02) Venezia- Mar Adriatico, Dalmazia e Oriente
Nell’828 il corpo di San Marco venne trafugato dai veneziani Buono da Malamocco e Rustico da Torcello ad Alessandria d’Egitto e portato a Venezia (dipinto di Jacopo Tintoretto, Venezia Galleria dell’Accademia), dove costituì il simbolo della nuova città, sostituendo il culto bizantino di San Teodoro.
Con l’elezione dal doge Pietro II Orseolo, che governò Venezia dal 991 d.C., le mire veneziane verso il controllo della terraferma Veneta diminuirono a favore di un maggior interesse verso il controllo del Mare Adriatico. Sua figlia Icella sposò re Stefano I di Croazia e il figlio Giovanni Orseolo sposò Maria, nipote dell’imperatore d’Oriente Basilio II.
I contrasti con l’Impero bizantino furono risolti con il rilascio della Crisobolla del 992 da parte dell’imperatore Basilio II. In cambio i veneziani si impegnarono a trasportare le truppe bizantine nell’Italia meridionale. L’editto imperiale garantiva ai commercianti veneziani una forte riduzione delle tasse a cui erano soggetti gli altri mercanti e gli stessi bizantini.
Il 9 maggio dell’anno 1000, giorno della “Sensa”(l’Assunzione di Maria Vergine), partì da Venezia una formidabile flotta militare personalmente comandata dal Doge Pietro II Orseolo, chiamato in Istria e Dalmazia dalle città di tradizione illirico-romana (che parlavano il dalmatico, idioma molto simile alla lingua veneta, che finirà per sostituirlo), per liberare le città latine della sponda orientale dell’Adriatico dalle vessazioni di numerosi gruppi di pirati narentani, spalleggiati dalle popolazioni dell’interno ed in certi periodi anche dagli ungheresi e dall’Impero. Il Doge da un lato confermò il formale dominio bizantino, ma in realtà assicurò la sovranità veneziana marittima su tutto l’adriatico.
Per la prima volta le navi veneziane battevano la bandiera di San Marco, segno di sostanziale autonomia e indipendenza pur nel formale ossequio a Bisanzio. Pietro II Orseolo ricevette l’omaggio delle città istriane rivierasche e delle isle dalmate, fino a Ragusa, che rimarrà però indipendente. Imponenti furono le manifestazioni di gioia del popolo di Ossero, Veglia, Arbe, Zara, Zaravecchia, Isola Lunga, Incoronate, Traù, Spalato, Vergada e Ragusa stessa.
In quell’occasione il doge Orseolo ricevette dall’Imperatore d’Oriente il titolo di “Dux Dalmatiae”, dando inizio all’espansione coloniale di Venezia. Soccorse Bari liberandola dall’assedio saraceno, e regolò anche i rapporti con l’imperatore d’Occidente Ottone III di Sassonia, giunto a Pomposa con la scusa ufficiale di cure termali.
Il doge Orseolo istituì anche la cerimonia dello “Sposalizio del mare” ancora oggi celebrata. Venezia aveva di già un forte controllo sul mare Adriatico, ulteriormente rinforzato dalla spedizione del figlio di Pietro, Ottone Orseolo, che nel 1018 organizzò una spedizione simile a quella che aveva intrapreso il padre un ventennio prima: al comando di una flotta, toccò le principali città e isole della costa adriatica perché vescovi, clero e cittadini rinnovassero il loro giuramento di fedeltà nei confronti di Venezia, in perfetta sintonia con la madrepatria Bisanzio.
Nel Mediterraneo Venezia rivaleggiava con Genova, e il suo predominio sull’Adriatico, con l’eccezione di Ancona e Ragusa, rimaste indipendenti e alleate fra loro, era tale che i veneziani lo indicavano con il nome di “Golfo di Venezia”, in quanto dominio esclusivo dei navigatori veneziani.
La creazione dello Stato da Mar iniziò con l’espansione in Dalmazia e raggiunse la sua massima estensione territoriale con la conclusione della Quarta Crociata del 1204
Dopo l’iniziale proclamazione da parte di papa Innocenzo III (1198), la quarta crociata (1202-1204) partì in ritardo a causa di numerosi disaccordi tra i cristiani. Venezia aveva fornito gran parte delle navi impiegate nel trasporto di più di 30.000 uomini (circa 1200 navigli), chiedendo il pagamento di 85000 marchi d’argento. I crociati, però, non erano in grado di pagare quanto pattuito. Il pragmatismo veneziano fece escogitare una particolare forma di pagamento: Il doge di Venezia Enrico Dandolo, che pur vecchio e quasi cieco si imbarcò nella spedizione, confermò il trasporto in cambio dell’aiuto nella riconquista della città dalmata di Zara, ribellatasi nel 1183 all’autorità veneziana e postasi sotto la protezione del papa e del Regno d’Ungheria Croazia e Slavonia guidato dal potente e bizantineggiante sovrano Béla III Arpàd, che vi aveva fatto affluire un importante contingente militare. Anche Pisa si era schierata a difesa di Zara. Poiché i crociati acconsentirono alla conquista di Zara (1202), Innocenzo III li scomunicò, per aver attaccato una città cristiana, ma concesse poi il perdono purchè si procedesse per la crociata.
Nel corso dei lavori di restauro dell’edificio della vecchia Scuola Tecnica di Zara sono tornati alla luce i resti della porzione della cinta muraria che un tempo collegava i bastioni Moro e Grimani. Lo ha reso noto il Dipartimento per l’archeologia dell’Università di Zara. La fortificazione era stata demolita nel 1907, come testimoniato da una lapide tutt’oggi presente sul bastione Grimani.
Le mura difensive di Zara, quali testimonianze delle “Opere di difesa veneziane tra XVI e XVII secolo: Stato da Terra-Stato da Mar occidentale”, figurano dal 2017 nella Lista dei patrimoni dell’umanità stilata dall’Unesco.
Fu a Zara che Dandolo incontrò Alessio Angelo di Bisanzio, figlio del detronizzato Isacco II, che gli chiese aiuto per rovesciare l’usurpatore Alessio (Alessio anche lui), fratello di Isacco, che aveva occupato il trono di Costantinopoli, dopo aver accecato e imprigionato Isacco II. I crociati ripresero il mare verso oriente, ma deviarono per Costantinopoli che fu espugnata e saccheggiata brutalmente. In questa occasione la Serenissima si appropriò dei cavalli di bronzo di epoca ellenistica (i Cavalli di San Marco), esposti dal 1254 (oggi in copia) sulla terrazza della facciata della Basilica di San Marco. I territori bizantini vennero a questo punto divisi tra i Veneziani (che avevano fornito le imbarcazioni per l’impresa) ed i crociati.
Con il trattato della Partitio terrarum imperii Romaniae (Romania era la denominazione latina dell’impero bizantino), Venezia acquisiva tre ottavi dell’Impero d’’Oriente. In questo modo Venezia si impadronì di un dominio commerciale corrispondente a tutto il Mediterraneo orientale, incluse moltissime isole dell’Egeo (in particolare Creta ed Eubea, anticamente chiamata anche Negroponte), e numerosi avamposti fortificati nella terraferma greca.
Mappa della rete commerciale e dei possedimenti della Repubblica di Venezia tra il XV e il XVI secolo, nel periodo di massima espansione
Il governo di Venezia si evolveva progressivamente in senso oligarchico. Anche se il numero dei membri eletti del Consiglio Maggiore era costantemente aumentato prima a 60, e poi a 100 membri, nel 1297, con la Serrata del Maggior Consiglio, l’accesso al Consiglio divenne progressivamente ereditario e non più elettivo, e chiuso ad un numero ristretto di famiglie nobili.
Nel 1298 una squadra navale genovese al comando di Lamba Doria inferse una terribile sconfitta nelle acque di Curzola alla flotta veneziana comandata da Andrea Dandolo, che preferì uccidersi spaccandosi in cranio contro il banco della galea alla quale il vincitore lo aveva incatenato. Marco Polo, tornato dall’oriente, si trovava su una delle navi veneziane sconfitte dai genovesi nella battaglia di Curzola. Fu catturato dai genovesi, e durante la prigionia incontrò Rustichello da Pisa, che era stato fatto prigioniero nella battaglia della Meloria (1284) vinta dai genovesi sui pisani. Rustichello lo aiutò nella scrittura del” Milione”, il resoconto del suo lungo viaggio in estremo oriente.
Tra il 1378 ed il 1381 il contrasto con Genova, che aveva già causato qualche occasionale e limitato scontro militare, deflagrò in aperto conflitto, che prese il nome di “Guerra di Chioggia”, in quanto i Genovesi riuscirono ad occupare anche vaste zone lagunari, compresa Chioggia. Alla fine, però, la vittoria arrise ai Veneziani, che riuscirono a riprendersi Chioggia e le città lagunari, istriane e dalmate che erano cadute in mani genovesi. Nel 1381, grazie alla mediazione Amedeo VI di Savoia, il Conte Verde, i rappresentanti di tutti i belligeranti si riunirono a siglare la Pace di Torino.
Nel 1409 durante la guerra civile per la corona ungherese tra il re-imperatore Sigismondo di Lussemburgo e Ladislao di Napoli, del ramo napoletano degli Angiò, quest’ultimo, con un patto firmato nella chiesa di San Silvestro (lo ricorda una lapide posta dalla Società Dalmata di Storia Patria nel 2003) vendette i suoi “diritti” sulla Dalmazia alla Repubblica veneziana per la modica somma di 100.000 ducati. Gli Angiò mantennero peraltro nel loro blasone lo stemma della Dalmazia , con i tre leopardi incoronati su fondo azzurro.
Successivamente Sigismondo cercò di recuperare il territorio ma le sue truppe furono sconfitte nella battaglia di Motta di Livenza nel 1412 (da non confondersi con l’omonima battaglia , perduta rovinosamente da Venezia nel 1513 durante la Guerra di Cambrai). Alla fine anche Sigismondo confermò il dominio veneziano sulla Dalmazia, dietro pagamento di ulteriori 10 000 zecchini.
Il 31 Luglio 1409 con la Santa intrada, le insegne di San Marco fecero ingresso solenne nel Duomo di Zara ed il successivo 5 Settembre la città di Zara, capitale della Dalmazia , sottoscrisse l’Atto di Dedizione alla Serenissima.
La Serenissima acquisì il controllo dell’intera area nel 1420 (ad eccezione della Repubblica di Ragusa), che rimase sotto il dominio veneziano per un periodo di 377 anni (1420–1797).
I Turchi conquistarono definitivamente il decadente Impero Bizantino. Tessalonica, seconda città dell’Impero di Oriente, cadde nel 1430: sette anni prima Venezia ne era entrata in possesso mentre, già da un anno era sotto assedio da parte dei Turchi. Le era stata venduta per 50.000 ducati dal Despota Andronico Paleologo (della famiglia imperiale), nella speranza che questa riuscisse ad evitare la conquista musulmana, salvando la popolazione degli inevitabili massacri. I Veneziani tennero la città sino al marzo 1430, quando questa venne infine presa dagli Ottomani. La stessa Costantinopoli cadde nel 1453. Con la scomparsa dalla scena politica europea dell’Impero Bizantino, Venezia dovette impegnarsi nella difesa dei propri territori orientali.
La guerra alla pirateria: Narentani e Uscocchi
Una spina nel fianco per gli interessi veneziani in Adriatico fu a lungo costituita dai pirati narentani, che costituivano una enclave di croati pagani non convertiti ritiratisi verso occidente dall’interno fino al mare per la spinta esercitata dai turchi. Si erano insediati alla foce del fiume Narenta (Neretva) e nelle isole di Brazza, Curzola, Lagosta, Lesina, Lissa e Meleda. Dediti alla pirateria, si spingevano in incursioni sulle città rivierasche della Dalmazia , ma anche in Italia. Venezia li combattè con alterne vicende. Nell’887 il doge Pietro Candiano, al comando di una spedizione punitiva, fu sconfitto e ucciso a Macarsca, vendicato d Pietro Candian III che nel 943 inseguì e giustiziò a Caorle i Narentani che avevano compiuto un’incursione al Lido, e rapito alcune giovani veneziane.
Nl 996 Pietro II Orseolo nel 996 li sconfisse a Lissa, e successivamente, durante la già ricordata spedizione dell’anno 1000, inferse un duro colo ai Narentani: le isole di Cazza e Lagosta, che rifiutarono di sottomettersi, furono conquistate a forza e Lagosta distrutta.
Poiché però la pirateria dei narentani non cessava, il papa Onorio III nel 1221 indisse addirittura una crociata contro questa enclave, rimasta pagana a differenza degli altri Croati, senza però risultati definitivi. Successivamente nel 1278 i Narentani persero le ultime isole: Brazza, Lesina e Lissa; infine Venezia riuscì a conquistare la piazzaforte narentana di Almissa nel 1444, chiudendo definitivamente la partita.
Successivamente altri pirati infestarono l’Adriatico. Gli Uscocchi erano guerrieri croati che in diversi modi contrastavano l’avanzata dei Turchi. Sospinti progressivamente verso occidente, giunti al mare si insediarono a Segna, dedicandosi alla guerra corsara contro i Turchi, ma poi attaccando anche navi commerciali dei paesi che con i turchi intrattenevano rapporti, Venezia e Ragusa comprese. La partita era resa difficile dalla protezione che agli Uscocchi assicurava l’Impero, che ne apprezzava l’attività corsara contro i Turchi. Pur mantenendo connotati vagamente religiosi, l’attività piratesca degli Uscocchi si arricchì per l’arrivo di sbandati e avventurieri attirati dalla prospettiva di bottino.
Nel XVI secolo fecero la comparsa in Adriatico i pirati Uscocchi, ladroni di ogni razza fuggiti dai territori occupati dai turchi. Si misero a servizio dell’Austria per combattere in mare Venezia e l’Istria veneziana. Assediarono nel 1599 Fianona nella lotta per il contrabbando del sale. A difendere la città c’era l’eroe veneziano Gasparo Calavani che combatté valorosamente e alla fine, davanti alla preponderanza dei pirati, preferì morire scorticato vivo piuttosto che rinnegare la fedeltà al vessillo di S. Marco.
I soliti ignoti hanno rimosso o distrutto il leone di Fianona e hanno martellato il testo della lapide
Solo nel 1617 con il Trattato di Madrid che pose fine alla Guerra di Gradisca, che era scoppiata proprio per le azioni piratesche degli uscocchi, Venezia e l’Austria si accordarono per eliminare la loro ostile presenza a Segna, trasferendoli all’interno e bruciando le loro navi.
Guerra dl Cambrai. Tra il 1508 e il 1516 Venezia fu coinvolta in una guerra di vasta portata, a cui presero parte le principali potenze europee dell’epoca, che avevano stretto a Cambrai un patto segreto volto a piegare la Serenissima. Contro la Repubblica di Venezia si coalizzarono Il Regno di Francia e lo Stato Pontificio (Gulio II), e a questi si affiancarono quasi tutte le maggiori potenze dell’Europa occidentale dell’epoca (il Regno di Spagna, il Sacro Romano Impero, il Regno d’Inghilterra, il Regno di Scozia, il Regno di Ungheria), oltre a diversi stati minori (il Ducato di Milano, la Repubblica di Firenze, il Ducato di Ferrara, il Ducato di Urbino, il Marchesato di Mantova e i cantoni svizzeri). Venezia dovette affrontare da sola questa smisurata alleanza.
La disastrosa sconfitta dell’esercito veneto comandato da Bartolomeo D’Alviano ( o Liviano nell’immagine a destra ) ad Agnadello nel 1509 segnò l’inizio della decadenza di Venezia, anche se la guerra finì senza gravi perdite territoriali.
Dopo Agnadello, infatti, Venezia non si arrese, e fu favorita dal fatto che le alleanze dei nemici si ruppero e si rovesciarono. Una “Lega Santa” antifrancese, voluta dallo stesso Giulio II, alla quale Venezia partecipò con Inghilterra, Spagna, Papato e Impero, cacciò i francesi. Venezia si rivolse quindi contro gli Imperiali, che reclamavano varie città e territori del Veneto. Alla fine, grazie a vari scontri favorevoli, Venezia poteva consolidare il proprio dominio nell’entroterra. Con la sconfitta di Agnadello era comunque iniziata la decadenza della Repubblica, che fu però lunga e splendida per tre secoli, durante i quali Venezia divenne la città più bella d’Europa, dove tutti sognavano di venire e di fermarsi a vivere.
Le 7 guerre Turco-Veneziane
Tra il 1463 e il 1718 Venezia combattè ben 7 guerre contro i Turchi. Nonostante alcuni sprazzi vittoriosi, i confini del suo impero marittimo ne risultarono progressivamente ridotti.
Nella prima, tra il 1463 e il 1479 la Serenissima perdette Negroponte (Eubea), parte delle Cicladi, Lemno e parte dell’Albania veneta. Le perdite furono però compensate dall’acquisizione del Regno di Cipro, ceduto a Venezia dalla regina Caterina Corner, che ebbe in cambio dalla Repubblica il feudo di Asolo, dove trasferì una piccola ma splendida corte.
Anche la Seconda e la Terza si conclusero con ulteriori perdite territoriali di Venezia, che nel 1540 , perduto il Peloponneso, manteneva nell’Egeo solo Tinos e la Sporadi.
La quarta guerra scoppiò nel 1570 a seguito dell’invasione del Regno di Cipro, colonia veneziana, da parte di Selim II . L’Occidente diede luogo ad una “Lega Santa” tra Venezia, Genova, Malta, il Papato, il Sacro Romano Impero e il Regno di Spagna, che però non impedì la perdita dell’isola. Il 1º agosto 1571, dopo lungo assedio, il comandante Marcantonio Bragadin accettò di arrendersi, ma contravvenendo ai patti , i turchi operarono un brutale massacro dei difensori e torturarono a morte Bragadino, scorticandolo vivo. Seguì la battaglia di Lepanto, nella quale la flotta ottomana venne quasi completamente distrutta. Dopo la vittoria, però, emerse il timore di Filippo II di Spagna di avvantaggiare eccessivamente Venezia, il che vanificò gran parte del successo. La flotta turca venne rapidamente ricostruita.
Nel 1571, assedio di Famagosta, difesa da Marcantonio Bragadino e perdita di Cipro. In quello stesso anno battaglia di Lepanto,
Il 7 ottobre 1571 nelle acque di Lepanto molteplici erano gli istriani e i dalmati che combatterono sotto le insegne della Serenissima Repubblica di Venezia nella flotta della Lega Santa che sconfisse l’Impero Ottomano: Alvise Cippico da Traù, comito della galea n. 39 dell’ala destra: per insegna “una donna con un mazzo di serpi in mano”. Giovanni de Dominis, comito del legno di Arbe, posta al n. 40 dell’ala destra: “San Giovanni con la Croce in mano”. Cristoforo Lucich, comandante la galea di Sebenico, n. 22 della retroguardia: “San Giorgio a cavallo”. Girolamo Bisanti da Cattaro, comito della galea n. 10 del corno destro : “San Trifone con una città in mano”. Giovanni Balzi da Lesina, galea n. 24 del corno sinistro: “San Girolamo”. Domenico di Tacco istriano, comito della nave n. 15 del corno sinistro: “Liona con mazza”, il cui equipaggio era costituito in prevalenza da capodistriani. Colane Drascio di Cherso, comito della galea n. 8: “Nicolò la corona”. Perasto “fedelissima” era, inoltre, presente con i gonfalonieri stretti attorno al gonfalone della nave ammiraglia della Serenissima: erano dodici e otto di essi caddero in battaglia. Sul contributo della Dalmazia:
Alla Battaglia di Lepanto parteciparono per la parte cristiana 204 galee e 6 galeazze.
Ripartizione della flotta: Veneziana (108 galee, 6 galeazze); napoletana (31 galee); genovese (28 galee); Tosco-papale (12 galee); spagnola (9 galee determinate, 3 galee possibili); Siciliana (7); maltese (3); Savoiarda (3).
Galee istriane e dalmate
Tra le 108 galee veneziane, 1 galea fu inviata dall’Istria e 8 galee dalla Dalmazia, sebbene solo 7 delle galee dalmate parteciparono alla battaglia. I capitani ei nomi delle galee istriana e dalmata erano i seguenti:
Istria (1 galea):
- “Leone” di Capodistria sotto il capitano Domenico del Tacco e il vicecapitano Giulio Cesare Muzio.
Dalmazia (8 galee):
- “Cristo Resuscitato” di Veglia sotto il capitano Lodovico Cicuta.
- San Nicolò di Cherso sotto il capitano Colane Drascio.
- “San Girolamo” di Lesina del Capitano Giovanni Balzi.
- “San Giovanni” di Arbe sotto il capitano Giovanni de Dominis.
- “La Donna” di Traù del capitano Alvise Cippico (Luigi Cipoco).
- “San Trifone” di Cattaro sotto il capitano Girolamo Bisanti.
- “San Giorgio” di Sebenico sotto il capitano Cristoforo Lucich.
L’ottava e ultima galea dalmata, inviata da Zara e guidata dal capitano Pietro Bertolazzi, fu catturata dagli Ottomani il 15 luglio 1571 al largo di Corfù e non giunse mai a Lepanto.
La galea istriana Leone e le galee dalmate Cristo Resuscitato , San Nicolò e San Girolamo facevano parte dell’ala sinistra tra le galee venete; le galere San Giovanni , La Donna e San Trifone facevano parte dell’Ala Destra tra le galee veneziane; e la galea San Giorgio faceva parte della Retroguardia/Riserve tra le galee venete. La maggior parte dei membri dell’equipaggio di Cristo Resuscitato , San Nicolò e San Giovanni furono uccisi e non fecero più ritorno a casa. La Donna , San Trifone e San Giorgio furono affondate dagli Ottomani. Solo San Girolamo e Leone sopravvissero alla battaglia e poterono rientrare nei rispettivi porti di Lesina e Capodistria.
Revisionismo slavo recente
Come per tutto ciò che riguarda l’Istria e la Dalmazia (la sua storia, il suo patrimonio, la sua cultura, arte, letteratura, personaggi, ecc.), i revisionisti croati si sono recentemente agganciati alla battaglia di Lepanto come se fosse la loro, e hanno cercato di riscrivere la storia, sostenendo che le galee dalmate a Lepanto rappresentassero il “contributo croato” e che gli uomini a bordo di quelle navi che combatterono e morirono fossero “croati”. Questo fa parte del genocidio culturale in corso dell’Istria e della Dalmazia, in cui gli slavi stanno tentando di cancellare tutte le memorie italiane e romanze di quelle antiche regioni latine, che furono annesse alla Jugoslavia comunista dopo la seconda guerra mondiale. Solo perché l’Istria e la Dalmazia sono oggi abitate principalmente da croati, i revisionisti moderni pretendono che i croati fossero anche i primi abitanti di queste regioni in passato, e che quindi i croati abbiano contribuito in modo significativo alla battaglia di Lepanto: entrambe queste contese sono false.
Dal secolo scorso i nomi italiani delle galee dalmate vengono artatamente croatizzati: San Girolamo viene chiamato Sv. Jerolim ; San Giovanni Sv. Ivan ; La Donna è denominata Žena, ecc. Anche i nomi dei comandanti veneziani sono stati croatizzati: Lodovico Cicuta è stato cambiato in Ljudevita Čikute; Giovanni Balzi cambiato in Ivan Baki o Balzija; Giovanni de Dominis è cambiato in Ivan de Dominis, Alvise Cippico in Alojzije Cipćić, ecc.
La croatizzazione di Giovanni de Dominis è particolarmente audace e oltraggiosa, considerando l’importanza della sua famiglia. Giovanni de Dominis era il nonno dell’eretico italiano Marco Antonio de Dominis, vescovo di Segna e arcivescovo di Spalato. Entrambi questi uomini appartenevano alla famiglia De Dominis, nobile famiglia veneziana di antica origine romana originaria di Arbe in Dalmazia. A questa stessa famiglia apparteneva anche lo statista italo-americano John Owen Dominis, principe consorte del Regno delle Hawaii. Nacque a New York dal famoso capitano di mare italiano Giovanni Dominis di Trieste (che in seguito cambiò nome in John una volta stabilitosi negli Stati Uniti), e da madre americana Mary Jones. Tutte le fonti contemporanee descrivono John Owen Dominis ei suoi antenati come italiani.
Altrettanto falsa e scandalosa è la croatizzazione di Alvise Cippico. I Cippico erano un’antica famiglia italiana che si trasferì in Dalmazia nel 1232 ed entrò a far parte della nobiltà di Traù. L’ultimo esponente di spicco di questa antica famiglia nobile, Antonio Cippico (nato a Zara, 1877), è stato un politico italiano e senatore del Regno d’Italia. Fu anche fondatore ed editore – insieme al cognato Arnolfo Bacotich (nato a Spalato, 1875) – della pubblicazione dalmata italiana ‘ Archivio storico della Dalmazia’. La loro collezione è nota come Collezione Cippico-Bacotich, che è una delle più importanti raccolte di manoscritti relativi agli italiani dalmati tra il XVII e il XX secolo. La famiglia Cippico è stata italiana per secoli, e nelle ultime fasi della sua esistenza è stata guidata da un irredentista che ha sostenuto l’unificazione della Dalmazia e dell’Italia. Ma dalla seconda metà del XX secolo, improvvisamente, la famiglia Cippico viene chiamata “croata” dai nazionalisti croati nel disperato tentativo di legarsi a un famoso evento storico come la Battaglia di Lepanto.
NB: Wikipedia : Alvise Cippico or Ivan Cippicus (16 September 1456 – 2 March 1504) was a Roman Catholic prelate who served as Archbishop of Zadar (1503) and Bishop of Famagusta (1488–1503).
Dopo la fine della battaglia di Lepanto furono pubblicate numerose opere contenenti i nomi dei partecipanti; quasi tutti i nomi sono italiani, con una minoranza di nomi spagnoli e greci, ma non sono stati registrati nomi slavi. Nessuna delle versioni croate moderne dei nomi può essere trovata in nessun libro nemmeno prima del XX secolo, mentre tutti i nomi italiani sono registrati nei testi e nei documenti originali del XVI secolo. Alcune delle importanti fonti storiografiche del periodo, tra molte altre, sono:
‘ Memoria della felicissima vittoria ‘ (1571) di Don Giovanni d’Austria;
‘ Il vero ordine delle due potente Armate Christiana et Turcha nel modo si apresentorno alla loro Battaglia ‘ (1571) di Giovan Francesco Camocio;
‘ Historia delle cose successe dal principio della guerra mossa da Selim Ottomano a Venetiani ‘ (1572) di Gianpietro Contarini;
‘ Historia nova, nella quale si contengono tutti i successi della guerra turchesca ‘ (1572) di Emilio Maria Manolesso;
‘ In foedus et victoriam contra Turcas ‘ (1572) di Pietro Gherardi;
‘Historia universale dell’origine et imperio dé Turchi ‘ (1582) di Francesco Sansovino;
‘ Vita Del Gloriosissimo Papa Pio Qvinto ‘ (1586) di Girolamo Catena.
Non ci sono fonti croate contemporanee sulla battaglia di Lepanto. Esistono fonti italiane e spagnole, ma croate no.
Dalla fine della battaglia nel 1571 furono pubblicati molti libri in italiano contenenti poesie, canti, resoconti storici e celebrazioni in memoria della vittoria di Lepanto; ma non esiste nulla del genere in croato. Esistono canti italiani e canti in dialetti italiani risalenti al 1571, come ad esempio i tanti canti contenuti in ‘ Canzone nella felicissima vittoria Christiana contra infideli ‘ (‘ Canzoni della felicissima vittoria cristiana contro gli infedeli’), pubblicato a Venezia nel 1571. La musica fu composta anche da compositori italiani come Andrea Gabrieli, Giovanni Croce e Ippolito Bacusi. Tuttavia, nulla è stato pubblicato in croato né composto da croati.
Negli anni successivi alla Battaglia furono realizzati numerosi dipinti, affreschi e opere d’arte di artisti italiani per commemorare la vittoria, tra cui artisti come Paolo Veronese, Tintoretto, Giorgio Vasari, Luca Cambiaso, Jacopo Ligozzi e Carpoforo Tencalla. Tuttavia, ancora una volta, non c’erano dipinti o opere d’arte croate per celebrare la vittoria “croata” a Lepanto.
Ogni anno dal 1572 fino allo scioglimento della Repubblica di Venezia nel 1797, il Doge di Venezia organizzò una processione annuale presso la Chiesa di Santa Giustina per celebrare la vittoria a Lepanto. Tra i croati non esistevano mai tali fasti e circostanze o tradizioni celebrative in ricordo di Lepanto.La ragione di tutto ciò è che la battaglia di Lepanto non fa parte della storia croata e non è mai stata parte della storia o della memoria croata (cioè non fino alla nascita del revisionismo jugoslavo e croato moderno). La verità storica è che la battaglia di Lepanto fa parte della storia italiana e dalmata – non della storia croata – e appartiene solo alla storia della Dalmazia in virtù del fatto che la Dalmazia fa parte della storia veneziana e italiana. Fino al XX secolo Dalmazia e Croazia erano due entità distinte; la storia e il patrimonio della Dalmazia non appartengono alla Croazia.
Nel 1984 il cantante folk croato Ljubo Stipišić, prendendo parte a questo fenomeno revisionista, registrò la canzone ‘ Kod Lepanta, sunce moje ‘ (‘ A Lepanto, il mio sole ‘), che include il seguente testo:
“ Osan galij ‘z naših misti suprostiva turskin brodin ” (“ Otto galee dalla nostra patria contro la flotta turca ”).
La canzone è un panegirico piangente a Lepanto, con implicazioni che le galee veneziane della Dalmazia fossero “galee croate” e che i marinai a bordo delle galee fossero “marinai croati”. Viene spesso affermato anche dai croati che si tratti di un “antico canto popolare croato dedicato alla battaglia di Lepanto”, quando in realtà i testi croati furono scritti per la prima volta solo nel 1984. La canzone rivela la palese disonestà e l’atteggiamento revisionista di molti croati oggi che cercano di reinterpretare la storia della Dalmazia alla luce della sua attuale composizione etnica e del suo status politico, ignorando la sua composizione storica etnica, la cultura storica italiana e la storia italiana.
Per fare un ultimo esempio: una replica in miniatura della galea San Girolamo da Lesina è in mostra al Museo Marittimo Croato di Spalato, inaugurato nel 1997; licenza artistica altamente fantasiosa ha permesso all’artista croato di raffigurare la galea con una vela croata a scacchiera bianca e rossa , come lo stemma croato, che ovviamente non esisteva sulla nave originale, che era di Lesina veneziana.
Gli italiani, compresa la popolazione italiana della Dalmazia, hanno sempre celebrato e commemorato la battaglia di Lepanto come un evento sia religioso che personale, poiché ha coinvolto sia la religione cattolica che il valore e la morte di molti italiani, compresi gli italiani dalmati. I croati, invece, fino a tempi recenti non avevano tale memoria popolare di Lepanto. Letteratura, canti e memoriali in commemorazione della battaglia di Lepanto non sono mai esistiti in lingua croata fino al XIX secolo, quando i canti popolari italo-dalmati locali e i testi veneziani furono tradotti in croato da coloro desiderosi di rubare la cultura, il patrimonio e la memoria italiana Dalmazia e proclamarlo “slavo”.
Oltre alla perdita della Morea (Peloponneso)
(1540) e di Cipro (1569-73),
anche Candia (Quinta guerra)
andò perduta dopo una più
che ventennale lotta
(1645-69).
Negli ultimi decenni del 17° secolo, Francesco Morosini nel 1684 (Sesta guerra) riconquistava la Morea (il Peloponneso), che tornava a Venezia con la Pace di Carlowitz (1699).
Nella Settima guerra, però, con la Pace di Passarowitz (1718) Venezia dovette cedere nuovamente la Morea e quanto possedeva ancora nell’Egeo. Nella seconda metà del 18° secolo, malgrado le imprese di Angelo Emo, ultimo “capitàn da mar” contro il Bey di Tunisi, e il bombardamento di Sfax, Tunisi e Biserta, che peraltro non esitò in una resa dei barbareschi, la potenza veneziana era ormai finita, e la città lagunare era divenuta per gli Europei del 18° secolo soprattutto uno splendido polo di attrazione culturale.
batterie galleggianti ideate da Emo per superare i bassifondi ed avvicinare le artiglierie alle mura
Nel 1700 Venezia aveva infatti ormai perso il suo ruolo politico e militare nel Mediterraneo Orientale e nell’Egeo, e difendeva i suoi possedimenti nell’Adriatico, la cui porta di ingresso era sorvegliata dall’isola di Corfù, che già nel del 1537 aveva resistito all’assedio del sultano Solimano il Magnifico, all’epoca alleato con i francesi in chiave antispagnola e anti veneziana.
Nel 1737 i turchi, al comando di Alì Silahdar Pashà decisero di assediarla, ma dopo una serie di sanguinosi attacchi alle mura, respinti dalle eterogenee truppe al comando di un abile generale prussiano, Johann Matthias von der Schulenburg,( nell’immagine a destra ) si ritirarono. Antonio Vivaldi celebrerà questa che fu fra le ultime vittorie della Serenissima con un bellissimo oratorio: https://videopress.com/v/G65N98hS?fbclid=IwAR2PEabkciL6IuBG916KMQtp7tKSjlG0sag-qOnO_GbTOr3oPD_TLIaJLkI
https://www.youtube.com/watch?v=XhMhFK71bVk
La ritirata turca da Corfù è legata anche alla vittoria del Principe Eugenio di Savoia che, alla guida dell’esercito imperiale, aveva disfatto i Turchi a Petrovaradin, in Serbia, sulle rive del Danubio
Durante il dominio veneziano, in tutto il territorio dell’Istria, delle Isole del Quarnero e della Dalmazia gli italiani avevano avuto il predominio politico ed economico ed avevano dato il tono culturale.
Nel 1796 Il Generale Bonaparte , battuti in più riprese i Sardo-Piemontesi e gli Austriaci, violò la neutralità Veneziana, instaurando nella città un comitato di salute pubblica , di ispirazione giacobina.
Il Bucintoro, nave simbolo della Serenissima, fu dato alle fiamme e affondato nel bacino di San Marco
Il 12 maggio 1797 si svolse a Venezia, nel Palazzo Ducale, l’ultima tragica riunione del Maggior Consiglio, durante la quale la Serenissima Repubblica dichiarò la propria fine: fu la conclusione dell’anacronistica strategia veneta di neutralità disarmata e della condotta spietata di Napoleone. Il 16 maggio venne creato un governo provvisorio (del quale l’ex Doge rifiutò di far parte) e, per la prima volta, sfilarono in Piazza San Marco truppe nemiche. La dominazione francese durò ben poco, poiché, con i preliminari di Campoformio conclusi il 17 ottobre all’una dopo mezzanotte, i francesi cedettero Venezia agli austriaci, che la tennero fino al 1966 (terza guerra d’indipendenza).
Mentre stava deponendo le insegne del potere, l’ultimo doge Ludovico Manin venne severamente apostrofato da Francesco Pisani con queste parole: “Tolé su el corno (il copricapo di foggia frigia, simbolo del potere dogale) e andé a Zara“, esortandolo così a non abdicare, ma a rifugiarsi col governo in Dalmazia, terra fedelissima a Venezia. Se a Venezia una parte della popolazione si agitò per qualche ora al grido di ‘San Marco’, in Dalmazia l’emozione per la caduta della Repubblica fu vivissima: la disillusione, la rabbia e lo sconcerto per l’ineluttabilità della situazione si impadronirono dei dalmati. A Zara il gonfalone purpureo è portato in processione per l’ultima volta da tutta la popolazione,
Il breve periodo di occupazione delle forze rivoluzionarie sarà però ricordato per le razzie e le rapine che portarono a Parigi circa 20.000 opere d’arte, tra le quali i quattro cavalli della Basilica (innalzati sull’arco di trionfo del Carrousel), cavalli che poi, dopo Waterloo, l’Austria si farà restituire.
Il 17 ottobre 1797, venne firmato il trattato di Campoformio: i territori della repubblica di Venezia, ancora formalmente esistente sotto il governo della Municipalità Provvisoria, furono consegnati all’Austria.
“Da colli Euganei, 11ottobre 1797 . Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resta che per piangere le nostre sciagure, e la nostra infamia. Il mio nome è nella lista di proscrizione, lo so: ma vuoi tu ch’io per salvarmi da chi m’opprime mi commetta a chi mi ha tradito?”
dalle “ Ultime lettere di Jacopo Ortis” di Ugo Foscolo.
Nello sbandamento delle varie municipalità dei territori veneziani, Istria e Dalmazia, non riconobbero il nuovo governo: non si escludeva nemmeno una reazione militare. A Sebenico venne assassinato il console francese. Si sperava anche in una controffensiva austriaca: gli imperiali entrarono a Zara, accolti da campane a festa e salve di saluto.
Gli Austriaci , però, non erano certo dei liberatori
Racconta il conte Francesco Viscovich a proposito di Zara: A malincuore giurarono fede all’imperatore Austriaco tutti i Magistrati e circa duemila soldati Veneti che si trovavano in quella fortezza per presidio; quindi si vedeva uno spettacolo generoso e lacrimevole; perché allorquando si venne all’atto di consegnarsi dai soldati il vessillo di San Marco in mano del Generale Austriaco prorompevano in pianto dirotto; a loro rispondevano con altrettante lacrime i circostanti…i Panduri fra gli altri, gente ritenuta barbara, davano tali segni di dolore e di disperazione. I Capitani Austriaci concedevano quindi di poter continuare nell’uso antico, di portarsi i Veneziani Vessilli.
I Panduri Erano Serbi e Rumeni al servizio degli Austriaci: anche molti soltati veneti erano Serbi delle montagne interne, che si arruolavano nell’esercito Veneziano: poche centinaia di unità, certamente. mentre nelle file dell’Austria erano molto più numerosi.
L’Austria però era interessata alle province Illiriche e nel 1805 cedette di nuovo la città di Zara ai francesi in cambio di queste.
La cittadina dalmata di Perasto, nelle Bocche di Cattaro, aveva avuto un importante ruolo all’assedio veneziano a Cattaro (1378, prima fase della Guerra di Chioggia con Genova), sotto il comando di Vittor Pisani. I Perastini, infatti, si assunsero spontaneamente il compito di penetrare nella cittadella e di piantarvi le insegne di San Marco. In premio dell’aiuto prestato ai Veneziani in questa circostanza, la cittadina ottenne dallo stesso Pisani e per speciale decreto del Senato di Venezia il titolo di “Fedelissima Gonfaloniera”, cioè il privilegio della custodia e della difesa del Gonfalone della flotta da guerra veneta. Dodici giovani perastini erano i ”gonfalonieri”, guardia personale del Doge: in guerra dovevano difendere a costo della vita il vessillo sulla nave ammiraglia. Nella battaglia di Lepanto (1571), dei dodici imbarcati sulla galea ammiraglia di Sebastiano Venier, otto caddero. Dopo il trattato di Capoformio, i Perastini deliberarono di rimanere veneziani fino all’arrivo delle truppe austriache.
23 AGOSTO 1797. I PERASTINI, FEDELISSIMI A VENEZIA, GUIDATI DA GIUSEPPE VISCOVICH COMMUOVONO L’EUROPA: “TI CON NU, NU CON TI”!
Perasto, che si gloriava di non esser mai stata presa dai turchi, dimostrò di saper concludere degnamente la sua unione con Venezia. La bandiera venne portata dalla popolazione, vestita a lutto e piangente, dalla Casa del Capitano della Guardia Perastina , Conte Giuseppe Viscovich, alla cattedrale per essere sepolta sotto l’altare maggiore. La folla inginocchiata offrì in lacrime e baci l’ultimo saluto al gonfalone che aveva giurato di difendere.
Prima di deporla il Capitano Conte Giuseppe Viscovich pronunciò queste celebri parole: https://www.facebook.com/watch/?v=275449406569090 “Savarà da nu i nostri fioi, e la storia del zorno farà saver a tutta l’Europa che Perasto ha degnamente sostenudo fino all’ultimo l’onor del Veneto Gonfalon. Per 377 anni la nostra fede, el nostro valor l’ha sempre custodio per tera e per mar, per tutto dove ne ha ciamà i so nemici, che xe sta pur quei de la Religion. Per 377 anni le nostre sostanze, el nostro sangue, le nostre vite, le xe sempre stae per ti, o San Marco, e felicissimi sempre se avemo reputà: TI CON NU, NU CON TI; e sempre con ti sul mar nu semo stai illustri e virtuosi. Nissun con ti n’ha visto scampar, nissun con ti n’ha visto vinti e paurosi”.
“ti con nu, nu con ti” è il motto della Nave da assalto “San Marco” della nostra Marina
l’ultimo ammainabandiera della Serenissima lo dispose il Capitano della fregata veneziana “Pallante” Luca Andrea Corner nel novembre 1797. Questi comandava una piccola squadra navale che incrociava fra la Sardegna e Tunisi per proteggere i commerci veneziani dai pirati barbareschi nel mediterraneo meridionale. Quando giunse la notizia della caduta della Serenissima, fece rotta su Cagliari, territorio del Regno di Sardegna. Nel mese di novembre ’97 un rappresentante del governo provvisorio veneziano filofrancese, giunse a Cagliari e presentò richiesta formale di sollevare il comandante Corner dal suo incarico, ingiungendogli di portarsi a Corfù, soggetta alla Francia come tutti i possedimenti già veneziani. Non volendo consegnare la sua nave ai francesi, che l’avevano già ribattezzata “Pallas”, il Capitano Corner ammainò per l’ultima volta il vessillo di San Marco, congedò l’equipaggio ed autoaffondò la sua nave.
Anche la gloriosa Repubblica di Ragusa fu occupata dalle truppe del Generale napoleonico Marmont, ( mell’immagine a sinistra ) che era stato inviato in Dalmazia a prendere possesso della regione. Per cinque anni fu governatore civile e militare della Dalmazia. Nel 1808 Marmont ottenne il titolo di “duca di Ragusa”. Il Congresso di Vienna, come per Venezia e Genova, non restituì l’indipendenza alla Repubblica, tradendo anche qui il “principio di “principio di legittimità”.
Dopo la Pace di Presburgo (1805), Napoleone affidò il compito di prendere possesso delle province dell’Illiria al generale Mathieu Dumas
L’OCCUPAZIONE FRANCESE DI ZARA E L’ASSEDIO AUSTRIACO
Dopo la capitolazione della gloriosa Repubblica di San Marco, anche Zara, che per quattro secoli era rimasta fedele al leone, viene occupata dalle truppe francesi comandate del Generale Mathieu Dumas. Con il successivo trattato di Campoformio del 17 ottobre 1797 la città di Zara, unitamente alla città di Cattaro, all’Istria e alla Dalmazia, erano passate sotto la dominazione austriaca. L’Austria però era interessata alle province Illiriche e nel 1805 cedette di nuovo la città di Zara ai francesi in cambio di queste. Nel gennaio 1806 Venezia fu nuovamente occupata dalle truppe napoleoniche in quanto ritenuta sbocco strategico sul mare Adriatico. La pace di Presburgo del dicembre 1806 vide passare l’intera Dalmazia, Zara compresa, sotto il dominio di Napoleone. Ulteriore modifica avvenne nel 1809 quando dal Regno d’Italia vennero distaccate l’Istria, la Dalmazia incluse le città di Cattaro e Zara, Gorizia e Trieste per formare le Provincie Illiriche sotto il controllo francese e con capitale Lubiana.
Dopo la pesante sconfitta di Napoleone a Lipsia (la battaglia delle Nazioni) tra il 16 ed il 19 ottobre 1813, le armate austriache ripresero il controllo della Dalmazia ma alcune città, molto fortificate, presidiate da piccoli contingenti francesi vennero strenuamente difese. È il caso delle città di Cattaro, Palmanova e Zara. Il 25 ottobre 1813 le truppe austriache, con l’appoggio della flotta inglese, cinsero d’assedio la città di Zara difesa da un contingente di appena 2.000 soldati francesi, supportati però dalla quasi totalità della popolazione. I zaratini collaborarono attivamente per non cedere agli austriaci anche quando all’interno della città si sfiorò il dramma con un ammutinamento molto violento del battaglione croato forte di 900 unità. Gli ammutinati vennero arrestati, disarmati e gettati fuori dalle mura dagli stessi zaratini sia nel tentativo di ridurre il rischio di nuovi ammutinamenti ma soprattutto per ridurre notevolmente il numero delle bocche da sfamare e prepararsi ad un lungo assedio. La città resistette anche con una guarnigione ridotta alla metà grazie all’aiuto dei cittadini e alle possenti mura di cinta che difendevano la piazzaforte. La precisione, poi, dei cannonieri franco-italiani intimidì il nemico alle porte, il quale comprese subito che la lotta per la presa della città sarebbe stata lunga e sanguinosa. La città di Zara non fu mai espugnata: si avviarono infatti trattative per offrire una resa onorevole alla guarnigione e per garantire la sopravvivenza a tutti i cittadini.
Raggiunto l’accordo il 4 dicembre 1813 venne innalzata la bandiera bianca sulla Torre del Buovo D’Antona che domina Zara. Tutti gli onori vennero resi alla residua guarnigione, forte di ormai solo 840 soldati. Ai 200 mariani illiri venne concesso il rientro a casa mentre gli italiani, 73 gendarmi e 45 eroici cannonieri, vennero scortati via terra per ricongiungersi con il contingente italiano di stanza sul fiume Adige. Anche i francesi rientrarono nelle loro linee.









































