piccole stanze che una volta erano le celle dei frati, oppure i grandi stanzoni con divi sori fatti di coperte sostenute da spago o da fil di ferro.
E le loro mamme e i loro nonni iniziarono a raccontare. I loro padri non c’erano o perchè erano spariti o perchè qualcuno di loro aveva trovato un lavoro fuori Venezia. Ma i più erano “semplicemente” spariti, e c’erano altre persone che da fuori facevano ricerche su dove fossero.
Di alcuni sapevano che erano prigionieri chi in Germania, chi in Russia, e chi… chi sa dove…
Ogni tanto si sentivano delle urla e dei pianti di disperazione: erano i famigliari di quelli dei quali si veniva a conoscere la fine: AMMAZZATI E GETTATI DENTRO LE FOIBE, molti di loro ancora vivi!!!
Era la prima volta in vita mia che sentivo questo nome: foiba! E mi raccontarono! E raccontarono.
Raccontarono di quando, in piena notte, arrivavano i militari Jugoslavi – che loro chiamavano i “Tititni” – a cacciarli fuori di casa con pochi stracci e le loro case venivano immediatamente occupate dai famigliari dei titini. Del concentramento che avevano fatto nei pressi dei moli dei porti di Pola, di Fiume, ecc. durante il trasferimento dalle loro case al porto, diversi di loro sparivano e non ne sapevano più nulla. Non ne sapevano più nulla, finchè le notizie portate dai mille canali di un Popolo in fuga non accendevano quei pianti e quelle urla!
Poi furono imbarcati su delle carrette e messi nelle stive per essere spediti come bestie o come merce nei porti italiani. Io posso dire di come sono stati accolti a Venezia, perché me lo hanno raccontato loro stessi, non posso dire di come sono stati accolti negli altri porti, ma da come si è poi saputo, pare che il trattamento non sia stato differente.
Innanzitutto all’arrivo in rada – fuori dal porto di Venezia – vennero scortati da imbarcazioni militari con a bordo i soliti dal bracciale rosso. Una volta giunti a riva, a terra li aspettavano i militari Inglesi che li schedavano, e assieme agli Inglesi c’erano i partigiani.
Fuori dei cancelli e fuori dal recinto del porto c’erano uomini e donne che li insultavano, li chiamavano sporchi slavi, fascisti, traditori, ecc. ecc.
Rimasero sul molo del porto di Venezia per tutto il giorno e tutta la notte, finchè all’alba – dopo che i recinti del porto si furono svuotati dalla gente, li incolonnarono e li scortarono a piedi fino all’ex-convento, dove vennero ammassati. Ogni giorno arrivavano le barche degli Alleati a portare loro il cibo, e non potevano uscire. Solo i ragazzi per andare a scuola, e poi dentro di nuovo.
Così andarono avanti per un paio d’anni. Ovviamente la sorveglianza si era molto allentata, anzi: era quasi scomparsa. Allora anche le donne e i vecchi poterono uscire e raccontare! E molte di quelle donne che prima li offendevano, poi le vidi piangere nell’ascoltare i loro racconti. Ricordo ancora molti di quei ragazzi e i loro nomi. Con uno di loro mi sono trovato imbarcato quando navigavo con le navi dell’Adriatica. Con altri rimanemmo amici. Andando avanti con gli anni, e studiando la storia di Venezia, venni a sapere che tutti quei territori da cui erano stati scacciati erano stati da sempre Territori veneziani. Specialmente quelli sulla costa. e ancora da prima che arrivasse Roma repubblicana e imperiale. Poi ridivennero veneziani sotto la Repubblica Veneta. Anche se gli Ungheresi e le popolazioni dei Balcani spingevano per arrivare fino alla costa, quelle furono sempre Terre venete!
L’ultima città ad ammainare la gloriosa bandiera di San Marco fu la città più meridionale della Dalmazia: Perasto. E la bandiera Veneta ancora giace sotto l’altare del Duomo di Perasto.
Poi arrivarono gli Austriaci. E loro, imponendo l’egemonia su tutte le terre da loro sottomesse, trasferirono gli abitanti dei BaIcani e dell’ entroterra fino alla costa, iniziando così una pulizia etnica ante litteram. Al punto che depredarono moltissimi dipinti dalle chiese di Venezia – a quei tempi anche lei sottomessa all’Impero – per trasferirli nelle chiese povere della Erzegovina, di Zagabria, ecc. Questa epurazione durò fino al termine della prima guerra mondiale e al discioglimento dell’Impero Austriaco.
(Però gli Austriaci seppero mettere a buon profitto l’esperienza dei Veneti e dei Veneti Istriano- Dalmati, specie nella marineria! La famosa battaglia di Lissa lo può ben testimoniare! Quella vittoria venne classificata come l’ultima vittoria della Repubblica di Venezia! Infatti gli equipaggi delle flotta austriaca erano formati esclusivamente da Veneti e da Veneti-Istriano- Dalmati!)
Con quella battaglia molti di quei Territori ritornarono a essere italiani, finchè non giunsero i comunisti titini slavi che li scacciarono del tutto i nostri connazionali. Qui in Italia, anzichè come fratelli, i profughi furono accolti con sputi e imprecazioni! Nel nome della cosiddetta politica e della solidarietà comunista dell’epoca!
lo ho dovuto vedere tutto questo: all’età di otto anni! Pensate che me ne possa dimenticare?
A Bologna martedì 18 febbraio 1947 i sindacati minacciarono lo sciopero se avessero fatto fermare il treno carico di profughi, per i quali la Pontificia Opera di Assistenza stava preparando un piatto caldo, e che furono così costretti, dopo 24 ore di viaggio, a proseguire fino ai campi di raccolta. Il latte destinato ai bambini fu sparso sui binari
Nella stessa stazione di Bologna dove si verificarono tali fatti, vicino al primo binario, una targa a ricordo e a riparazione del triste evento è stata posata congiuntamente dal Comune di Bologna e dall’ Ass.Naz.Venezia Giulia e Dalmazia
«Nel corso del 1947 da questa stazione passarono i convogli che portavano in Italia esuli istriani, fiumani e dalmati: italiani costretti ad abbandonare i loro luoghi dalla violenza del regime nazional-comunista jugoslavo e a pagare, vittime innocenti, il peso e la conseguenza della guerra di aggressione intrapresa dal fascismo. Bologna seppe passare rapidamente da un atteggiamento di iniziale incomprensione a un’accoglienza che è nelle sue tradizioni, molti di quegli esuli facendo suoi cittadini. Oggi vuole ricordare quei momenti drammatici della storia nazionale.
Bologna 1947-2007. Comune di Bologna e ANVGD»
A La Spezia, gli esuli furono concentrati nella caserma “Ugo Botti”, ormai in disuso. Ancora un anno dopo, l’ostilità delle sinistre era rimasta fortissima. In un comizio per le elezioni del 18 aprile 1948, un dirigente della Cgil urlò dal palco: «In Sicilia hanno il bandito Giuliano, noi qui abbiamo i banditi giuliani».
Tra il 1945 e il 1960 circa 92mila giuliani sono emigrati oltre oceano, e precisamente in Australia, Stati Uniti, Canada, Argentina, Uruguay, Brasile, Venezuela. E in misura minore in Sudafrica e Gran Bretagna.
Maria Zuccon è la madre di Sergio Marchionne. L’uomo che per molti anni è stato lo straordinario manager della Fiat. Nata a Carnizza, non lontano da Pola, ha avuto la sventura di avere il proprio padre – il nonno di Marchionne – e il fratello, infoibati. “La famiglia gestiva un grande emporio nella piazza principale della piccola località” racconta l’autrice “che forniva anche Castelnuovo ed i villaggi circostanti dove abitavano numerose famiglie dei minatori” delle vicine miniere di Arsia e Albona. A sua volta la mamma di Sergio Marchionne (il manager al momento dell’intervista era ancora in vita) racconta alla Turcinovich. “Nel 1943, dopo l’8 settembre vennero ad arrestare mio padre. Non era gente del posto, anche se i mandanti, chissà… Mio fratello, che era militare di leva, giunse a casa proprio in quei giorni e andò a cercare notizie di nostro padre. Non fecero ritorno e di loro non si seppe più nulla, mai più… Quanto dolore, che strazio per i parenti. Noi tre donne di famiglia, lasciammo Canizza e ci rifugiammo nella casa del nonno, in campagna. Furono anni difficili. Dall’emporio venne portato via tutto, sequestrato dal potere popolare. Si fece addirittura un processo sulla pubblica piazza affidato ad un funzionario che non avevamo mai visto prima, mandato dai partigiani jugoslavi…”
Padova 2013., coordinatore dell’Associazione nazionale partigiani in Veneto, riconosce che molti perseguitati italiani non erano fascisti ma oppositori del nuovo regime comunista e illiberale : «Dobbiamo riconoscere dignità politica all’esodo per quella componente di ricerca di libertà che in esso è stata indubbiamente presente». Gli esuli hanno sempre denunciato, a lungo inascoltati, la vergognosa accoglienza in Italia da parte di comunisti e partigiani con sputi e minacce. Per il coordinatore veneto dell’Anpi «questi ricordi a noi di sinistra fanno male: ma gli episodi ci sono stati e, per quello che ci compete, dobbiamo chiedere scusa per quella viltà e per quella volgarità».
Pieno successo della pulizia etnica: Dal censimento del 1936 risultavano, nei territori dell’esodo, all’incirca 300.000 italiani; nel 1961 la cifra si aggirava sui 25.000
Il memorandum d’intesa di Londra (in inglese Memorandum of Understanding of London) fu un accordo sottoscritto il 5 ottobre 1954 fra i governi d’Italia, del Regno Unito, degli Stati Uniti e della Repubblica Federativa Popolare di Jugoslavia, concernente il regime di amministrazione provvisoria del Territorio Libero di Trieste (TLT), previsto dall’allegato VII del trattato di Parigi (1947). Con questo strumento la Zona A con la città di Trieste e il suo porto franco internazionale passarono dall’amministrazione militare alleata all’amministrazione civile italiana, mentre la zona Zona B passò dall’amministrazione militare all’amministrazione civile jugoslava. Il passaggio dei poteri nella Zona A avvenne il 26 ottobre 1954.
Contestualmente venne inoltre disposta una modifica rispetto al confine tra le due zone nei comuni di Muggia e di San Dorligo della Valle, collocandolo tra punta Grossa e punta Sottile. La nuova Zona B venne così ampliata di circa 11,5 km² ed i 3.500 abitanti di Crevatini, Plavia, Elleri ed Albaro Vescovà vennero soggetti all’amministrazione del governo jugoslavo: la gran parte di essi esodò in Italia.
Il memorandum d’intesa di Londra costituì una sistemazione provvisoria, in quanto lo stesso non verteva sulla sovranità, ma sul passaggio d’amministrazione.
I giudizi “politici” sull’Esodo
Nel giudizio di Arturo Carlo Jemolo in “Anni di prova”, e di suo genero N. Lombardo Radice su “L’Unità” del dicembre 1964, gli istriani compirono quell’atto in quanto mal consigliati, e fu in fondo attribuibile al loro esodo la colpa della definitiva perdita delle terre istriane.
Il 15 novembre 1946 l’on. Nitti condannò l’esodo e dubitò della veridicità degli eccidi e delle foibe. Ci si chiese persino, fallito il tentativo di contenere l’esodo, se fosse opportuno riunire nei campi profughi così tanti fascisti, e si decise quindi di sparpagliare la gente nei diversi angoli d’Italia.
Nel 1954, in base Memorandum di Londra, l’amministrazione civile della zona A fu affidata all’Italia e quella della zona B, compresa Pola, alla Jugoslavia.
La delimitazione definitiva dei confini tra i due Stati venne sancita con il trattato di Osimo del 10 novembre 1975;
I profughi Fiumani Istriani e Giuliano-Dalmati non hanno mai predicato l’odio, acclamato tiranni e ucciso innocenti .












































