7): L’IMPRESA DI FIUME
L’Italia aveva firmato un patto segreto chiamato “ Patto di Londra “ il 26 aprile 1915, con i rappresentanti della Triplice Intesa (Francia Inghilterra e Russia), con i quali l’Italia si era impegnata a scendere in guerra entro un mese contro gli Imperi Centrali in cambio di cospicui compensi territoriali, in particolare Istria e Dalmazia e isole adriatiche
Tali promesse non furono mantenute nella Conferenza di Pace di Parigi, dopo la conclusione vittoriosa del conflitto. In particolare il presidente degli Stati Uniti d’America, Woodrow Wilson, si oppose alla completa realizzazione delle rivendicazioni territoriali italiane basate sul Patto di Londra, che gli Stati Uniti, scesi in guerra successivamente, non avevano firmato. Gli Stati Uniti appoggiarono invece le richieste croate e slovene del nuovo Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (SHS). Per protesta, i rappresentanti italiani Vittorio Emanuele Orlando e Sidney Sonnino abbandonarono la conferenza tra il 24 aprile e il 5 maggio: gesto plateale ma contrario agli interessi italiani. Le altre delegazioni furono infatti libere di decidere a danno dell’Italia.
L’intero esito della Conferenza di Parigi e poi del Trattato di Versailles è oggetto di aspre critiche da parte degli storici, che vi intravvedono i germi che portarono, anzichè ad una pace duratura, allo scoppio della seconda Guerra Mondiale: Fra questi il tracciamento di confini che preludevano a contrasti interetnici e a rivendicazioni territoriali.
l’art. 1 del programma del Partito Nazista, stilato nel febbraio del 1920, chiede testualmente “La costruzione di una Grande Germania che riunisca tutti i tedeschi in base a quel “ diritto alla autodeterminazione dei popoli” sostenuto da Wilson.
Nell’ottobre 1918 si erano formati a Fiume due governi: un Consiglio nazionale croato e un Consiglio nazionale italiano, di cui fu nominato presidente Antonio Grossich. Nel ‘19 l’irredentista fiumano Giovanni Host-Venturi e il nazionalista Giovanni Giuriati avevano creato una milizia di volontari filo-italiani, per resistere in caso di annessione jugoslava della città.
A Parigi l’Italia ottenne le terre “irredente”: Trento, Trieste e l’Istria, ma il presidente statunitense Woodrow Wilson si oppose all’annessione italiana di altre terre. I territori contesi erano, in particolare, la regione della Dalmazia, (parte della quale era stata richiesta dall’Italia nel patto di Londra) e la città multietnica di Fiume, municipio autonomo (Corpus separatum) dell’Impero Austro-Ungarico. Fiume non era stata assegnata all’Italia nel Patto di Londra, ma l’Italia la poteva reclamare in ossequio al “Principio di autodeterminazione dei Popoli” sostenuto proprio dal Presidente Wilson. Era infatti situata in una regione prevalentemente croata, ma la città era abitata in maggioranza da italiani. La Un censimento del 1910 (nel quale fu richiesta la lingua d’uso), calcolò una popolazione di 49 806 abitanti: 24 212 dichiaravano di parlare l’italiano, 12 926 altre lingue, in prevalenza il croato, ma anche ungherese (sopratutto), sloveno e tedesco. Nel censimento non si consideravano peraltro i dati dell’entroterra e della località di Sussak, quartiere a maggioranza croata separato dalla città dal fiume Eneo, che ha dato il nome “Fiume” alla città in tutte le lingue.
Il Presidente Wilson, sempre ostile alle richieste italiane, il 19 aprile ‘19 avanzò la proposta di creare uno stato libero di Fiume, che esistette fra alterne vicende fino al ’24.
Nel trattato di Versailles l’Italia ottenne solo le terre “irredente”: Trento, Trieste e l’Istria, ma solo in minima parte la Dalmazia prevista dal Patto di Londra:
il problema dei confini con il Regno dei Serbi Croati e Sloveni e il destino di Fiume vennero rimandati ad un trattato diretto bilaterale. Il Regno di Serbi Croati e Sloveni (SHS) incorporava anche territori caratterizzati da una fiera e autonoma identità, come la Slovenia , la Croazia e il Montenegro.
Il nuovo presidente del consiglio italiano Francesco Saverio Nitti, subentrato ad Orlando, poco ascoltato a Parigi, aprì un contatto diplomatico con il Regno dei Serbi Croati e Sloveni, che il 12 novembre 1920 sfociò nel Trattato di Rapallo, che assegnava all’Italia molto meno di quanto previsto dal Patto di Londra.
Fiume fu confermata “ Stato libero”, Zara e alcune isole della costa dalmata (Lagosta) furono assegnate all’ Italia e vennero determinati i confini di Italia e Iugoslavia nelle Alpi Giulie.
Dall’ insoddisfazione per le nuove acquisizioni territoriali che non rispettavano quanto previsto nel Patto di Londra causò grave malcontento ed agitazione in Italia: il mito della “vittoria mutilata” sfociò nell’ impresa di Fiume di Gabriele D’ Annunzio, che si era recato a Roma per tenere una serie di comizi in favore dell’italianità di Fiume. I discorsi di D’Annunzio interpretavano il malcontento crescente dei reduci.
L’IMPRESA DI FIUME
Al termine della Grande Guerra, il 17 novembre, entrarono a Fiume i Granatieri di Sardegna, il Piemonte Cavalleria, il 6° Artiglieria da Campagna ed alcuni reparti di mitraglieri e autoblinde guidati dal Generale Di San Marzano, mentre dalle navi sbarcano i marinai comandati dall’Ammiraglio Ruggero. Successivamente la città venne presidiata, oltre che dal 2° Reggimento Granatieri di Sardegna, anche dai contingenti francese, inglese e americano, ma anche da uno serbo.
Manifestazione per l’arrivo delle truppe serbe a Fiume nel novembre 1918 (cortesia del Museo Civico di Fiume – Muzej Grada Rijeke).
L’esito incerto delle trattative di pace a Parigi e a Versailles generava malcontento, tafferugli e scontri fra le varie etnie presenti nella città. Tra la primavera e l’estate 1919, la situazione a Fiume divenne sempre più incandescente, a causa delle tensioni tra attivisti irredentisti (appoggiati dai militari italiani) e soldati francesi, filo-jugoslavi: particolarmente odioso il loro gesto di strappare i gagliardetti tricolori alle donne in strada. Il 29 giugno scoppiò un tafferuglio fra militari francesi e manifestanti pro-italiani, che ricevettero man forte da soldati italiani. Questi aprirono il fuoco contro i francesi. Gli scontri, noti come “Vespri fiumani”, durarono fino al 6 luglio e provocarono la morte di alcuni soldati francesi. Fu riunita una commissione militare interalleata: i Granatieri di Sardegna furono accusati di maltrattare la minoranza croata, fu deciso lo scioglimento del Consiglio Nazionale Fiumano e preteso il ritiro dei reparti coinvolti negli scontri.
I Granatieri di Sardegna, su disposizione del Comando Interalleato, furono allontanati dalla città il 25 agosto 1919.
Canzone dei Granatieri di Fiume , Testo:
1.Il venticinque agosto è successa una porcheria:
i baldi granatieri da Fiume andaron via.
Don, don, don, al suon del campanon.
- Alla mattina all’alba suonavan le campane:
partivan i granatieri, piangevan le fiumane.
- Diretta alla stazione marciava la brigata:
l’attende tutta Fiume piangente e sconsolata.
- Si ferma allora subito il granatiere forte
e grida a tutto il popolo: «Vogliamo Fiume o morte!»
- Nel buio e nel silenzio di questa triste aurora,
fiumani non piangete, ritorneremo ancora!
Altre strofe:
Per diciassette giorni non fan che congiurare,
insieme con D’Annunzio vogliono ritornare!
Ragazze di Fiume, apriteci le porte,
libereremo Fiume a costo della morte.
Fiumani non temete, ve lo gridiamo forte,
libereremo Fiume a costo della morte.
Il dodici settembre suonavan le campane,
tornan i granatieri, esultan le fiumane!
Se non ci conoscete guardateci il colletto,
noi siamo i disertori, ma non di Caporetto!
Furono poco oculatamente acquartierati nelle vicinanze di Trieste, a Ronchi (oggi Ronchi dei Legionari).
Da qui sette ufficiali (Riccardo Frassetto, Vittorio Rusconi, Claudio Grandjacquet, Rodolfo Cianchetti, Lamberto Ciatti, Enrico Brichetti e Attilio Adami). inviarono a Gabriele D’Annunzio la lettera dalla quale scaturì l’Impresa di Fiume: «Sono i Granatieri di Sardegna che Vi parlano. È Fiume che per le loro bocche vi parla. […] Noi abbiamo giurato sulla memoria di tutti i morti per l’unità d’Italia: Fiume o morte! e manterremo, perché i granatieri hanno una fede sola e una parola sola. L’Italia non è compiuta. In un ultimo sforzo la compiremo.»
Anche una delegazione fiumana aveva inoltrato a d’Annunzio una richiesta di sostegno. Si era formata nel frattempo al confine una rete di volontari, nazionalisti e militari, pronti ad un’azione di forza.
Ai primi di settembre d’Annunzio garantì ai cospiratori che il 7 settembre 1919 avrebbe raggiunto Ronchi per guidare il ritorno dei granatieri a Fiume. I molti dubbi e un’improvvisa influenza lo fecero ritardare la partenza.
D’Annunzio scrisse a Mussolini, per chiedergli appoggio. I rapporti con il futuro duce non si erano ancora deteriorati:
“Mio caro compagno, il dado è tratto! Parto ora. Domattina prenderò Fiume con le armi. Il Dio d’Italia ci assista. Mi levo dal letto, febbricitante. Ma non è possibile differire. Anche una volta lo spirito domerà la carne miserabile. Sostenete la causa vigorosamente, durante il conflitto. Vi abbraccio” Gd’A
D’Annunzio eluse la sorveglianza delle spie governative, e da Venezia in motoscafo prima e con un’auto scoperta Fiat 501 Tipo 4 rossa, raggiunse Ronchi. Con lui viaggiavano il suo attendente Italo Rossignoli, il Tenente dei Granatieri Riccardo Frassetto e Guido Keller, già pilota della squadriglia di Francesco Baracca. L’ufficiale alpino Cornelio Andersen, che su una moto Triumph a tre ruote, da Milano aveva raggiunto Ronchi il 7 Settembre, e il capitano degli Arditi Ercole Miani, nell’Autoparco di Palmanova requisirono sotto la minaccia delle armi gli autocarri necessari per il trasporto delle truppe.
Si deve dire che ci fu un uomo il quale prese ad un tratto in pugno tutto il destino dell’impresa. – Occorrono i camions? Interrogò egli. – Per l’appunto. – E vi disperate perché non ci sono? – Precisamente. – Allora fermi tutti. Ci penso io! Non disse altro. (…) Balzò in automobile e si precipitò a rotta di collo verso Palmanova (…). Furono a un tratto faccia a faccia: quegli che voleva i camions e quegli che doveva darli. (…) La polemica fu subito troncata da un gesto di minaccia. L’ufficiale di d’Annunzio sollevò il pugno armato di rivoltella all’altezza di quella fronte curva nel diniego inesorabile (…). – O tu cedi o io sparo! L’altro impallidì. Poi disse: – Cedo alla violenza.
Ed era precisamente il capitano degli Arditi Ercole Miani, triestino.
(Piero Belli (anarcosindacalista e futurista) “La notte di Ronchi” Milano, Quintieri, 1920; pp. 19-22).
Come protesta per la firma del Trattato di Rapallo, Keller volò su Roma a bordo di un biplano Ansaldo SVA per lanciare un mazzo di fiori sul Vaticano e sul Quirinale, in segno di omaggio, e un pitale smaltato con dentro un mazzo di carote e rape su Montecitorio, in segno di dispregio, accompagnati dalla scritta “Al Parlamento e al Governo che si regge con la menzogna e la paura, la tangibilità allegorica del Loro valore”.
“Chi non vuol partire, resti” dissero gli ufficiali ai granatieri: partirono tutti.
Lungo il cammino aderirono all’impresa diversi arditi della 1^ Divisione d’assalto ed in particolare l’VIII Reparto e la 2^ Compagnia del XXII Battaglione, oltre ad ufficiali tra cui il Ten. Colonnello Repetto, Comandante del 3° Gruppo, ed il Maggiore Nunziante. Si aggiunsero i cavalleggeri del Reggimento “Piemonte Reale”: in tutto la spedizione poteva contare forse un migliaio di militari.
A Castelnuovo, in piena Istria, la colonna fu fermata da quattro autoblindo dei bersaglieri. D’Annunzio conferì brevemente con gli ufficiali, che si unirono alla spedizione: le autoblindo si schierarono alla testa della colonna nella marcia verso Fiume.
L’occupazione della città
D’Annunzio, a bordo di un’auto scoperta Fiat 501 Tipo 4 rossa si pose alla testa dell’autocolonna di 35 autocarri carichi di Granatieri e Arditi
Il comandante del Corpo interalleato, Generale Pittaluga, mosse incontro a D’Annunzio, incontrandolo a Castua a pochi chilometri dalla città. Qui provò con ogni mezzo a persuadere D’Annunzio a desistere, ma senza riuscirci.
Anche gli ultimi Carabinieri inviati a fermarlo si rifiutarono di sparare, e alle 12,30 la colonna entrò in città
Alle diciotto D’Annunzio si affaccia alla “ringhiera” del palazzo del Governo
“ Italiani di Fiume! Nel mondo folle e vile, Fiume è oggi il segno della libertà; nel mondo folle e vile vi è una sola cosa pura: Fiume; vi è una sola verità: e questa è Fiume; vi è un solo amore: e questo è Fiume! Fiume è come un faro luminoso che splende in mezzo ad un mare di abiezione… “
Dagli estratti dell’orazione pubblicati sul «Bollettino del Comando di Fiume d’Italia» n.2, 13 settembre 1919).
Bandiera del Comandante Gabriele d’Annunzio. Si configurò come bandiera di Capo di Stato dall’8 settembre 1920, allorché il Comandante proclamò la Reggenza Italiana del Carnaro diventandone il reggente, fino al 18 gennaio 1921 quando d’Annunzio lasciò Fiume
Gli eserciti alleati, visto l’evolversi degli avvenimenti, lasciarono la città in mano ai volontari fiumani. Le loro bandiere vennero ammainate con onore e consegnate. Ultimi ad andarsene i francesi.
Crebbero le defezioni nell’esercito regolare e le adesioni alla causa da parte dei più disparati individui: monarchici e repubblicani, fascisti e socialisti, anarchici e aristocratici, intellettuali, borghesi e proletari. Arrivarono a Fiume reduci di guerra di tutte le armi, solidali con i Legionari.
La storia del simbolo araldico della città di Fiume, l’aquila bicipite in campo rosso giallo e blu (in realtà cremisi, oro e indaco) fu conferito alla città dall’Imperatore Leopoldo I nel 1659, a sottolineare il secolare legame fra Fiume e le corone asburgiche austriaca e ungherese
Il 15 giugno 1906, giorno del patrono San Vito, venne collocata sulla cima della cupola della torre civica un’aquila bronzea, opera di Vittorio De Marco e fusa nelle fonderie cittadine di Matteo Skull, alta due metri e 20, con un’apertura alare di tre ed un peso di 20 quintali. Era comunque bicipite, ma volgeva però in maniera augurale entrambe le teste verso l’Italia. La sua storia si intreccia con l’Impresa di Fiume.
Lo stemma si collocò al centro della bandiera civica, dapprima bianca e rossa (Austria), poi rossa bianca a verde (Ungheria). Nel 1849, dopo un primo tentativo fallito nel 1846 di introdurre ufficialmente
All’arrivo dei legionari di D’Annunzio, i tenenti Guglielmo Barbieri e Alberto Tappari scalarono la cupola e tagliarono una delle teste, infilando un tricolore nel collo mozzato. Per il periodo di Fiume Italiana , l’aquila fu monocipite.
Andrebbe detto che decapitare un’aquila asburgica, come martellare un leone di pietra, è comunque un gesto vandalico E.B
Bandiera di Fiume italiana
Nel secondo dopoguerra, dopo la conquista di Fiume da parte dell’armata comunista di Tito, l’Aquila venne distrutta.
Recentemente, dopo oltre 60 anni, una nuova aquila stilizzata, di dimensioni inferiori a quella 9originale, è ritornata sulla Torre Civica: è nuovamente bicipite
L’aquila monocipite, cara alle comunità degli esuli, rimane l’emblema dell’italianità di Fiume: vedansi le bandiere di Dalmazia, Fiume e Istria, durante la Giornata del Ricordo del 2016 al Bosco di Capodimonte a Napoli.
Quella bicipite è tornata a costituire l’antico simbolo della città, pur legato alla duplice Monarchia Austro Ungarica cancellata dalla Grande Guerra. E’ adottato anche dalla residua popolazione italofona, ridotta ad una quota marginale a seguito dell’Esodo.
Da tutto il mondo giunsero rivoluzionari e artisti, in una gara di solidarietà pro insorti, ma anche soldati e marinai, piloti con il proprio aereo, tanti che non si trovavano abbastanza alloggi in città.
Lenin così si rivolse agli emissari europei comunisti a Mosca “C’è un solo uomo in Italia, capace di fare la rivoluzione: D’Annunzio”
Marinetti, fondatore del Movimento Futurista:
“Grazie a noi il tempo verrà in cui la vita non sarà più semplicemente una vita di pane e di fatica, né una vita d’ozio, ma in cui la vita sarà vita-opera d’arte. Ogni uomo vivrà il suo miglior romanzo possibile. Gli spiriti più geniali vivranno il loro miglior poema possibile. Non vi saranno gare di rapacità né di prestigio. Gli uomini gareggeranno in ispirazione lirica, originalità, eleganza musicale, sorpresa, giocondità, elasticità spirituale. Non avremo il paradiso terrestre, ma l’inferno economico sarà rallegrato e pacificato dalle innumerevoli feste dell’Arte. (Marinetti, Al di là del comunismo in Futurismo e Fascismo, Foligno, Campitelli, 1924; pp. 220-221).
Con il suo leggendario MAS 21, Rizzo raggiunse Fiume, dove D’Annunzio lo mise a capo della “Flotta del Quarnaro”.
Filippo Tommaso Marinetti, fondatore del movimento Futurista, partecipò all’impresa di Fiume, anche se finì per avere contrasti con D’Anunzio, e se ne andò
- Noi vogliamo cantare l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità.
- Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia.
- La letteratura esaltò fino ad oggi l’immobilità pensosa, l’estasi e il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno.
- Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo…. un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia.
- Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante, la cui asta ideale attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita.
- Bisogna che il poeta si prodighi, con ardore, sfarzo e munificenza, per aumentare l’entusiastico fervore degli elementi primordiali.
- Non v’è più bellezza, se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro. La poesia deve essere concepita come un violento assalto contro le forze ignote, per ridurle a prostrarsi davanti all’uomo.
- Noi siamo sul promontorio estremo dei secoli!.. Perchè dovremmo guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare le misteriose porte dell’Impossibile? Il Tempo e lo Spazio morirono ieri. Noi viviamo già nell’assoluto, poichè abbiamo già creata l’eterna velocità onnipresente.
- Noi vogliamo glorificare la guerra — sola igiene del mondo — il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertarî, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna.
- Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica o utilitaria.
- Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa: canteremo le maree multicolori e polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne; canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri incendiati da violente lune elettriche; le stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano; le officine appese alle nuvole pei contorti fili dei loro fumi; i ponti simili a ginnasti giganti che scavalcano i fiumi, balenanti al sole con un luccichio di coltelli; i piroscafi avventurosi che fiutano l’orizzonte, le locomotive dall’ampio petto, che scalpitano sulle rotaie, come enormi cavalli d’acciaio imbrigliati di tubi, e il volo scivolante degli aereoplani, la cui elica garrisce al vento come una bandiera e sembra applaudire come una folla entusiasta.
È dall’Italia, che noi lanciamo pel mondo questo nostro manifesto di violenza travolgente e incendiaria, col quale fondiamo oggi il «Futurismo», perchè vogliamo liberare questo paese dalla sua fetida cancrena di professori, d’archeologhi, di ciceroni e d’antiquarii.
Già per troppo tempo l’Italia è stata un mercato di rigattieri. Noi vogliamo liberarla dagl’innumerevoli musei che la coprono tutta di cimiteri innumerevoli.
E vengano dunque, gli allegri incendiarii dalle dita carbonizzate! Eccoli! Eccoli!… Suvvia! date fuoco agli scaffali delle biblioteche!… Sviate il corso dei canali, per inondare i musei!… Oh, la gioia di veder galleggiare alla deriva, lacere e stinte su quelle acque, le vecchie tele gloriose!… Impugnate i picconi, le scuri, i martelli e demolite, demolite senza pietà le città venerate!
Alceste De Ambris e La Carta del Carnaro
Fu esponente del sindacalismo rivoluzionario italiano. Guidò lo sciopero agrario del 1908 nella provincia di Parma , battendosi contro la polizia governativa e il Regio Esercito mandati a sedare i tumulti. Dopo un’aspra lotta con gli scioperanti i Carabinieri assieme ai Lancieri di Montebello e del Piemonte Reale di stanza nella stessa Cittadella di Parma, occuparono la sede della prima e storica “Camera del Lavoro” del sindacalismo italiano ubicata nel battagliero e proletario quartiere Oltretorrente di Parma. De Ambris dovette fuggire all’estero.
Collaborò da Lugano alla nascita dell’Unione Sindacale Italiana, sindacato fondato a Modena nel 1912. L’anno successivo l’elezione alla Camera dei Deputati per il Partito Socialista nel collegio di Parma gli conferì l’immunità che gli consentì di rientrare in Italia. Partì volontario per il fronte nella Prima Guerra Mondiale. Aderì al nascente fascismo “sansepolcrista” della prima ora, e collaborò attivamente alla stesura del Manifesto dei Fasci Italiani di Combattimento
Partecipò da protagonista all’Impresa di Fiume , e fu nominato da D’Annunzio Capo di Gabinetto nel Governo della Città. Per d’Annunzio elaborò la famosa “Carta del Carnaro” https://www.rigocamerano.it/carnaro.html , la innovativa costituzione, poi trascritta in prosa aulica dal Poeta.
Il documento conteneva elementi rivoluzionari di grande modernità . Venne introdotto il suffragio universale e venne data molta importanza alle forme di democrazia diretta. Prevedeva istituzioni politiche che richiamavano l’assemblea ateniese, i governi dei Liberi Comuni medioevali e le istituzioni della Repubblica Veneta. Si Ispirava alle dottrine dell’anarco-sindacalismo, con la decentralizzazione del potere, garantendo la “sovranità collettiva” a tutti i suoi cittadini, “indipendentemente da sesso, razza, lingua, classe o religione”. Erano previste due assemblee parlamentari, entrambe elette a suffragio universale, che si sarebbero dovute riunire una o due volte l’anno. Il ruolo centrale è in effetti attribuito alle nove “corporazioni”: marinai, artigiani, insegnanti, studenti, artisti, etc.
De Ambris, incarnazione dello spirito socialista dell’impresa fiumana, rimarrà al fianco di d’Annunzio fino ai tragici eventi del “Natale di sangue”, serbando per tutta la vita la passione e l’affetto verso il Comandante e la causa fiumana. I contrasti insorti con Mussolini lo resero critico nei confronti del fascismo e lo indussero ad un nuovo esilio in Francia
Morì improvvisamente il 9 dicembre 1934. Nel 1964 le spoglie di De Ambris furono traslate in Italia: ora è sepolto a Parma nel cimitero della Villetta.
Sulla sua tomba francese un amico fece scrivere: «Alceste De Ambris – scrittore – tribuno – combattente – fiero conduttor di moltitudini – Licciana 1874 – Brive 1934 – Rifiutò gli agi e si curvò sulla miseria per consolarla e redimerla. Nato italiano morì cittadino del mondo. Errante cavaliere dell’ideale, esule si fermò qui onde la pietra che ne sigilla le spoglie grida nel suo nome: amore ai ribelli odio ai tiranni!
Dall’articolo dell’Amico e Collega Gianfranco Cervellin, pubblicato sulla Gazzetta di Parma del 5 Febbraio 2023
Antonio Grossich, fiumano, inventore della Tintura di Jodio
È nella memoria di molti la presenza in casa di una boccetta di liquido rossastro dal potere disinfettante: quel liquido bruciava un po’, non aveva un buon odore, ma salvava migliaia di vite. «Ho avuto un’idea nuova, utile all’umanità… » Così Antonio Grossich parlò della sua invenzione. Istriano di nascita (1849), si laureò in Medicina a Vienna nel 1875. Trasferitosi a Fiume, si impegnò nel reparto di chirurgia dell’Ospedale cittadino, divenendone primario. Partecipò alla vita culturale e politica della città, prendendo posizione a difesa dell’identità italiana in Istria. Fervente irredentista, divenne italiano a tutti gli effetti di legge. Nel 1908, dopo esperimenti in cui applicava iodio in soluzione acquosa su lesioni accidentali, ideò la tintura di iodio, come egli stesso ricorda nel “Meine Präparationsmethode des Operationsfeldes mittels Jodtinktur” b(Berlino, 1911). Ne estese l’applicazione alle piccole operazioni chirurgiche, fino a renderla obbligatoria come antisettico cutaneo in tutti gli interventi eseguiti nel suo reparto. Nel 1909 presentò la sua invenzione, in italiano ferro che, in architettura, tengono unite pietre di sostegno. I due non ebbero sempre rapporti idilliaci: l’anziano medico-patriota, custode dell’italianità di Fiume, aveva visto con favore l’occupazione da parte di d’Annunzio, ma era un liberale monarchico conservatore: faticava ad accettare le proposte rivoluzionarie dei legionari dannunziani.
Letta la Carta del Carnaro, con i suoi proclami pre-sessantottini, Grossich commentò: «Qui siamo completamente tra le nuvole» e si dimise dopo pochi giorni. Quando d’Annunzio fu costretto ad abbandonare l’occupazione, lui riprese in mano la città come governatore provvisorio dello Stato libero di Fiume, di cui poi consegnò simbolicamente le chiavi al Re Vittorio Emanuele III. Nel 1923 il Re lo nominò senatore del Regno. Morì il 1º ottobre 1926 in quella città, all’epoca ancora italiana. Da pochi decenni la classica tintura di iodio è stata sostituita da un sale di iodio più stabile e meno irritante, anche se lievemente meno efficace, lo iodopovidone (Betadine® e consimili), ma il passo fondamentale fu fatto da Grossich.
Il 12 Novembre 1920, con trattato di Rapallo tra l’Italia e il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, vengono tracciati i confini fra i due Regni. Fiume è dichiarata “Città libera”: D’Annunzio e la Reggenza sono destinati a soccombere.
Alla vigilia di Natale del 1920, il nuovo governo Giolitti, subentrato a Nitti, ordinò al Gen. Caviglia di prendere la città con la di forza.
le truppe del Regio Esercito attaccarono le forze militari della autoproclamata Reggenza italiana del Carnaro, segnando l’inizio della fine dell’Impresa di Fiume.
I primi scontri iniziarono poco dopo mezzogiorno del 24 dicembre e dopo la tregua di Natale, la battaglia ricominciò il 26 dicembre. Di fronte alla resistenza dei Legionari, che si opponevano con mitragliatrici e granate, la Regia Marina ebbe l’ordine di bombardare le posizioni ribelli.
Le pesanti batterie della Regia Nave Andrea Doria, oltre alle installazioni militari, bombardarono anche il Palazzo del Governo, sede del comando dannunziano. Lo stesso D’Annunzio rimase lievemente ferito. Il bombardamento proseguì fino al 29 dicembre e provocò una trentina di morti e feriti anche tra la popolazione civile. Dopo sei giorni di scontri, battezzati “Natale di Sangue”, D’Annunzio decise la capitolazione. Così commentò: «Il delitto è consumato. Le truppe regie hanno dato a Fiume il Natale funebre. Nella notte trasportiamo sulle barelle i nostri feriti e i nostri morti. Resistiamo disperatamente, uno contro dieci, uno contro venti. Nessuno passerà, se non sopra i nostri corpi. Abbiamo fatto saltare tutti i ponti dell’Eneo. Combatteremo tutta la notte. E domani alla prima luce del giorno speriamo di guardare in faccia gli assassini della città martire”
Fine: lettera consegnata al sindaco Riccardo Gigante: «Io rassegno nelle mani del Podestà e del Popolo di Fiume i poteri che mi furono conferiti il 12 settembre 1919 e quelli che il 9 settembre 1920 furono conferiti a me e al Collegio dei Rettori adunati in Governo Provvisorio. Io lascio il Popolo di Fiume arbitro unico della propria sorte, nella sua piena coscienza e nella sua piena volontà… Attendo che il popolo di Fiume mi chieda di uscire dalla città, dove non venni se non per la sua salute. Ne uscirò per la sua salute. E gli lascerò in custodia i miei morti, il mio dolore, la mia vittoria.»
l 12 Novembre 1920 un accordo diretto siglato a Rapallo tra l’Italia e il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni aveva dato vita, mutilando parte dell’area portuale, allo Stato Libero di Fiume, che sorse con una propria Costituente regolarmente eletta ed ebbe un suo presidente nella persona di Riccardo Zanella
Dovranno passare ancora quattro anni: poi anche Fiume e Zara saranno Italiane. Il Vate, dopo il rifiuto di Mussolini a sostenerlo in quei fatali anni 1919-20 e il capovolgimento di fronte del 1920, ne ignorò l’autorità fino alla morte, seguito in questo dall’amico De Ambris.
Il 3 marzo 1922 legionari dannunziani rimasti in città e fascisti locali fecero cessare con un colpo di mano l’esperienza dello Stato Libero. Dopo aspri dissidi interni, il 27 gennaio 1924 si addivenne alla stipula con la Jugoslavia del Trattato di Roma, con il quale veniva riconosciuta l’annessione della città all’Italia.
Molti legionari, dopo la conclusione dell’avventura, si erano fermati a Fiume, integrandosi con la popolazione locale.
All’arrivo dei partigiani comunisti titini, il fatto di essere stati legionari o di aver fatto parte del movimento autonomista zanelliano fu buon motivo di fucilazione o infoibamento
Fra i più noti Riccardo Gigante, senatore e sindaco di Fiume.
Il 4 maggio ‘45 fu visto vivo per l’ultima volta alla periferia di Castua, legato insieme al maresciallo della Finanza Vito Butti. Si seppe poi che ambedue, insieme ad altri 10 sventurati, furono uccisi dai partigiani comunisti slavi senza processo, e i loro corpi gettati barbaramente in una fossa comune.
Gabriele d’Annunzio, quando decise di costruire il proprio mausoleo, al Vittoriale, scelse dieci amici, compagni in guerra e a Fiume, perché i loro resti circondassero la sua urna. Su un’urna, ancora vuota, era inciso il nome di Riccardo Gigante: sindaco di Fiume per 25 anni e senatore del Regno d‘Italia. I suoi poveri resti sono stati recentemente rinvenuti in una fossa comune, e grazie alla prova del DNA a cui si è sottoposto il discendente Dino Gigante, sono stati identificati. La Fondazione Vittoriale e la Società Studi Fiumani gli hanno dato finalmente degna sepoltura secondo il desiderio del Poeta. 15 febbraio 2020
La tomba di D’Annunzio, circondata da 10 urne di pietra: l’ultima ad accogliere una salma contiene dal 15 febbraio 2020 le spoglie di Riccardo Gigante
Con mia grande sorpresa , al Vittoriale degli Italiani, accanto alla bandiera di Trieste è issata una bandiera con lo stemma di Fiume, ma azzurra e non rossa, gialla e blu.
Ne è nata una discussione
Da: edber@studiober.com
Buongiorno. E’ molto che non vengo al Vittoriale. Mi dicono che vi sventola una bandiera sconosciuta. E’ a tutti noto che i colori della bandiera di Fiume, la città dei miei genitori, sono il rosso, il giallo e il blu (in realtà cremisi, oro e indaco) . Non so interpretare nemmeno quella color amaranto, che dovrebbe essere questa. Vi sarei molto grato di qualche spiegazione. Cordiali saluti. Edoardo Bernkopf
Da: Mostre – Il Vittoriale degli Italiani mostre@vittoriale.it Inviato: giovedì 25 agosto 2022 16:54 A: edber@studiober.com Oggetto: Re: I: bandiere
Gentilissimo dottor Bernkopf, trasmetto in allegato le immagini delle tre bandiere esposte. Rimanendo a disposizione le invio cordiali saluti . Franca Peluchetti. Ufficio Mostre Fondazione Il Vittoriale degli Italiani Via del Vittoriale, 22 25083 – Gardone Riviera (Brescia) tel. +39 0365 296524
Da: <edber@studiober.com> A: ‘Mostre – Il Vittoriale degli Italiani’ <mostre@vittoriale.it> Inviato: 25/08/2022 17:37 Oggetto: R: I: bandiere
Vi ringrazio: nella foto non vedevo la terza con l’Orsa: avete una foto con le 3 bandiere?. Comunque quella di Fiume non è mai stata azzurra. Come mai si è scelto questo colore? Oltretutto , finchè è stata italiana (siamo al Vittoriale!) , l’aquila aveva una sola testa. https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=pfbid032mSXjVdiqAgE4UikPHEihcsEYQsyVmzcB6ixnjyuB9VbNpJ8ErwvTrw1newS3ZJtl&id=111282227725968 Posso capire le due teste, ma il colore mi sembra proprio inadeguato. Cordiali saluti. Edoardo Bernkopf
Ho scritto anche via Messenger al profilo “Il Vittoriale degli Italiani”: Buonasera. Ho chiesto spiegazioni sulla bandiera di Fiume che sventola al Vittoriale: quella originale è rossa gialla a blu, non l’ho mai vista azzurra. La gentile Signora Franca Peluchetti mi ha risposto
Da: Mostre – Il Vittoriale degli Italiani <mostre@vittoriale.it> Inviato: venerdì 26 agosto 2022 09:41
A: edber@studiober.com Oggetto: Re: R: I: bandiere
Gentile dottore, il cambio colore non è una scelta ma dovuto all’esposizione al sole e agli eventi atmosferici; periodicamente le bandiere vengono sostituite proprio per questo motivo. Siamo in attesa della nuova fornitura e non appena la bandiera verrà issata le farò avere l’immagine.
Con l’occasione le invio cordiali saluti . Franca Peluchetti Ufficio Mostre, Fondazione Il Vittoriale degli Italiani Via del Vittoriale, 22 25083 – Gardone Riviera (Brescia) tel. +39 0365 296524
Da: edber@studiober.com edber@studiober.com Inviato: venerdì 26 agosto 2022 18:09
A: ‘Mostre – Il Vittoriale degli Italiani’ mostre@vittoriale.it Oggetto: R: R: I: bandiere
Gentile Signora, sinceramente da vecchio marinaio trovo stano che gli eventi atmosferici cambino i colori di una bandiera da tricolore ad azzurra. Attendo comunque la nuova fornitura e la foto che mi ha promessa, ma la prego di precisare al fornitore che i colori di fondo della bandiera di fiume devono essere il rosso, il giallo e il blu.
La ringrazio. Cordiali saluti. Edoardo Bernkopf
Il Vittoriale degli Italiani, risposta : Gentile sig. Bernkopf, Come indicato dalla collega (?), la bandiera esposta nel Parco del Vittoriale è l’attuale bandiera di Rijeka, con sfondo azzurro. Non si tratta della bandiera della Reggenza del Carnaro o del tricolore di Fiume. Tutte le bandiere issate nel Parco presentano i colori sbiaditi, essendo esposte quotidianamente agli agenti atmosferici. Per conoscenza Le inoltriamo una grafica con i colori originali dei vessilli. Distinti saluti
R: Gentile Signore, chiarito l’equivoco sul ruolo degli agenti atmosferici, peraltro davvero ininfluente, rimango allibito dalla sua risposta: “la bandiera esposta nel Parco del Vittoriale è l’attuale bandiera di Rijeka, con sfondo azzurro. Non si tratta della bandiera della Reggenza del Carnaro o del tricolore di Fiume”. Qual è stato il motivo che ha fatto decidere di far sventolare una bandiera di invenzione post bellica mai esistita prima, opera di quei Croati che da Fiume hanno costretto all’Esodo gli Italiani che avevano accolto D’Annunzio e i Legionari dell’Impresa di Fiume (al Vittoriale la si chiama forse Impresa di Rijeka?), anziché scegliere il tricolore rosso giallo e blu, bandiera fiumana per più di un secolo, che i fiumani esponevano orgogliosi assieme al tricolore italiano? Facciano i Croati ciò che vogliono a casa loro, ma al Vittoriale DEGLI ITALIANI nello stemma al centro del tricolore fiumano, l’aquila dovrebbe addirittura avere una sola testa, quale fu il simbolo araldico della Città finchè fu D’Annunziana, finchè fu italiana.
Non essendosi firmato, non so a chi scrivo, ma, ringraziandola della gentilezza, le sarei molto grato se mi indicasse il nome e il recapito del responsabile, persona o organismo (culturale, ammnistrativo, tecnico, politico ecc.) che ha deciso per l’incongrua bandiera straniera con fondo azzurro, al quale desidero inoltrare la mia protesta, nella speranza che venga fatta propria delle comunità degli Esuli e da tutti gli Italiani che mantengono ancora un minimo di conoscenza e consapevolezza per la propria storia, ma che sopratutto induca a rimediare all’errore grossolano. Distinti saluti. Edoardo Bernkopf
Paradossalmente, l’incongrua bandiera azzurra di Rijeka c’è solo al Vittoriale!
Da notare che la municipalità di Rijeka/Fiume, resistendo ai dinieghi espressi da Zagabria, con provvedimento del 20 maggio 2020 ha deliberato l’introduzione della bandiera storica fiumana del 1870 (vedasi qui a lato) che potrà sventolare accanto a quella ufficiale. Il drappo color cremisi, oro e indaco sarà esposto in maniera permanente sulla Colonna civica situata in piazza della Risoluzione fiumana e sulla facciata del palazzo comunale.
Sul tema della bandiera di Rijeka al Vittoriale credo si sia all’ultima puntata (si vedano le precedenti) con l’intervista che la Gazzetta di Parma ha fatto a Giordano Bruno Guerri, presidente della Fondazione Vittoriale, innescata dal dibattito “«a distanza» tra Edoardo Bernkopf, Guerri e Marino Micich, direttore dell’Archivio Museo storico di Fiume”. (vedansi la foto allegata e i post precedenti).
Ci sarebbe da dibattere ancora, ma c’è una frase che mi induce a chiudere in silenzio: la questione della bandiera di Rijeka issata al Vittoriale e dell’assenza di quella tricolore di Fiume viene definita dal Dottor GB Guerri come “condivisa sia dagli esuli istriani (come dimostra la lettera di Micich), sia da quelli dalmati, che vengono costantemente al Vittoriale e partecipano ai nostri eventi”. Sarebbe da contestarla, ma invece è pienamente confermata dal completo silenzio delle molte (troppe) associazioni rappresentative degli Esuli, dalle quali mi sarei aspettato un qualche intervento. Evidentemente la presenza al Vittoriale della bandiera di Rijeka e soprattutto “l’Esodo” dello storico tricolore fiumano sono condivisi. I Croati hanno ottenuto, oltre alla pulizia etnica, la pulizia cromatica, non solo in casa loro, ma addirittura al Vittoriale degli Italiani. E.B.
- Da quest’anno l’ultima urna rimasta vuota per 101 anni accoglierà la salma di Antonio Gottardo, nato a Grisignano (Vicenza) e morto a Fiume, Reggenza italiana del Quarnaro, durante il Natale di Sangue del 1920. Era sottufficiale dei Granatieri di Sardegna con il grado di sergente e capo della guardia di D’Annunzio. Anche a causa dei trattati tra Italia e Jugoslavia, era difficilissimo, se non impossibile, traslare le salme dei caduti ma c’è anche da dire che Gottardo a Fiume ci viveva, aveva sposato una donna di lì e sempre lì è nata sua figlia, tre giorni prima che Gottardo morisse il 26 dicembre 1920, nel momento più critico del Natale di Sangue, per un colpo sparato dall’incrociatore Andrea Doria contro il palazzo di Governo, che ferì alla testa lo stesso D’Annunzio. Fino a qualche settimana fa, Gottardo riposava nella cripta della chiesa annessa al cimitero monumentale di Cossala, a Fiume.
TRIESTE, 12 SET 2019 – E’ stata inaugurata nella centrale piazza della Borsa, a Trieste, la statua dedicata a Gabriele D’Annunzio.
2021 imbratta nuovamente la statua di D’Annunzio a Trieste, a riprova del detto ”La madre degli idioti è sempre incinta”, e anche quella degli ignoranti
Da parte croata si suole giudicare l’amministrazione italiana di Fiume penalizzante la popolazione slava. Non ci fu alcun esodo di croati da Fiume nel 1920
Censimento della popolazione di Fiume del 1918,: 28.911 italiani vi erano 10.927 slavi (croati, sloveni e pochi serbi).
Dopo l’Impresa di Fiume , con il passaggio della città all’Italia con il Trattato di Roma del 27 gennaio 1924, nel censimento del 1925 risultano in città 10.353 slavi. Nel censimento del 1940 si contano ben 11.199 residenti slavi. Pertanto parlare di 3mila o addirittura 5mila croati (a detta di un certo Marco Barone) andati via da Fiume per opera di d’Annunzio e dei suoi legionari sia una pura invenzione da parte croata, che non andrebbe presa in considerazione visto il palese responso dei censimenti citati. Dal 1918 al 1940 si registra invece a Fiume un lieve aumento della popolazione slava.



























































