16) LA “liberazione” di SPALATO
La città di Spalato, costruita all’interno delle grandi mura del palazzo di Diocleziano, donò alla storia italiana figure nobilissime
Antonio Bajamonti, medico e politico, membro della Dieta provinciale dalmata e della Camera dei deputati d’Austria, per vent’anni podestà di Spalato per il Partito Autonomista durante il periodo dell’Impero austriaco, dal 1860 al 1880, riconosciuto anche dai Croati come il “mirabile podestà” .
Perorazione del 1887 di Antonio Bajamonti alla “Dieta provinciale dalmata” alla antagonistica borghesia croata schierata su posizioni nazionaliste: “Noi (dalmati) fino dai primi tempi vi abbiamo accolti nei nostri lidi e voi ce ne discacciate assegnandoci come unica dimora il fondo del mare, noi vi abbiamo dato istruzione e voi ci volete condannare all’ignoranza…noi abbiamo attinto alle comuni tradizioni e voi in omaggio alla passione di partito chiudete il libro della storia…”
Francesco Rismondo, bersagliere volontario della Grande Guerra, sul monte San Michele il 10 agosto 1915.dato per disperso dagli italiani il 10 agosto ’15 sul San Michele (dove esiste un cippo in suo ricordo), rimase probabilmente ferito nel corso di un combattimento nei pressi di Opacchiasella e cadde prigioniero dagli austriaci. Secondo alcune fonti sarebbe stato riconosciuto come disertore (tradito da una tabacchiera con dedica) e giustiziato sulla forca il 10 agosto dello stesso anno, probabilmente a Gorizia; secondo altre, avrebbe tentato la fuga con altri prigionieri, nel corso di un attacco italiano e sarebbe per questo stato ucciso dalle guardie ad Abbazia.
Il suo corpo non fu comunque mai trovato, né uno scritto comprovante l’eventuale sentenza capitale. D’Annunzio lo definì “ l’Assunto di Dalmazia”. Ad ogni modo nel primo dopoguerra prevalse l’ipotesi del martirio sulla forca, che valse a Francesco Rismondo la concessione nel 1952 della Medaglia d’oro al valor militare alla memoria
Nel ’900 Spalato fu teatro di forti scontri nazionali, di episodi tragici quali l’eccidio di Tommaso Gulli, comandante della nave Puglia e del suo motorista Aldo Rossi nel luglio 1920, ma soprattutto della violenta soluzione finale antiitaliana operata dai partigiani comunisti nella seconda guerra mondiale.
LA REGIA NAVE DA GUERRA “PUGLIA” IN DIFESA DEGLI ITALIANI DI SPALATO
ciò che accadde a Spalato, la più grande città della Dalmazia, nel periodo tra la fine della Grande Guerra (novembre 1918) e l’estate del 1921, quando l’ultimo marinaio della nostra Regia Marina lasciò l’adriatico orientale con l’amaro in bocca per la mancata acquisizione – eccetto per la città enclave di Zara – dei territori promessi da Francia ed Inghilterra con il Patto di Londra.
Le navi da guerra italiane avevano occupato subito dopo la fine del primo conflitto mondiale, secondo gli accordi con gli Alleati, i porti della Dalmazia settentrionale fino all’altezza della città di Spalato, che rimase esclusa, così come la parte meridionale della costa. Queste furono invece occupate da un contingente misto costituito da navigli americani, britannici, francesi ed italiani, a supporto di una Commissione interalleata che doveva dirimere, tra l’altro, anche le questioni etniche e garantire l’ordine pubblico in attesa della definizione dei confini.
A tutela della summenzionata Commissione, formata dagli ammiragli di Stati Uniti, (Albert Niblack, rappresentato in loco dall’ammiraglio Philip Andrews), Gran Bretagna (Edwuard Burton Kiddle), Francia (Jean E.C.M.Ratyè) ed Italia (Umberto Cagni) furono inviate complessivamente alcune decine di unità da guerra.
L’Italia fece arrivare tre navi militari che ormeggiarono nel porto di Spalato: le cacciatorpediniere Nino Bixio e Puglia, nonché l’esploratore Alpino, con compiti precisi di difendere anche la nutrita comunità italiana, che costituiva in città l’elite culturale ed economica.
E’ noto ciò che accadde al Comandante della “Puglia”, il capitano di corvetta Tommaso Gulli, che l’11 luglio 1920 ferito gravemente assieme al motorista Aldo Rossi a seguito dell’ennesimo tumulto scatenato in città dai nazionalisti soprattutto croati che saccheggiarono alcuni caffè e negozi italiani, morì col suo subalterno il giorno successivo: tali disordini con l’ennesima aggressione ai nostri marinai furono la scintilla che fece scoppiare diverse manifestazioni di protesta, a Trieste in particolare, dove alla notizia dell’assassinio di Gulli e Rossi, si organizzarono quelle imponenti che portarono all’incendio del Balkan.
Ciò che però i soliti storici “smemorati” non dicono mai, è che ben prima della morte del capitano Gulli, gli equipaggi delle nostre navi da guerra avevano subito ben 18 assalti, che complessivamente saranno 32 entro la fine della missione interalleata! – con diversi feriti, alcuni gravi, che come esito ebbero anche l’amputazione di arti di alcuni nostri marinai.
Ricordiamo, quello più grave, accaduto oltre un anno prima, ovvero nel pomeriggio del 24 febbraio 1919, quando una folta delegazione di maggiorenti italiani di Spalato, mentre passeggiava con Giulio Menini, il comandante della nave “Puglia” prima di Gulli, fu aggredita da una folla inferocita, con il ferimento di ben 17 persone tra nostri connazionali del luogo e marinai. L’indomani, a bordo del Bixio, il presidente del governo provvisorio jugoslavo ed il sindaco di Spalato, presentarono le scuse ufficiali per l’increscioso avvenimento. Fu però l’unico caso in cui i croati si scusarono.
OTTOBRE 1930: IL “POGROM” DEGLI ITALIANI DI SPALATO E DI SEBENICO DI CUI NESSUNO MAI PARLA
Già nel gennaio del 1930: il quotidiano cittadino “Zastava”, diretto dal feroce nemico degli italiani, il nazionalista Oskar Tartalja, dava giornalmente notizia degli esercizi pubblici, delle ditte e dei professionisti italiani, con il pretesto di fare il confronto numerico dei due elementi, italiano e slavo. La notte tra il 18 ed il 19 ottobre 1930, accadde quello che potremmo definire il “pogrom” contro gli Italiani residenti nella più grande città della Dalmazia. Quella notte di novantuno anni fa, tutti gli esercizi commerciali italiani della città vennero segnati da croci e scritte realizzate con l’uso di catrame nero, quasi impossibile da cancellare, del seguente tenore: “QUESTO NEGOZIO È ITALIANO. NON ENTRATE!”.
L’azione di quella notte fu l’atto finale di una lunga campagna persecutoria verso tutto ciò che di italiano c’era in Jugoslavia ed allo stesso tempo l’avvio di una massiccia attività di boicottaggio dei commercianti e degli industriali italiani che, di fatto, furono costretti in pochi anni a chiudere praticamente tutte le loro attività. Entro la fine dell’anno si era passati dalle minacce verbali alle aggressioni, e oltre la metà dei commercianti italiani chiuse le proprie attività, trasferendosi a Zara, nel Quarnero e nel resto d’Italia.
Il 1° gennaio 1931, dopo il “pogrom”, le aggressioni fisiche, la distruzione di vetrine e il saccheggio di diversi negozi, con le conseguenti prime partenze dei nostri connazionali totalmente indifesi, il quotidiano usciva a tutta pagina con il titolo esortativo “Diamo a Spalato un carattere nazionale”, offrendo i seguenti propositi ben elencati:
“É nostro dovere:
1) di essere nemici dei nemici del nostro popolo;
2) di servirci sempre e dappertutto della nostra lingua jugoslava;
3) di proteggere la nostra lingua, il nostro denaro, i nostri uomini, i nostri negozianti;
4) di aiutare la nostra gente. Non avremo pace fino a quando non avremo allontanato la traccia straniera, fino a quando Spalato non acquisterà un puro carattere nazionale jugoslavo.”
Un proclama, questo, degno dei peggiori progetti nazionalsocialisti. Nessuno, però, ne parla mai.
A Sebenico, invece, pochi giorni dopo, accadde qualcosa di più esplicito, istituzionale. Il 20 ottobre 1930, nella seduta del Consiglio comunale, presente il capitano distrettuale che rappresentava il Governo di Belgrado, l’Assessore avvocato Medina, già a capo della sezione cittadina dell’organizzazione segreta Orjuna, fa votare il testo del seguente ordine del giorno, reso immediatamente eseguibile: “le autorità intensifichino in ogni modo la loro azione intesa a togliere ogni e qualsiasi mezzo di lavoro ai cittadini italiani, ingiungendo ai datori di lavoro di licenziarli, negare la concessione di nuove licenze, così da creare impossibili condizioni di vita ai cittadini italiani”.
Nella stessa seduta del Consiglio, il Consigliere avvocato Kozul fa passare all’unanimità la proposta di elevare un monumento a Re Pietro “sostituendolo a quello di Nicolò Tommaseo”.
L’8 settembre ’43 aveva dissolto non solo l’esercito ma anche tutto l’apparato statale italiano del “Governatorato di Dalmazia”. I partigiani di Tito s’impossessarono della città di Spalato dal 10 al 27 settembre 1943, giorno di arrivo dei tedeschi. In quei pochi giorni persero la vita diverse centinaia d’italiani, dei 2.500 circa che ancora la abitavano, ammazzati senza pietà dai partigiani di Tito. Come da copione mirarono prima di tutto a istituzioni e divise italiane: furono così trucidati 10 carabinieri, 11 guardie di finanza, 41 poliziotti e circa 250 civili i cui corpi finirono in varie fosse comuni, tre in particolare nei pressi del cimitero di San Lorenzo e della Baia dei Castelli.
Quando a Spalato arrivarono i tedeschi e si eclissarono i titini, una giovane patriota italiana si recò dal Comando di Piazza chiedendo il permesso di disseppellire le vittime dei partigiani. Si chiamava Maria Pasquinelli. Quattro anni più tardi compirà un gesto estremo a Pola, il 10 febbraio 1947, uccidendo il generale inglese De Winton incaricato di consegnare la città agli jugoslavi, per affermare la sua ribellione “ai Quattro Grandi che alla Conferenza di Parigi hanno deciso di strappare dal grembo materno le terre più sacre all’Italia”.
Maria Pasquinelli era maestra d’italiano e faceva anche da segretaria al provveditore agli Studi di Spalato, il professor Giovanni Soglian, un dalmata dell’isola di Lesina: eroico nella difesa della sua italianità, andò cosciente e senza paura verso il suo martirio. Maria ne riconobbe il cadavere tra i tanti putrefatti di quelle fosse comuni. Era stato torturato e fucilato. Aveva una stella marchiata a fuoco sul petto.
Giovanni Soglian da tempo aveva compreso il precipitare degli eventi. In una sua lettera del 30 agosto aveva chiesto al Governo di Roma disposizioni per salvare dai partigiani gli insegnanti italiani della provincia, assicurando comunque il normale svolgimento della sessione degli esami autunnali. Così scrisse: “Mi sia lecito premettere che nessuno più di me, che per l’italianità della Dalmazia ho lottato e duramente sofferto in un quarto di secolo ormai, desidera e spera che nonostante tutto questa terra rimanga congiunta alla Madre Patria. E mi sia consentito anche dichiarare che a tal fine sono pronto ad affrontare qualunque sacrificio, come da due anni affronto a Spalato ogni rischio personale. Questo desiderio e questa speranza però non debbono impedirmi e non mi impediscono di giudicare le cose con quel senso della realtà che nelle condizioni attuali nella provincia di Spalato è necessaria e doverosa per evitare errori e decisioni comunque contrari agli interessi nazionali”.
Giovanni Soglian — Nato il 3 marzo 1901 a Cittavecchia nell’isola di Lesina, Dalmazia. Insegnante e linguista italiano. Ha frequentato la scuola a Zara. Laureato in lettere all’Università di Bologna nel 1925. Direttore del quotidiano dalmata “ San Marco ” di Zara. Ha vinto la cattedra di italiano all’Università di Varsavia nel 1934. Direttore dell’Istituto di Cultura Italiana a Sofia, Bulgaria nel 1937. Direttore del Liceo Classico di Bressanone nel 1939. Supervisore degli Studi ( Provveditore agli Studi ) in Dalmazia nel 1941 Rifiutò di abbandonare la città di Spalato durante l’occupazione jugoslava nella seconda guerra mondiale. Ha pubblicato due opere sulla lingua dalmata. Assassinato dai partigiani jugoslavi a Spalato, in Dalmazia, il 23 settembre 1943.
E come aveva promesso, il professor Soglian affrontò il sacrificio estremo. La sera del 9 settembre i partigiani erano confluiti sulla Riva ed avevano ammainato il Tricolore italiano sostituendolo con una bandiera rossa.
Il 10 settembre, al mattino, il provveditore Soglian fece bruciare gli archivi, dispose per la consegna alla Banca d’Italia dei mandati di pagamento degli stipendi e invitò i docenti a tenersi pronti per la partenza. Molti prepararono frettolosamente i bagagli e si avviarono al porto ma nessuno potè partire.
L’indomani i partigiani depredarono la Banca d’Italia dei 15 milioni di Lire che c’erano in cassa; bruciarono la Questura ed il Comune, razziarono tutto quanto trovavano nei negozi e nelle case degli italiani, anche i bagagli depositati al porto di quelli che tentavano di partire.
Gli insegnanti si rifugiarono nella sede della Lega Culturale Italiana ma vennero raggiunti, perquisiti e derubati dai partigiani. Allora Soglian pregò il parroco della chiesa di Santo Spirito, don Merlo, di offrire protezione in chiesa ai suoi professori e di chiedere al Vescovo di favorire la partenza delle donne e dei bambini.
Tutto il personale della scuola riparò quindi nella chiesa di Santo Spirito e Soglian rimase con loro. Gli dissero di nascondersi altrove perché lui era un simbolo italiano e lo avrebbero preso. Rispose: “Ho fatto molto bene ai Croati, ne avrò salvati almeno trecento. Se volessero essere giusti dovrebbero darmi una benemerenza. Se poi saranno ingiusti mi metterò nelle mani di Dio”.
Il 22 settembre, come raccontò uno dei suoi collaboratori salvatosi proprio grazie a lui, “i partigiani gridanti il suo nome, vociavano per le strade; egli sentendoli, indossò la sua giacca e dopo aver salutato tutti, si mise il cappello e seguì i suoi carnefici”.
Il giorno seguente la Pasquinelli riuscì a far portare del cibo al carcere, ma la risposta fu: “Ora al professore non serve più nulla”. Giovanni Soglian era già in quell’enorme fossa, fuori dal cimitero. E assieme a lui altri italiani marchiati a fuoco con la stella a cinque punte. C’era anche il suo amico Eros Luginbuhl, ex preside del Ginnasio Gian Rinaldo Carli di Pisino e poi del Ginnasio di Spalato. A lui la stella l’avevano marchiata sulla fronte. (dal volume di R. Menia “Dalle Foibe all’Esodo”, 2020)
Molti soldati italiani vennero spogliati per la strada di armi e divise tra insulti e sberleffi. In pochi giorni, dei circa 18.000 militari italiani non v’era più traccia: molti avevano ceduto le armi ai partigiani rifugiandosi sul monte Mariano; il colonnello Venerandi con i suoi carabinieri si era unito ai titini, l’ammiraglio Bobbiese, col figlio ed alcuni ufficiali, aveva abbandonato la città con la nave “Illiria” praticamente vuota.
Il tifo, la dissenteria, la tubercolosi, lo scorbuto, i pidocchi dilagarono sempre di più nel campo di Borovnica, dove i prigionieri vennero avviati, aumentando di giorno in giorno la mortalità. I malati più gravi vennero quindi mandati a morire nel castello di Skofia Loka. Doveva essere una specie di ospedale, ma in realtà fu la tomba di tutti quelli che vi entrarono. I vivi erano a contatto con i morti e nessun tipo di cura veniva prestato……..e li morì il caporale Tognon maledicendo i suoi assassini, il bersagliere Raggi dopo una lunga agonia, il bersagliere Tossut, il sergente Zani, il giovanissimo bersagliere Matic, il bersagliere Sorresu,……….. nell’inverno del 1946 una buona metà dei prigionieri del campo di Borovnica erano morti…..molti altri avevano infine perso il senno……..
La mattina del 26 giugno 1947, i resti del Battaglione Bersaglieri Volontari “B.Mussolini” erano in piedi sulla banchina del porto di Spalato in attesa di rimpatrio. All’esiguo gruppetto di superstiti, che si reggevano a stento in piedi, fu chiesto però di sfilare per le vie cittadine al seguito di una bandiera rossa, inneggiando al Maresciallo Tito. Si consultarono e, benchè in quelle condizioni, decisero di rifiutarsi. Fu allora il loro cappellano, il buon frate Guerrino, che rendendosi conto che tale rifiuto significava la rinuncia alla vita, prese il drappo rosso fra le sue mani e convinse i ragazzi a seguirlo per le vie del porto. Poche decine di bersaglieri riuscirono così a rivedere la costa italiana ed il loro ritorno non fu certo festeggiato in patria.
Ad ABRICA DI ROMA (VT) sarà dedicato a Fulvio Pulcinelli, agente di polizia trucidato dai partigiani slavi nel 1943 a Spalato, il piazzale antistante il nuovo cimitero comunale.
La cerimonia di intitolazione si è svolta il 24 settembre 2020, alle 10, sul piazzale che ospita il monumento dedicato ai caduti della Polizia di Stato e che raffigura l’immagine di San Michele Arcangelo, protettore delle donne e degli uomini della polizia.
Alla cerimonia hann o partecipato le autorità civili e militari e la Fanfara a cavallo della Polizia di Stato.
L’intitolazione del piazzale all’eroico Fulvio Pulcinelli è stata fortemente voluta dall’Associazione Nazionale Polizia di Stato, sezione di Fabrica di Roma, e dal Sindaco di Fabrica di Roma, Mario Scarnati.
Nel caos provocato dall’armistizio del settembre 1943, rimase al suo posto di servizio per non abbandonare senza protezione la comunità italiana di Spalato e pagò con la vita questo suo gesto di eroismo. Venne trucidato dai partigiani comunisti slavi assieme a 41 suoi colleghi della Questura.”














