18) LA CORSA PER TRIESTE E LE SECONDE FOIBE
Già nel settembre 1944 Edvard Kardelj, vice-premier del governo provvisorio di Josip Broz (detto Tito) aveva scritto: “La nostra aspirazione è conquistare Trieste e Gorizia prima degli Alleati”
Il 14 Aprile 1945 Inizia “Operazione Trieste”: la IV Armata Jugoslava (50.000 uomini) comandata dal Generale Petar Drapšin con l’appoggio della I, II e III circonda Trieste invece di puntare su Lubiana. Partecipano anche i partigiani del VII e del IX Korpus dell’esercito di liberazione sloveno
In realtà la quarta armata jugoslava aveva iniziato l’attacco già il 4 aprile ma l’offensiva si era arenata di fronte alla “linea Ingrid” costruita dai tedeschi. Drapšin tentò una mossa assai audace, che testimoniava la volontà del comando jugoslavo di raggiungere il proprio obiettivo a tutti i costi. Le truppe migliori vennero così concentrate a nord di Fiume per tentare di aggirare le linee germaniche. Il rischio era altissimo, perché se i tedeschi avessero deciso di contrattaccare per aprirsi la via verso nord e il confine austriaco, le unità jugoslave sarebbero state fatte a pezzi. Invece, gli ordini emessi dal loro comandante costrinsero i tedeschi a rimanere barricati a Fiume. In questo modo gli jugoslavi si radunarono oltre la linea Ingrid e si disposero a marciare su Trieste.
Il 27 Aprile 1945 gli alleati sono a 222km da Trieste, gli slavi a 41km; il 30 Aprile 1945 Radio Londra annuncia che gli slavi hanno occupato Trieste
Il progetto: Gli stralci dei verbali si riferiscono alle sedute del Partito comunista sloveno del 28 agosto 1944 e del 7 marzo 1945: dispacci al Comitato direttivo del partito per il litorale sloveno
Dal verbale della seduta del Partito Comunista Sloveno del 28 agosto 1944:
Occupare per primi. Tenere preparato tutto l’apparato! Dappertutto, il più possibile, bandiere slovene e jugoslave. A eccezione di Trieste, non permettere in nessun altro posto manifestazioni italiane! Soltanto dove rappresentano qualcosa come gruppo antifascista […] Rinforzare l’OZNA, che anche opera come polizia! Provvedere ad assumere il potere subito, subito assicurare l’ordine, liquidare subito la Bela Garda (i belagardisti, collaborazionisti sloveni n.d.a.)! Provvedere già adesso tutto per le città! Lubiana, Gorizia, Trieste, Klagenfurt. […] Gruppi dell’OZNA a Trieste, Gorizia – più forti possibile. Pulire in dimensione limitata, che non risulti un uccidersi reciproco.
7 marzo 1945
Ci sarà lo sbarco alleato, essi avranno il potere militare, noi quello civile e di polizia. […] A Trieste organizzare l’insurrezione dal di dentro. Rafforzare i legami con gli italiani. Preparare per Trieste il personale qualificato – la polizia. In 28 ore bisogna mettere in funzione tutto l’apparato – prelevare tutti i reazionari e condurli qui, qui giudicarli – là non fucilare. […] A Trieste instaurare l’ordine, mettere in moto tutte le aziende – nel comitato del potere a Trieste gli italiani siano solo comunisti. E’ necessario instaurare un forte potere poliziesco.
Nei fronti di guerra in Italia, sulla Linea Gustav prima e sulla Gotica dopo, la situazione su campo era chiara: da un lato gli Angloamericani e dall’’altro i tedeschi e quel poco che la RSI poteva schierare (Xa MAS)
La resistenza italiana era caratterizzata dalla compresenza di più matrici ideologiche, non sempre in accordo fra loro. Trascurando quelle anarchica, monarchica e liberale, comunque minoritarie, nel suo ambito operavano due componenti principali: quella di matrice cattolico-azionista e quella comunista. Esisteva però un accordo su una sostanziale alleanza finalizzata alla vittoria sul nazifascismo, che rimandava ad una futura scelta su base elettorale gli assetti istituzionali da dare all’Italia, che erano visti ovviamente in maniera ben diversa dai partigiani di diverse ideologie
Nel resto d’Italia questo accordo in buona sostanza tenne, salvo episodi significativi ma marginali.
Questo accordo era però destinato a naufragare a Nord Est, dove avanzava un esercito con chiara connotazione ideologica comunista, il che esercitava una forte attrattiva sulla componente resistenziale italiana di uguale fede.
Come già dopo l’8 settembre ’43, così anche nell’aprile del ’45 , la popolazione istriana giuliano-dalmata e fiumana vedeva dunque nei partigiani (slavi e filoslavi), dietro la propaganda internazionalista che inneggiava alla fratellanza fra i popoli, il reale prevalere degli scopi nazionalistici e annessionistici anche su quelli ideologici antifascisti (nelle foibe finiranno anche antifascisti , militanti comunisti, addirittura soldati anglo-neozelandesi). Mentre nel resto d’Italia e di Europa si festeggiava la fine della guerra, come già accaduto a Zara, sorte diversa attendeva Trieste, Fiume, Istria, Dalmazia e le altre terre del confine orientale.
L’INSURREZIONE DI TRIESTE
La resa tedesca non riguarda le truppe qui dislocate, che si asserragliano nei loro caposaldi decise ad arrendersi agli Angloamericani, ma non agli Jugoslavi: il comandante tedesco di Pola sarà fucilato immediatamente dopo aver firmato la resa ai comunisti titini
In una lettera PALMIRO TOGLIATTI, segretario del partito comunista, ordina infatti al comando della brigata Garibaldi – Natisone di porsi alle dipendenze operative del IX Corpus sloveno; la lettera contiene anche il testo dell’ordine del giorno da approvare:
“I partigiani italiani riuniti il 7 novembre in occasione dell’anniversario della Grande Rivoluzione (rivoluzione russa del 1917; n.d.a.) accettano entusiasticamente di dipendere operativamente dal IX Corpus sloveno, consapevoli che ciò potrà rafforzare la lotta contro i nazifascisti, accelerare la liberazione del Paese e instaurare anche in Italia, come già in Jugoslavia, il potere del popolo”.
In realtà oltre al “potere del popolo” si accettava altrettanto entusiasticamente anche la sovranità jugoslava su terre e cittadini italiani, aspetto inaccettabile da parte di partigiani non comunisti
Nelle regioni di Nord-Est, pertanto, l’avanzata di un esercito comunista quale era quello jugoslavo esasperò i contrasti all’interno della resistenza italiana, con conseguenze ben più gravi e tragiche che nel resto d’Italia, non solo per gli effetti che ebbe fra i combattenti, ma specialmente per quelli sulla popolazione e sui futuri assetti territoriali.
Ciò significava l’instaurazione di un regime comunista in tutti i territori “liberati” dagli slavo-comunisti titini, e la rivendicazione di acquisizioni territoriali da parte della Jugoslavia: tali rivendicazioni, accettate con entusiasmo dai comunisti, che anteponevano la comune ideologia agli interessi nazionali, erano evidentemente inaccettabili per i partigiani italiani di diverso pensiero.
Nelle regioni del Nord- Est (Vedi Capitolo 3 )operavano 2 formazioni partigiane:
Brigata “ Osoppo “ (di matrice cattolico-azionista)
Brigata “ Garibaldi-Natisone “ (di matrice comunista)
Le formazioni partigiane Osoppo erano sorte formalmente nel dicembre 1943 con il concorso politico principale di Democrazia Cristiana e Partito d’Azione. In queste vallate i rapporti con i garibaldini e le formazioni partigiane slovene furono, a partire dall’autunno 1944, estremamente tesi, soprattutto dopo la decisione delle formazioni partigiane comuniste di passare alle dipendenze operative del 9º Corpus sloveno e quindi di Tito, con una popolazione che vedeva di cattivo occhio le formazioni partigiane, sia italiane che slovene.
Dal punto di vista militare, la Divisione Osoppo era nata nella notte fra il 7 e l’8 marzo ’44, quando si erano incontrati al seminario di Udine don Ascanio De Luca, don Aldo Moretti e il parroco di Attimis, don Zani. In quella riunione era stata battezzata l’organizzazione clandestina con il nome del paese friulano, Osoppo, dove i patrioti risorgimentali combatterono gli austriaci. I partigiani che la componevano erano quasi tutti ex alpini, di tendenze democristiane, azioniste o liberali; i simboli della divisa erano il cappello con la penna d’aquila e il fazzoletto verde, “colore della speranza e delle nostre montagne, che ci distinguerà chiaramente dai fazzoletti rossi”, come disse uno dei fondatori, Don Ascanio De Luca, già cappellano degli Alpini in Montenegro e in quel momento parroco a Colugna, frazione di Tavagnacco.
Ufficialmente la posizione dei comandanti comunisti garibaldini era quella di cercare di rimandare il problema dei confini a guerra finita; e in questo senso andavano i due accordi internazionali sottoscritti con i dirigenti sloveni nella primavera 1944 e fatti propri dal Comitato di Liberazione dell’Alta Italia (CLNAI).
I partigiani titini in realtà non tardarono a superare i patti, facendo sempre meno mistero delle loro reali mire annessionistiche.
Le ambiguità su questo punto della Direzione del PCI e l’attrattiva che una nazione che stava creando una società socialista esercitava su certa base comunista, di prevalente matrice operaia crearono una situazione di tensione che portò ad una inevitabile frattura
Infatti i dirigenti della Osoppo Friuli non intendevano neanche mettere in discussione i precedenti confini nazionali
La salvaguardia dei confini, portò anche a progetti concordati fra le due Italie, del nord (RSI) e del sud (dove era fuggito il re), come il famoso “Piano De Courten”, che prevede una collaborazione nord-sud attraverso l’intermediazione della Decima MAS.
(VEDASI https://www.studiober.com/wp-content/uploads/2022/05/25-La-difesa-dei-confini-nazionali-1944-45.pdf )
Nell’inverno 1944-1945 ci furono colloqui, peraltro mai provati , tra i comandanti dell’Osoppo, che aveva rifiutato di inquadrarsi nelle formazioni titine, e la X MAS di Junio Valerio Borghese, con l’intento di costituire un fronte contro la temuta imminente avanzata slava, come accadde al confine occidentale allo scopo di impedire lannessione della Valle d’Aosta alla Francia (Vedi “25- La difesa dei confini nazionali”).
Ciò diede pretesto ai partigiani comunisti per accusare la Osoppo di tradimento, e di giustificarne l’eliminazione, con l’eccidio comunista di MALGA PORZUS (vedasi la scheda 14 dedicata)
Le malghe di Porzus come apparivano nel 1945 ( Oggi Monumento Nazionale )
I partigiani comunisti presenti in Tieste, italiani e sloveni, si dissociarono presto dal CLN: in obbedienza ad una direttiva di Togliatti, da tempo staccatisi dal “Comitato di Liberazione Nazionale” (C.L.N.), agivano inseriti nel CEAIS (Comitato Esecutivo Antifascista Italo Sloveno), operante a favore dell’OF “Osvobodilna Fronta”, “Fronte di Liberazione Sloveno”, ostile anche verso i partigiani italiani non comunisti.
I Tedeschi presenti in città al comando del Generale Kubler, opposero una forte resistenza. Pur sapendo di essere ormai solo retro-guardie, rimasero comunque combattivi e decisi ad arrendersi solo agli alleati. L’insurrezione italiana fu capeggiata dal Colonnello Antonio Fonda Savio e da un religioso, D. Edoardo Marzari. Tra le migliaia d’insorti erano presenti i rappresentanti dei risorgenti partiti politici italiani e molti Militari dei Carabinieri, della Guardie di Finanza, e della Guardia Civica. Dopo sanguinosi scontri a fuoco, nei quali lo sfortunato Colonnello perdette l’ultimo figlio (gli altri due erano caduti sul fronte russo), i “Volontari della Libertà”, a sera, avevano il controllo di buona parte della città, e avevano issato il Tricolore sul palazzo comunale e sulla Prefettura.
L’OCCUPAZIONE JUGOSLAVA di TRIESTE
Il 30 Aprile, come era accaduto nelle altre città dell’Italia centro settentrionale all’approssimarsi degli Angloamericani , anche a Trieste il Comitato di Liberazione Nazionale aveva proclamato l’insurrezione. Gli scontri con i tedeschi durarono tutta la giornata. Al comando del colonnello Antonio Fonda Savio, il Corpo Volontari della Libertà, prese possesso militare della città, innalzò il Tricolore sul Comune e sulla Prefettura: in nome dell’Italia, veniva proclamata la liberazione di Trieste dall’occupazione tedesca.20-2) La Liberazione a Trieste
II 1° maggio la città fu occupata dai partigiani slavi, molto più numerosi di quelli italiani.
Truppe Jugoslave, arrivarono in città verso le 9.30. Non erano presenti le unità partigiane italiane inserite nell’Esercito jugoslavo (formazioni garibaldine “Natisone”, “Trieste” “Fontanot”), dislocate abilmente in altri settori. Infatti ci furono subito incidenti tra i partigiani Italiani e le truppe jugoslave.
Giovanni Padovan , “Vanni” , commissario politico della divisione Garibaldi-Natisone: ha chiesto scusa per la strage di Malga Porzus, ma non per questo proclama da lui firmato.
Proclama emanato da Giovanni Padoan, detto “Vanni”, commissario politico della divisione Garibaldi-Natisone, supportato da Togliatti, :
“ Compagni! Tutti i partigiani italiani operanti nell’Italia nord orientale debbono porsi disciplinatamente alle dipendenza delle unità del maresciallo Tito.
Sono nemici del popolo tutti coloro che non intendono appoggiare il movimento di adesione alla Jugoslavia progressista e federativa di Tito. I territori della Venezia Giulia sono legittimamente sloveni e sugli stessi perciò il maresciallo Tito ha pieno diritto di giurisdizione”
Arrivano gli alleati
Un passo indietro
Nel risalire l’Italia gli Alleati avevano affidato la parte orientale – adriatica agli inglesi e quella occidentale-tirrenica agli americani.
I rapporti fra la popolazione italiana e gli americano furono sostanzialmente amichevoli, mentre gli inglesi covavano comprensibilmente il rancore per l’aggressione subita (Mussolini aveva addirittura chiesto a Hitler di avere l’onore di partecipare al bombardamento dell’Inghilterra con la nostra aviazione, peraltro
Fu una sfortuna, perchè a Trieste e al contatto con gli Slavi arrivarono gli Inglesi
Dopo la presa di Montecassino (17 maggio 1944) e l’ingresso a Roma (4 giugno) da parte degli alleati, le armate tedesche in Italia si ritirarono verso nord per attestarsi lungo la Linea Gotica . Dopo i falliti tentativi nell’autunno ’44, nella primavera del ’45 l’esercito alleato comandato dal generale Harold Alexander sfondò definitivamente l’ ultimo tentativo dei tedeschi, comandati dal Marescialle Kesserling, di arrestare l’avanzata nemica. A Nord-Est comincia la “corsa per Trieste”, il tentativo di arrivarvi prima degli jugoslavi
Il 27 aprile gli Alleati sono a 222 km da Trieste, gli Slavi a 41 km; il 30 aprile ’45 Radi Londra annuncia che gli Slavi hanno occupato Trieste
La 2° armata neozelandese del generale Bernard Freyberg entrò in contatto con gli “alleati” slavi a Monfalcone l’1 maggio. L’incontro non fu amichevole: gli slavi non volevano farlo proseguire fino a Trieste per mantenerne il controllo. Si può dire che la guerra fredda stava già iniziando.
Freyberg, raggiunge Trieste solo il giorno dopo, nel pomeriggio del 2 maggio verso le 16.00, quando gli slavi ne avevano già assunto pieno controllo
A Trieste gli Alleati furono accolti da una folla festante.
Solo agli Alleati si arresero i militari tedeschi. Ma se ne impadronirono gli jugoslavi, che li deportarono: morirono in gran parte. Il Generale Kubler sarà impiccato a Lubiana nell’agosto del 1947, come il gauleiter Rainer.
Gli jugoslavi insediarono il “Comando Città di Trieste” affidando il comando al Gen. Dusan Kveder, e al commissario politico Franc Stoka.
Venne instaurato un rigido coprifuoco, spostato indietro di un’ora il tempo degli orologi (“per uniformarlo a quello di tutta la Jugoslavia” ) e in campo giudiziario venne sancita l’autorità del Tribunale militare dell’Armata Jugoslava.
Il 4 maggio migliaia di contadini jugoslavi furono fatti convergere su Trieste intonando i loro slogan ( Trst je nas! Trieste è nostra ). La città li accolse in modo spettrale, con le strade deserte e le serrande chiuse.
Palmiro Togliatti scrisse sui giornali: “Lavoratori triestini! Il vostro dovere è accogliere le truppe di Tito come liberatrici e di collaborare con esse nel modo più stretto”.
Durante i quaranta giorni d’occupazione jugoslava Trieste e la Venezia Giulia furono raggiunti da un’ondata di violenze di massa, infoibamenti, fucilazioni sommarie, campi di prigionia, denutrizione e maltrattamenti .
Le autorità jugoslave procedettero all’arresto in massa dei membri dell’apparato repressivo nazista e fascista, dei quadri del fascismo giuliano, di elementi collaborazionisti, ma anche di partigiani italiani che non accettavano l’egemonia del movimento di liberazione jugoslavo e di alcuni esponenti del CLN giuliano e del movimento autonomista fiumano, assieme ad alcuni slavi anticomunisti e a molti cittadini privi di particolari trascorsi politici ma di sicuro orientamento filo-italiano. La repressione mirava ad eliminare tutti gli oppositori all’annessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia di Tito, quindi in particolare gli italiani. Parte degli arrestati venne subito eliminata, la maggioranza venne inviata nei campi di prigionia.
La STRAGE DI VIA IMBRIANI
I militari titini spararono all’impazzata sulla folla inerme.
Ci furono vittime: ad alcuni degli uccisi è stata conferita la Medaglia d’Oro
Graziano Novelli, anni 20;
Carlo Murra, anni 19;
Mirano Sanzin, anni 26;
Claudio Burla, anni 21;
Giovanna Drassich, anni 69.
Gli jugoslavi cambiarono nome di Corso Italia, una principale via di Trieste, in “Corso Tito” tra lo sgomento dei triestini.
I comunisti locali si affrettarono ad esultare, e il loro giornale ”IL LAVORATORE” inneggiò alla ” fratellanza italo-slava ”
Il 27 maggio 1945, a Lubiana, in un congresso Tito ribadì che” la Venezia Giulia e’ e rimmarra’ Jugoslava”.
Tito, ritenne opportuno tentare di mascherare la cruenta occupazione militare con l’instaurazione di un “governo eletto dal popolo”. La sera del 17 maggio 1945 al Politeama Rossetti fu organizzata l’assemblea costitutiva del Comitato Esecutivo Antifascista Italo-Sloveno (CEAIS), che doveva essere l’organo di amministrazione civile della città.
All’esterno del teatro, le vie erano bloccate dai carrarmati titini e i militari jugoslavi, armati fino ai denti, ne controllavano gli accessi. Si entrava solo esibendo l’invito personale, che era stato distribuito oculatamente senza coinvolgere i cittadini italiani non allineati. L’assemblea venne convocata così tardi perché ci fosse il tempo di convogliare in città un fasullo popolo “triestino”, facendolo affluire da Aidussina, Sesana, Lubiana ed oltre con decine di corriere.
Si accedeva al teatro solamente dietro presentazione dell’invito personale, invito che nessun triestino aveva mai ricevuto. La città seppe di avere un organo amministrativo solo il giorno dopo dai giornali, a cose fatte. Il Comitato Esecutivo Antifascista Italo Sloveno (C.E.A.I.S.) “democraticamente eletto” si intendeva trasformare con l’amministrazione militare titina in governo (fantoccio) del popolo, che Tito reputava utile a mascherare gli intenti persecutori contro gli Italiani e gli oppositori al suo progetto annessionistico, che erano però ben noti agli Alleati anglo-americani. Si rivelò un vero e proprio boomerang.
Fu infatti proprio quella azzardata decisione presa senza alcun accordo con Stati Uniti e Gran Bretagna, a segnare l’inizio della fine del progrtto slavo di fare di Trieste una Città Autonoma inglobata però nella Reubblica Federativa jugoslava
Pochi giorni dopo, tra il 26 ed il 28 maggio 1945, infatti, i Governi inglese e americano inviarono a Belgrado una energica protesta, mentre separatamente Harold Alexander, il maresciallo e comandante supremo delle forze alleate del Mediterraneo, invió il seguente messaggio agli ufficiali e sottoufficiali di tutti gli schieramenti dei diversi paesi da lui coordinati e comandati, che diceva:
1) la zona intorno Trieste, Gorizia e ad est dell’Isonzo fa parte dell’Italia e chiamasi Venezia Giulia. Il territorio intorno a Villaco e Klagenfurt fa parte dell’Austria;
2) i suddetti territori sono ora rivendicati dal Maresciallo Tito, che vuole incorporarli nella Jugoslavia. Noi non abbiamo da opporre obbiezioni alle pretese che il Maresciallo Tito accampa su questi territori. Queste pretese verranno esaminate e giudicate secondo giustizia e con spirito d’imparzialità alla conferenza della pace, così come avverrà per altre questioni territoriali d’Europa. La posizione nostra, come abbiamo reso di pubblica ragione, è la seguente: i cambiamenti territoriali devono essere attuati solo dopo accurato esame della situazione e dopo ampie consultazioni e deliberazioni tra i Governi interessati;
3) ciò nonostante il Maresciallo Tito intende apparentemente far valere le sue pretese valendosi della forza delle armi e dell’occupazione militare. Questa operazione fatta ricorderebbe troppo da vicino Hitler, Mussolini e i Giapponesi. Noi abbiamo combattuto questa guerra per porre fine a procedimenti del genere. Abbiamo deciso di lavorare assieme per creare una soluzione equa e soddisfacente dei problemi territoriali, è questo uno dei principi cardinali, in nome del quale i popoli delle nazioni unite hanno sopportato sacrifici incomparabili, nel tentativo infine di ottenere una pace giusta e durevole. Questo è uno dei pilastri intorno al quale i rappresentanti dei nostri Paesi, con approvazione dell’opinione pubblica mondiale, lavorano ora a S. Francisco per elaborare un sistema di sicurezza internazionale. Noi non possiamo adesso venir meno ai principi essenziali per il trionfo dei quali abbiamo combattuto assieme. Seguendo questi principi, noi dobbiamo ora tenere sotto la nostra protezione questi territori contesi, finché la loro situazione non sarà decisa alla conferenza della pace;
4) è nostro dovere e responsabilità mantenere a mezzo delle nostre forze armate l’ordine ed il rispetto della legge in questi territori, al fine di assicurare una vita pacifica alle popolazioni di queste zone, sotto il Governo Militare Alleato. Si può fare affidamento sulla nostra imparzialità, perché noi non abbiamo mire su questi territori;
5) in tale situazione io cercai di fare il mio meglio per venire a un accordo amichevole con il Maresciallo Tito, ma senza successo. La questione è stata quindi trattata con il Maresciallo Tito direttamente dai Governi della Gran Bretagna e degli Stati Uniti. Il Governo sovietico è stato tenuto pienamente informato. Attendiamo ora di sapere dal Maresciallo Tito se egli intende accettare una soluzione pacifica per le sue pretese territoriali, o se egli cercherà di farle valere con la forza;
6) è sempre stata mia abitudine tenere informati voi tutti, senza grandi discussioni, sulla situazione generale e sugli scopi per cui avete combattuto. Vi ho quindi inviato questo messaggio, affinché possiate conoscere gli sviluppi della situazione attuale”.
L’occupazione slava di Trieste durò 40 terribili giorni durante i quali operarono con totale arbitrio la “GUARDIA DEL POPOLO” e il “TRIBUNALE DEL POPOLO”
La “Guardia del Popolo”
Della famigerata “Guardia del Popolo” fece parte il fior fiore della delinquenza comune regionale.
La prima operazione effettuata dai galantuomini di questa “eroica” milizia fu la distruzione di una parte dell’archivio della Questura e precisamente quella che conteneva la storia del loro passato di delinquenti comuni.
La seconda operazione fu quella d’iniziare una caccia spietata a tutti gli ex agenti della squadra criminale (si noti bene: criminale e non politica) con i quali così spesso avevano a che fare in un passato non ancora molto lontano. Era giusto che si prendessero la rivincita e si rifacessero una verginità ammantata di ideale.
Sgombrato così il campo da tutti gli impedimenti, iniziarono la loro normale attività, cioè il furto e la rapina. Le autorità jugoslave, per ragioni di simpatia e di interesse, lasciavano fare, lasciando alle “guardie” la decima parte del bottino, soltanto perché il grosso della refurtiva andava ai “liberatori”.
IL “TRIBUNALE del Popolo”
Ne era presidente: il dottor Umberto Sajovitz, italiano, laureato in scienze economiche e commerciali, assistente universitario. Era stato un un collaborazionista: Sajovitz aveva collaborato con il Comando marina tedesco sino al 1° Maggio ’45, cioè fino all’ultimo istante della dominazione tedesca.
Si guadagnò l’impunità diventando il carnefice dei propri concittadini
Questo “Tribunale “ non aveva alcun metodo di procedura. La difesa non sapeva su quale corpo giuridico appoggiarsi. Tutto proseguiva a seconda dell’umore dei “giudici”, assolutamente digiuni di Diritto
Oltre a queste “istituzioni”, che sarebbero da burletta se non si trattasse di eventi tragici e luttuosi, è sopratutto l’OZNA (Odeljenje za Zaštitu Naroda), il Dipartimento per la Sicurezza del Popolo ), la polizia segreta militare jugoslava a raccogliere le denunce e a operare gli arresti arbitrari, le esecuzioni sommarie nelle foibe o la prigionia nei campi di concentramento, come quello di Borovnica, nominato pure ” anticamera della morte ” . Arresti indiscriminati, confische, requisizioni, violenze d’ogni genere, ruberie, terrorizzano ed esasperano i Triestini che invano richiedono l’aiuto del Comando Alleato.
La testimonianza di Monsignore Antonio Santin, Vescovo di Trieste e Capodistria descrive l’atmosfera che si respirava in città. (da “Al tramonto”, 1978): “Vivissimo era l’allarme e lo spavento invadeva tutti.. . In città dominava la violenza contro tutto ciò che era italiano. Tutti i giorni dimostrazioni di Sloveni convogliati in città, bandiere jugoslave e rosse imposte alle finestre. Centinaia e centinaia d’inermi cittadini, Guardie di Finanza e Funzionari civili, prelevati solo perché Italiani, furono precipitati nelle foibe di Basovizza e Opicina. Legati con filo spinato, venivano collocati sull’orlo della foiba e poi uccisi con scariche di mitragliatrice e precipitati nel fondo. Vi fu qualcuno che, colpito, cadde sui corpi giacenti sul fondo e poi, ripresi i sensi per la frescura dell’ambiente, riuscì lentamente di notte ad arrampicarsi aggrappandosi alle sporgenze e ad uscirne. Uno di questi venne a Trieste da me e mi narrò la sua tragica avventura”.
Foiba di Cernovizza (Pisino) – Secondo voci degli abitanti del circondario le vittime sarebbero un centinaio. L’imboccatura della Foiba, nell’autunno del 1945, è stata fatta franare.
Foibe di Opicina, di Campagna e di Corgnale – “… Vennero infoibate circa duecento persone e tra queste figurano una donna ed un bambino, rei di essere moglie e figlio di un carabiniere …”(G. Holzer 1946).
Foiba di Zavni (Foresta di Tarnova) – Luogo di martirio dei carabinieri di Gorizia e di altre centinaia di sloveni oppositori del regime di Tito.
Foiba di Gargaro o Podgomila (Gorizia) – Vi furono gettate circa ottanta persone.
Foiba di Sepec (Rozzo): Così narra la vicenda di una infoibata il “Giornale di Trieste” in data 14.08.1947. “… Gli assassini l’avevano brutalmente malmenata, spezzandole le braccia prima di scaraventarla viva nella Foiba. Per tre giorni, dicono i contadini, si sono sentite le urla della misera che giaceva ferita, in preda al terrore, sul fondo della foiba.”
Degli infoibati riuscì a sopravvivere Giovanni Radeticchio di Sisano.
Ecco il suo racconto: “… addì 2 maggio 1945, Giulio Premate accompagnato da altri quattro armati venne a prelevarmi a casa mia con un camioncino sul quale erano già i tre fratelli Alessandro, Francesco e Giuseppe Frezza nonché Giuseppe Benci.
Giungemmo stanchi ed affamati a Pozzo Littorio dove ci aspettava una mostruosa accoglienza; piegati e con la testa all’ingiù fecero correre contro il muro Borsi, Cossi e Ferrarin. Caduti a terra dallo stordimento vennero presi a calci in tutte le parti del corpo finché rinvennero e poi ripetevano il macabro spettacolo. Chiamati dalla prigionia al comando, venivano picchiati da ragazzi armati di pezzi di legno. Alla sera, prima di proseguire per Fianona, dopo trenta ore di digiuno, ci diedero un piatto di minestra. Anche questo tratto di strada a piedi e per giunta legati col filo di ferro ai polsi due a due, così stretti da farci gonfiare le mani ed urlare dai dolori. Non ci picchiavano perché era buio. Ad un certo momento della notte vennero a prelevarci uno ad uno per portarci nella camera della torture. Ero l’ultimo ad essere martoriato: udivo i colpi che davano ai miei compagni di sventura e le urla di strazio di questi ultimi. Venne il mio turno: mi spogliarono, rinforzarono la legatura ai polsi e poi, giù botte da orbi. Cinque manigoldi contro di me, inerme e legato, fra questi una femmina. Uno mi dava pedate, un secondo mi picchiava col filo di ferro attorcigliato, un terzo con un pezzo di legno, un quarto con pugni, la femmina mi picchiava con una cinghia di cuoio. Prima dell’alba mi legarono con le mani dietro la schiena ed in fila indiana, assieme a Carlo Radolovich di Marzana, Natale Mazzucca da Pinesi (Marzana), Felice Cossi da Sisano, Graziano Udovisi da Pola, Giuseppe Sabatti da Visinada, mi condussero fino all’imboccatura della Foiba. Per strada ci picchiavano col calcio e colla canna del moschetto. Arrivati al posto del supplizio ci levarono quanto loro sembrava ancora utile. A me levarono le calze (le scarpe me le avevano già prese un paio di giorni prima), il fazzoletto da naso e la cinghia dei pantaloni. Mi appesero un grosso sasso, del peso di circa dieci chilogrammi, per mezzo di filo di ferro ai polsi già legati con altro filo di ferro e mi costrinsero ad andare da solo dietro Udovisi, già sceso nella Foiba. Dopo qualche istante mi spararono qualche colpo di moschetto. Dio volle che colpissero il filo di ferro che fece cadere il sasso. Così caddi illeso nell’acqua della Foiba. Nuotando, con le mani legate dietro la schiena, ho potuto arenarmi. Intanto continuavano a cadere gli altri miei compagni e dietro ad ognuno sparavano colpi di mitra. Dopo l’ultima vittima, gettarono una bomba a mano per finirci tutti. Costernato dal dolore non reggevo più. Sono riuscito a rompere il filo di ferro che mi serrava i polsi, straziando contemporaneamente le mie carni, poiché i polsi cedettero prima del filo di ferro. Rimasi così nella Foiba per un paio di ore. Poi, col favore della notte, uscii da quella che doveva essere la mia tomba…
Foiba di Basovizza e Monrupino – Oggi monumenti nazionali. Diverse centinaia sono gli infoibati in esse precipitati. Sul massacro di Basovizza il giornale “Libera Stampa” in data 1.08.1945 pubblicava un articolo dal titolo: “Il massacro di Basovizza confermato dal Cln giuliano. L’articolo riportava un documento sottoscritto da tutti i componenti del Cln e di quelli dell’Ente costitutivo autonomia giuliana, che così denunciava i crimini accaduti a Trieste tra il 2 ed il 5 maggio: “Centinaia di cittadini vennero trasportati nel cosiddetto “Pozzo della Miniera” in località prossima a Basovizza e fatti precipitare nell’abisso profondo 240 metri. Su questi disgraziati vennero in seguito lanciate le salme di circa centoventi soldati tedeschi uccisi nei combattimenti dei giorni precedenti e le carogne putrefatte di alcuni cavalli. Al fine di identificare le salme delle vittime e rendere possibile la loro sepoltura abbiamo chiesto consiglio agli esperti che hanno collaborato, a suo tempo, al recupero delle salme nelle Foibe istriane.
Un documento allegato a un dossier sul comportamento delle truppe jugoslave nella Venezia Giulia durante l’invasione, dossier presentato dalla delegazione italiana alla conferenza di Parigi nel 1947, descrive la tremenda via-crucis delle vittime destinate ad essere precipitate nella voragine di Basovizza, dopo essere state prelevate nelle case di Trieste, durante alcuni giorni di un rigido coprifuoco. Lassù arrivavano gli autocarri della morte con il loro carico di disgraziati. Questi, con le mani straziate dal filo di ferro e spesso avvinti fra loro a catena, venivano sospinti a gruppi verso l’orlo dell’abisso. Una scarica di mitra ai primi faceva precipitare tutti nel baratro. Sul fondo chi non trovava morte istantanea dopo un volo di 200 metri, continuava ad agonizzare tra gli spasmi delle ferite e le lacerazioni riportate nella caduta tra gli spuntoni di roccia. Molte vittime erano prima spogliate e seviziate.
Il Presidente Cossiga alla foiba di Basovizza
La grande lapide che chiude l’imboccatura della foiba di Basovizza
I finanzieri di Trieste, dapprima encomiati dagli slavi per l’onorevole comportamento durante la sollevazione del 30 aprile, POI ARRESTATI (a GUERRA FINITA) : in uscita dalla caserma di Roiano partono per destinazione ignota. 97 di loro non torneranno
Foiba di Basovizza: Cippo della Guardia di Finanza che ricorda i suoi 97 finanzieri trucidati.
Non è certo che la Foiba di Basovizza ne contenga i resti: la collocazione del cippo accanto alla Foiba può essere anche considerata simbolica. Di certo sono stati uccisi: infoibati o sepolti, lì o chissà dove.
Sul possibile destino dei Finanzieri prelevati dalla Caserma di Campo Marzio di Trieste, il 2 maggio 1945 a guerra finita, è illuminante la testimonianza resa dal motorista navale Angelo d’Ambrosio. In prossimità di San Pietro del Carso, egli incontra in quei giorni una colonna proveniente da Trieste, “composta da circa 180 militari, la maggior parte Guardie di Finanza, guidati da partigiani di Tito”. Ritengono di essere diretti a un campo di concentramento, Nella notte si odono degli spari. Il giorno dopo il marinaio vede passare “sei carri carichi di cadaveri, completamente spogliati. Nei giorni successivi, i croati della brigata “Tito” (compresi gli ufficiali) indossavano divise, calzature e quant’altro era appartenuto ai militari della Finanza italiana”. 97 di loro non fecero ritorno
Foiba di Basovizza: Cippi che ricordano , i carabinieri, (a sinistra) e i poliziotti (a destra).
Commento di Claudia Cernigoi nl suo pamphlet “Operazione Foibe a Trieste” sulle uccisioni di militari italiani A GUERRA FINITA:
«sono solo 21 i militari facenti parte della Guardia Civica realmente arrestati dalle autorità jugoslave nei “quaranta giorni” e poi scomparsi (e si trattava comunque di persone che avevano combattuto ed operato contro le forze alleate dell’esercito jugoslavo)»
Oltre a dimenticare i Finanzieri, Per la Cernigoi, uccidere prigionieri di guerra a guerra finita è lecito e giusto.
Secondo Operazione foibe a Trieste, «Reparti della Guardia di Finanza furono deportati ed infoibati perché avrebbero compiuto “diverse azioni di rastrellamento sia contro gruppi partigiani che contro la popolazione civile’’. Sempre secondo la Cernigoi, questi sarebbero “semplicemente dei dati di fatto, sui quali non vi è possibilità di intervenire polemicamente perché si tratta appunto di fatti dimostrati’’ Questa affermazione non può essere accettata, perché, questi “dati di fatto dimostrati’’ (che gettano pesanti ed ingiuste ombre su persone che non possono difendersi perché assassinate) sono autoreferenziali e non trovano riscontro, o peggio, sono smentiti da documenti ufficiali, da risultanze giudiziarie e da tutte le opere della storiografia accademica.
Si veda “Contro Operazione Foibe” Di Giorgi Rustia , che ribatte punto per punto alle affermazioni della Cernigoi nel suo Pamphlet “Operazione Foibe a Trieste”: https://www.studiober.com/wp-content/uploads/2022/05/33-Giorgio-Rustia-Contro-Operazione-foibe-di-Cernigoi.pdf
Il 17 luglio 1948 il Comitato Recupero delle Salme degli italiani infoibati informò di aver potuto esumare solo 1266 salme, poiché nessun recupero era stato possibile nelle zone amministrate dalla Jugoslavia.
Negli anni ’50 nel processo per l’Eccidio di Porzûs, è stato assolto in primo grado a Lucca, ma poi condannato a trent’anni per omicidio in appello a Firenze e in via definitiva in cassazione: In attesa di giudizio, era stato fatto riparare dal PCI in Cecoslovacchia e in Romania. Fu infine graziato nel 1959 dal Presidente Giovanni Gronchi.
E’ stato decorato con Medaglia d’Argento al valor militare. Pur scrivendo all’ANPI di Udine, non sono riuscito a recuperare la motivazione (EB)
Ma chi erano le vittime? Italiani di ogni estrazione: civili, militari, carabinieri, finanzieri, agenti di polizia e di custodia carceraria, fascisti e antifascisti, membri del Comitato di liberazione nazionale (C.L.N.) Contro questi ultimi ci fu una caccia mirata, perchè in quel momento rappresentavano gli oppositori più temuti delle mire annessionistiche di Tito.
Furono infoibati anche tedeschi vivi e morti, e sloveni anticomunisti, assieme a sinceri antifascisti e addirittura soldati neozelandesi
il Palazzo del Governo, in piazza dell’Unitá d’Italia a Trieste, durante una delle manifestazioni inscenate dagli occupatori jugoslavi durante i tragici 40 giorni di occupazione slava
l’Oss (l’allora servizio segreto americano) chiama La Venezia Giulia “l’inferno comunista”. Su di esso si sofferma un rapporto datato 1 giugno ’45.
“Nelle zone rurali della Venezia Giulia – sottolinea – i partigiani jugoslavi danno la caccia a chi rifiuta d’arruolarsi come se fossero banditi. A Trieste vengono incarcerati anche esponenti del Comitato di liberazione nazionale e antifascisti. Persino il vescovo di Gorizia è stato fermato e poi rilasciato”. Il rapporto è preceduto da una nota verbale dell’ambasciatore italiano a Washington, Alberto Tarchiani, al dipartimento di Stato il 16 maggio: “Il regime di terrore titino peggiora. Da Gorizia sono scomparse 4.000 persone. Sembra che 700 siano state uccise nell’area di Trieste. Sinora gli anglo-americani hanno assistito passivamente a questo dramma”. Gli Usa chiedono e ottengono la conferma delle stragi delle foibe da monsignor Santin, l’arcivescovo di Trieste.
Rapporto della Special intelligence (Si) datato 30 novembre ’44.
“Dapprima i partigiani jugoslavi arrestarono i fascisti, ma più tardi operarono arresti indiscriminati, di massa, di centinaia di italiani. I prigionieri furono legati, messi nelle prigioni di Pisino, chiusi in celle sovraffollate, con poco cibo e molta sporcizia. Ogni notte, alcuni vennero portati via. Di recente, nelle foibe, le caverne dei Carso, fu scoperto un mucchio di cadaveri legati, nudi, qualcuno dei quali identificato dai congiunti. Ci viene riferito che in tutto i partigiani jugoslavi hanno gettato parecchie centinaia di persone nelle foibe”. Il rapporto descrive anche il calvario dei soldati italiani in Jugoslavia: “Su 40 mila circa, 8 mila combattono coi partigiani. Il resto fa lavori forzati. In media, scompaiono oltre 2 italiani al giorno, si dice che siano mandati a morte certa”.
In un libro del’93, lo storico inglese Richard Lamb, ex ufficiale dell’Ottava armata in Italia, accusò Alexander e il generale Freyberg, il comandante militare a Trieste, di non avere fatto abbastanza per difendere la popolazione: “In 40 giorni, i titini fecero scomparire 4.768 civili, li fucilarono quasi tutti di notte. Il 12 maggio la nostra ambasciata a Roma protestò che le esecuzioni e deportazioni di massa erano destinate a eliminare l’influenza italiana e noi ne avevamo una certa responsabilità”. Alexander, rilevò lo storico, “ne era consapevole ma si tirò da parte mentre Freyberg lasciava fare agli slavi ciò che volevano”.
il capo della Special intelligence in Italia, Vincent Scamporino, ha ammonito il suo superiore negli Usa, Earl Brennan, che “i comunisti hanno massacrato centinaia di persone nelle caverne del Carso solo perché italiani e a Trieste hanno compilato liste di proscrizione con migliaia di nomi”. Parlando delle nostre truppe in Jugoslavia ha aggiunto che “l’ordine è di eliminare chi si era trovato sotto il regime fascista”. Cita altre stragi, tra cui quella di “trecento italiani a Spalato”.
Ci furono contrasti tra Washington e Londra.
Il 29 agosto del ’45, l’ambasciatore Kirk invia al dipartimento di Stato un messaggio risentito sull’incontro con il generale Harold Alexander, il comandante britannico. “Gli ho fatto presente che le ricerche nelle foibe di Basovizza non erano state terminate e che gli italiani deportati dalla Venezia Giulia non erano ancora ritornati” (stando ai nostri giornali, a Basovizza furono recuperati 600 cadaveri, ma gli inglesi smentirono). Kirk cita la risposta di Alexander: “Andremo a fondo della questione foibe, ma la mancanza di attrezzature causa ritardi. Del rimpatrio degli italiani è meglio che s’interessino i diplomatici”.
Ai compagni era rilasciato uno speciale lasciapassare:
“Questo compagno è membro presso la Milizia Nazionale presso il Comando della Città di Trieste. E’autorizzato a portare armi ed a circolare liberamente di giorno e di notte”.
Per fortuna il porto di Trieste era necessario agli Alleati per rifornire le truppe dislocate in Austria, per cui agli Slavi fu intimato di ritirarsi.
La vera Liberazione avvenne il 12 giugno 1945, quando gli slavi se ne andarono (foto a sinistra), dopo i tragici 40 giorni, tutta Trieste scese in strada e nelle piazze a festeggiare la vera Liberazione.
22 Maggio 2020
LA GIUNTA COMUNALE DI TRIESTE HA DELIBERATO DI ISTITUIRE LA SOLENNITÀ CITTADINA DEL 12 GIUGNO 1945, GIORNO DEL RITIRO DELLE TRUPPER DI OCCUPAZIONE JUGOSLAVE





























































