19) La Liberazione a Trieste

Ogni 25 Aprile tutta l’Italia festeggia la ricorrenza della Liberazione: a cavallo di quella data, anche se in giorni diversi da città a città, 75 anni fa la gente tornava a respirare un’aria di libertà e di fiducia nel futuro.

Non fu così per gli italiani di Venezia Giulia, Istria, Fiume e Dalmazia, che negli stessi giorni sentivano di andare invece incontro ad un tragico destino: Trieste rimane uno dei simboli del dramma delle Foibe. Per questo la giunta triestina ha deliberato nei giorni scorsi che la solenne “Giornata della Liberazione della Città di Trieste “si festeggi  ufficialmente il 12 giugno, giorno della liberazione dall’occupazione jugoslava.

Ai confini orientali la situazione  era del tutto diversa dal resto d’Italia, dove le diverse componenti del Comitato di Liberazione Nazionale(CLN) erano giunte ad un accordo finalizzato alla vittoria sul nazi-fascismo, mentre si rimandava a dopo la fine della guerra ogni questione istituzionale (monarchia o repubblica) e politica su come sarebbe stato riorganizzato il paese.

Questo disegno politico-militare , sostanzialmente rispettato in tutta Italia, era però destinato ad entrare in crisi sul fronte orientale.

Il 30 Aprile, come era accaduto nelle altre città dell’Italia centro settentrionale all’approssimarsi degli Angloamericani , anche a Trieste il Comitato di Liberazione Nazionale aveva proclamato l’insurrezione. Gli scontri con i tedeschi durarono tutta la giornata. Al comando del colonnello Antonio Fonda Savio, il Corpo Volontari della Libertà, prese possesso militare della città, innalzò il Tricolore sul Comune e sulla Prefettura: in nome dell’Italia, veniva proclamata la liberazione di Trieste dall’occupazione tedesca.

I 3 figli di Antonio Fonda-Savio e di sua moglie Letizia Svevo, figlia dello scrittore Italo Svevo, gestiscono il Rifugio Fonda-Savio (m. 2367) sui Monti Cadini di Misurina (CAI Trieste )

Il da poco scomparso presidente dell’Associazione Volontari della Libertà, Fabio Forti, che fu attivo partecipante agli scontri a fuoco, così soleva ricordare gli avvenimenti di quel giorno: “Il Corpo Volontari della Libertà, da solo prese possesso militare della città di Trieste, innalzò il Tricolore sul Comune e sulla Prefettura ed indubbiamente con questo atto il CLN in nome dell’Italia, liberava Trieste dall’occupazione tedesca”.

Così il capitano Ercole Miani, comandante della Divisione Giustizia e Libertà del Corpo Volontari della Libertà triestino, illustra gli avvenimenti di quel giorno, nella testimonianza pubblicata sul periodico “Trieste” di maggio-giugno 1954: “In linea di massima, fino alle 12 di quel giorno, il comportamento delle truppe slave regolari si mantenne normale. Successivamente si profilò un cambiamento radicale della situazione. I reparti dell’esercito jugoslavo guidati dalle formazioni partigiane comuniste italo-slave locali, che già disponevano di elenchi di persone da eliminare stilati in precedenza, procedettero a migliaia di arresti”.

Obiettivi degli arresti delle truppe slave, oltre ai Volontari della Libertà stessi e ad innumerevoli civili, furono le Guardie di Finanza, gli agenti di Pubblica Sicurezza, le Guardie carcerarie, le Guardie civiche, e tutti coloro che, per il ruolo istituzionale ricoperto, rappresentavano lo Stato italiano. Particolarmente colpita fu la Guardia di Finanza che pur non aveva svolto compiti repressivi di alcun genere durante l’occupazione germanica, e anzi si era messa a disposizione del Comitato Nazionale di Liberazione ed aveva partecipato attivamente agli scontri con i tedeschi durante l’insurrezione del 30 aprile.

L’ Esercito di Liberazione jugoslavo entrò a Trieste alle prime luci del giorno dopo, primo maggio, mentre erano ancora in corso degli scontri fra partigiani Volontari della Libertà e tedeschi.

Così ne aveva annunciato l’arrivo il giorno prima, 30 aprile, , Palmiro Togliatti

“il vostro dovere è di accogliere le truppe di Tito come truppe liberatrici e di collaborare con esse nel modo più stretto per schiacciare ogni resistenza tedesca o fascista e condurre a termine al più presto la liberazione della vostra città. Evitate ad ogni costo di essere vittime di elementi provocatori interessati a seminare discordia tra il popolo italiano e la Jugoslavia democratica. Italiani e Jugoslavi hanno oggi un compito comune: quello di schiacciare le ultime resistenze tedesche e farla finita per sempre con il fascismo. Se sapremo lavorare e combattere insieme per questo, se sapremo punire noi stessi i responsabili dei delitti commessi dal fascismo contro la Jugoslavia, riusciremo senza dubbio a risolvere in comune tutte le questioni che interessano i due popoli nel reciproco rispetto delle due nazionalità”.

La collaborazione fra l’esercito “liberatore” e i partigiani italiani, che si era instaurata nelle altre città all’arrivo degli Angloamericani, a Trieste, non ci fu. La IV Armata jugoslava, occupando la città, disarmò i partigiani italiani non comunisti e, al posto delle bandiere italiane ammainate, furono issate bandiere jugoslave e rosse con falce e martello e tricolori italiani con la stella rossa nel campo bianco. L’occupazione fu fattivamente appoggiata dai partigiani italiani di fede comunista.

Quelli che, un po’ per necessità geografica un po’ per obbedienza all’ordine di Togliatti, erano confluiti nelle formazioni slave, erano stati da tempo sparpagliati in reparti lontani dai confini nazionali, sotto il comando di ufficiali slavi: la Natisone e la Fontanot vennero mandate a battersi per la liberazione di Lubiana.

Giovanni Padoan, detto “Vanni”, commissario politico della divisione Garibaldi-Natisone, emise un proclama: “Compagni! Tutti i partigiani italiani operanti nell’Italia nord orientale debbono porsi disciplinatamente alle dipendenze delle unità del Maresciallo Tito. Sono nemici del popolo tutti coloro che non intendono appoggiare il movimento di adesione alla Jugoslavia progressista e federativa di Tito. I territori della Venezia Giulia sono legittimamente sloveni e sugli stessi perciò il maresciallo Tito ha pieno diritto di giurisdizione”.

La giornalista inglese, Sylvia Sprigge nel suo “Trieste diary “scrisse: “A Trieste è classificato fascista o sciovinista chiunque osa manifestare idee differenti circa l’appartenenza di Trieste e l’Istria allaJugoslavia.”

Il pomeriggio del 2 maggio 1945 giungevano a Trieste gli Angloneozelandesi del Generale Bernard Freyberg, che gli Slavi avevano tentato di fermare a Monfalcone per consentire la completa occupazione di Trieste

Furono salutati dalla popolazione con un tripudio di bandiere tricolori e manifestazioni spontanee di gioia ovunque, a differenza della gelida accoglienza riservata il giorno prima alle truppe jugoslave.

Il comportamento degli Inglesi non fu peraltro amichevole: pesava il ricordo dei discorsi di Mussolini e la sua richiesta di avere l’onore di poter bombardare Londra, anche se i nostri inadeguati aeroplani avevano fatto oltremanica ben poco danno.

Trieste occupata, maggio 1945. Manifestazione titina per l’annessione della città alla Jugoslavia.

La sera del 17 maggio 1945 al Politeama Rossetti fu organizzata l’assemblea costitutiva del Comitato Esecutivo Antifascista Italo-Sloveno (CEAIS), che doveva essere l’organo di amministrazione civile della città. Si entrava solo esibendo l’invito, che era stato distribuito oculatamente senza coinvolgere i cittadini italiani non allineati: la città seppe di avere un organo amministrativo solo il giorno dopo, a cose fatte.

L’occupazione slava di Trieste durò 40 terribili giorni durante i quali operò con totale arbitrio il “TRIBUNALE DEL POPOLO” , istituito in fretta e furia per “ giudicare fascisti e collaborazionisti” (così riporta il decreto di costituzione), e formato da militanti comunisti privi di qualunque conoscenza giuridica.

Il “Presidente”: Umberto Sajovitz, italiano, laureato in scienze economiche e commerciali, assistente aveva collaborato con il Comando marina tedesco sino al 1° Maggio ’45, cioè fino all’ultimo istante dell’occupazione tedesca. Si guadagnò l’impunità diventando il carnefice dei propri fratelli

Il braccio operativo era la “GUARDIA DEL POPOLO”, di cui fecero parte molti delinquenti comuni che si macchiarono di un gran numero di furti, rapine , arresti arbitrari e uccisioni : alcuni di questi furono ad un certo punto arrestati e condannati dagli stessi occupatori slavi.

Questo “Tribunale “non aveva alcun metodo di procedura. La difesa non sapeva su quale corpo giuridico appoggiarsi. Tutto proseguiva a seconda dell’umore dei “giudici”, assolutamente ignoranti di Diritto

Della famigerata “Guardia del Popolo” fece parte il fior fiore della delinquenza regionale. Ecco una lista dei più rappresentativi esponenti di questa “eroica” milizia: · .Fabietti Mario: autore del furto di 13 milioni al Banco di Sicilia a Catania, autore di numerosi altri furti con scasso e di evasioni;

· Zholl Ottorino: autore di omicidi, lesioni e furti.
· Antoni (Antunovich) Marcello: autore di numerosi furti con scasso;

· Rossi Ferruccio Giusto: autore di furti, rapine, evasioni;
· Furlan Ettore: autore di omicidio, furti e rapine.
· Zerial Luigi: autore di furti e rapine

La lista riporta il cognome, nome, nome del padre e residenza di allora (parliamo del maggio 1945, e della relativa toponomastica viaria) degli appartenenti a questo “corpo di polizia” istituito dagli slavo comunisti, alle dipendenze del “Comando città di Trieste” dell’armata popolare jugoslava.

La pubblicazione avviene nel rispetto del vigente “Codice di buona condotta per i trattamenti di dati personali per scopi storici” (provvedimento del Garante n. 8/P/2001 del 14.3.2001, Gazzetta Ufficiale 5.4.2001, n. 80).

La prima operazione effettuata da queste «guardie» fu la distruzione di una parte dell’archivio della Questura e precisamente quella che conteneva la storia del loro passato criminale.

La seconda operazione fu quella d’iniziare una caccia spietata a tutti gli ex agenti della squadra criminale (si noti bene: criminale e non politica)  con i quali così spesso avevano avuto a che fare in un passato non ancora molto lontano. Era inevitabile che volessero prendersi la rivincita.

Sgombrato così il campo da tutti gli inciampi, iniziarono la loro normale attività, cioè il furto e la rapina. Le autorità jugoslave, per ragioni di simpatia e di interesse, lasciavano fare, lasciando alle “guardie” una parte del bottino, soltanto perché il grosso della refurtiva andava ai “liberatori”.

L’agente delle guardie carcerarie di Trieste Giuseppe Rovello si presentò al carcere Coroneo con mitra e berretto fregiato della stella rossa e, autoproclamatosi comandante del carcere, fece arrestare il maresciallo capo delle guardie carcerarie Ernesto Mari;

Nerino Gobbo, conosciuto come il comandante “Gino”, ricopriva l’incarico di commissario del popolo nella Trieste occupata dagli slavi tra il maggio e il giugno ’45, ed imperava a Villa Segré, luogo di tortura delle milizie titine. Inventò quindi accuse infamanti contro di lui, che furono tutte demolite dalle testimonianze sia degli agenti, sia dei detenuti e dei loro familiari, i quali sottolinearono anzi l’umanità e la rettitudine del comandante.

Nel 1947 fu esplorato dalle autorità del Governo Militare Alleato . L’abisso Plutone , una profonda foiba che si apre vicina al Gropada. Una volta riesumate le salme, vennero chiamati ai bordi della foiba i parenti di quelli che si riteneva potessero essere tra le vittime perché ne effettuassero il riconoscimento. Alfredo Mari, figlio del maresciallo, e sua mamma, accompagnati da un ufficiale inglese furono chamati a riconoscere il prprio congiunto fra i cadaveri recuperati ormai in stato di decomposizione e mucchi di teschi e ossa . Fu riconosciuto dalla divisa a brandelli e dalla marca della la sartoria Civitavecchia dove aveva prestato servizio prima di venire a Trieste.

Dal processo che svolsero le autorità del GMA si appresero tutti i contorni della vicenda ed emersero in particolare le figure inquietanti di alcuni comunisti italiani vendutisi ai titini.

Nella denuncia presentata nel 1946 alle autorità alleate, Silvana Spagnol, membro del Comitato di Liberazione Nazionale nel capoluogo giuliano, attribuiva proprio a Gobbo anche la scomparsa della professoressa di lettere del liceo Petrarca, Elena Pezzoli, membro della resistenza, ma anticomunista e italiana: “Il 20 maggio 1945, Elena Pezzoli era tradotta in macchina da agenti in borghese a Villa Segré, sede del commissariato del secondo settore dipendente dalla Difesa popolare (…). La Pezzoli fu torturata nella notte del 21 maggio e si sono uditi i lamenti e i rumori di cinghia (…). Il giorno 9 giugno la Pezzoli era scomparsa e con lei il comandante Gino, Nerino Gobbo

Nella sentenza del 17 gennaio 1948 della Corte d’Assise di Trieste, i giudici accertarono che “la banda del Gobbo il 23 maggio 1945 aveva caricato su un camion 18 arrestati e li aveva infoibati nell’abisso Plutone”. Scrissero anche: “la squadra si era trasferita a Villa Segré assumendo il nome di squadra volante (…), e passava alle dirette dipendenze del commissario del popolo, Gino, di nome Nerino Gobbo. (…) Come risultò dalle deposizioni dei testi tutti i detenuti venivano bastonati e seviziati, taluni costretti a bastonarsi a vicenda e persino a mettere la testa nel secchio delle feci”. Gobbo fu condannato in contumacia a 26 anni di reclusione ma continuò a vivere beato dall’altra parte del confine. Anzi, divenne pure presidente della “Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume”, l’organo del regime comunista dedicato alla “rappresentanza” della minoranza italiana in Jugoslavia, e poi addirittura deputato al Parlamento di Lubiana.

E, cosa infame, ricevette dall’INPS per il “servizio prestato in Italia” la pensione fino alla sua morte: 532.500 lire per tredici mensilità con 30 milioni circa di arretrati. (Vedasi sull’argomento: https://www.studiober.com/wp-content/uploads/2022/05/31-Impunita-e-pensione-INPS-per-infoibatori-e-assassini.pdf )

Oltre ai partigiani Volontari della Libertà che non si sottomettevano, furono eliminati gli agenti di Pubblica Sicurezza e le Guardie carcerarie che ben conoscevano il passato di criminalità comune delle “guardie del Popolo”, i finanzieri, e tutti coloro che, per il ruolo istituzionale ricoperto, rappresentavano lo Stato italiano, assieme ad alcuni slavi anticomunisti e a molti cittadini privi di particolari trascorsi politici, ma di sicuro orientamento filo-italiano.  La repressione mirava ad eliminare tutti gli oppositori all’annessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia di Tito. Gli arrestati venivano in parte subito eliminati, mediante fucilazione e occultamento dei cadaveri nelle foibe; in parte venivano inviati ai campi di prigionia, dai quali pochi fecero ritorno.

Per fortuna il porto di Trieste era necessario agli Alleati per rifornire le truppe dislocate in Austria, per cui agli Jugoslavi fu intimato di ritirarsi. Un accordo siglato a Belgrado il 9 giugno 1945 dispose che, in attesa delle decisioni della conferenza di pace, la Venezia Giulia sarebbe stata divisa in due zone di occupazione, quello che due anni dopo divenne il Territorio Libero di Trieste: la zona A, retta da un Governo militare alleato, e la zona B, affidata ad un’amministrazione militare jugoslava.

Il  12 giugno, giorno in cui se ne andarono, dopo i tragici 40 giorni di occupazione, tutta Trieste scese in strada e nelle piazze a festeggiare la vera Liberazione.

Trieste e l’Istria vennero quindi suddivise in due zone (A e B) amministrate militarmente dagli alleati e dagli jugoslavi: la prima comprendeva il litorale giuliano da Monfalcone fino a Muggia più l’exclave di Pola, la seconda il resto dell’Istria. Il 2 giugno 1946 si svolse il referendum istituzionale a seguito del quale gli italiani scelsero la Repubblica, ma la Venezia Giulia (Province di Gorizia, Trieste, Pola, Fiume), pur essendo formalmente ancora sotto sovranità italiana, non partecipò alla consultazione per le pressioni jugoslave sui governi Alleati. Per calmare gli animi il Governo militare alleato (AMG in inglese) concesse il passaggio del Giro d’Italia, poi bersagliato dalle proteste degli attivisti filo-sloveni, culminate nello scontro di Pieris.

Il 30 giugno, durante la tappa da Rovigo a Trieste, attivisti anti-italiani favorevoli all’annessione di Trieste alla Jugoslavia bloccarono la carovana del Giro a circa 2 km a est di Pieris, ostruendo la strada con blocchi di cemento e bersagliando i corridori con lanci di chiodi e pietre. La Polizia della Venezia Giulia al seguito del Giro, composta da militari americani, intervenne per sgombrare la strada dai manifestanti, dai quali partì un colpo di pistola che ferì un agente. Ne scaturì uno scontro a fuoco con altri manifestanti, che si concluse quando la polizia riuscì a disperdere la folla.

Un tempo anche nel Carso sloveno e nell’Istria slovena e croata il Primo Maggio veniva celebrato con bandiere e stelle rosse, piazzate ovunque per le strade e sulle case, fino al periodo jugoslavo, però. Dal giorno dell’indipendenza di Slovenia e Croazia, la ricorrenza si svolge esclusivamente con la esposizione di bandiere nazionali.

Alcune foto delle più recenti edizioni.

Allo stesso modo i cittadini della Venezia Giulia non poterono partecipare alle elezioni della nuova Assemblea Costituente. Il 10 febbraio del 1947 fu firmato il trattato di pace dell’Italia, che istituì il Territorio Libero di Trieste, costituito dal litorale triestino e dalla parte nordoccidentale dell’Istria, provvisoriamente diviso da un confine passante a sud della cittadina di Muggia ed amministrato dal Governo militare alleato (zona A) e dall’esercito jugoslavo (zona B), in attesa della creazione degli organi costituzionali del nuovo stato.

Nella regione la situazione si fece incandescente e numerosi furono i disordini e le proteste italiane: in occasione della firma del trattato di pace, la maestra Maria Pasquinelli uccise a Pola il generale inglese Robert de Winton, comandante delle truppe britanniche. All’entrata in vigore del trattato (15 settembre 1947) corse addirittura voce che le truppe jugoslave della zona B avrebbero occupato Trieste. Negli anni successivi la diplomazia italiana cercò di ridiscutere gli accordi di Parigi per chiarire le sorti di Trieste, senza successo.

Nel frattempo continuavano scontri e disordini a Trieste: l’8 marzo 1952 una bomba uccise alcuni manifestanti di un corteo italiano; nell’agosto-settembre 1953 il governo italiano inviò truppe lungo il confine con la Jugoslavia.

Nei primi anni 70 la Jugoslavia annetteva unilateralmente la zona B. All’incirca nello stesso periodo Israele annetteva le alture di Golan, territorio desertico e quasi disabitato, ma che, prima della sua conquista avvenuta con la guerra dei 6 giorni, consentiv ai guerriglieri arabi di tirare periodicamente razzi e colpi di mortaio sui kibbutz israeliani dell’Alta Galilea. La Zona B del Territorio libero di Trieste, defunto prima ancora di nascere, non era una zona desertica buona solo per sparare: Capodistria, Isola d’Istria, Pirano, Umago, Cittanova, che lo costituivano, sono tuttora ridenti cittadine in cui ogni pietra parla di un più felice e pacifico dominio veneziano, costruito architettonicamente e culturalmente sui precedenti ruderi romani. Non si contarono le manifestazioni politiche e le vibrate proteste della nostra stampa per la prepotenza israeliana. In compenso, come nessuno di quanti si stracciarono le vesti per l’apartheid sudafricano aveva mai protestato per quello altoatesino, così nessuno si scompose per la rapina territoriale jugoslava ai nostri danni.

Anzi, un imbelle governo si affrettò a ratificare, stipulando nel ’75 con quello jugoslavo quel campionario di autolesionismo nazionale che fu il trattato di Osimo: ha costituito una novità assoluta nella storia delle relazioni diplomatiche: a memoria d’uomo, non era mai accaduto che uno Stato sovrano come l’Italia rinunciasse alla sovranità su una quota importante del proprio territorio senza alcuna contropartita. Si aggiunse così una beffa, che fa dell’Italia l’unico paese sconfitto nell’ultima guerra (e forse in tutte le guerre) ad aver ceduto una consistente parte del proprio territorio nazionale ad altri due paesi, Croazia e Slovenia, già alleati in guerra di Tedeschi e Italiani e quindi altrettanto sconfitti. Questo paradosso si é compiuto mentre la Germania si ricomprava a suon di marchi concessi in credito ai vincitori il territorio dell’ex Germania Est. Znche il Giappone non ha mai rinunciato a fare altrettanto con le Isole Curili occupate dai sovietici.

in precedenza le rassicurazioni dei governanti italiani erano state molte ed esplicite. Vedasi la lettera del Presidente del Consiglio  Aldo Moro ad una associazione di esuli:

Il trattato di Osimo

Per un regolamento definitivo dei confini tra Italia e Jugoslavia, e la fine alle rivendicazioni territoriali fu necessario attendere il Trattato di Osimo del 10 novembre 1975 , firmato per l’Italia da  Mariano Rumor e per la Jugoslavia da  Miloš Minićper.

Il patto fu firmato in un clima di frettolosa segretezza motivata da ragioni di opportunità che intendevano nascondere alla pubblica opinione un evento non certo accettabile sul piano giuridico e men che meno su quello etico. Non a caso, alla vigilia della firma si registrarono le clamorose dimissioni dell’ambasciatore Camillo Giurati, responsabile ministeriale per la regolamentazione delle frontiere e delle acque territoriali, in segno di protesta per essere stato tenuto all’oscuro di tutta la vicenda. Anche questo non era mai accaduto. Complessivamente, con il Trattato di Osimo venne ceduta alla Repubblica Federativa Jugoslava tutta l’Istria Nord-Occidentale ad eccezione di Muggia, in aggiunta alla perdita molto più ampia del 1947 comprensiva di Fiume, Zara e degli altri distretti istriani: in pratica si riconosceva la sovranità di Belgrado sul territorio di parecchi Comuni importanti come Buie, Capodistria, Isola, Pirano, Umago e Cittanova.

Il trattato confermò l’assetto stabilito con il Memorandum di Londra: la precedente linea di demarcazione con la Zona «A» divenne confine di Stato introducendo un’ulteriore modifica a favore della Jugoslavia che prevedeva il trasferimento alla Zona «B» di Albaro Vescovà, Crevatini e frazioni minori, sacrificando qualche migliaio di residenti, e costringendoli a prendere le vie dell’esilio in aggiunta ai 350.000 che li avevano preceduti dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia, segnatamente nel primo decennio post-bellico. Il trattato fu un passo molto gradito alla NATO, che valutava particolarmente importante la stabilità internazionale della Jugoslavia, dopo il distacco di Tito dal Cominform sovietico.

Per il suo contenuto questo trattato venne avversato da parte delle popolazioni coinvolte, soprattutto dagli esuli italiani che hanno sempre sostenuto di essere stati abbandonati dall’Italia.

Va detto che la responsabilità politica, al di là dei pur giustificati dubbi sulle reali competenze dei plenipotenziari italiani guidati da un alto dirigente del Dicastero dell’Industria, Eugenio Carbone, fu soprattutto del Governo, e con esso di Camera e Senato che votarono l’adesione preliminare, e poi la legge di ratifica, sia pure con diffuse e motivate sofferenze di cui restano testimonianze probanti, ed in qualche caso persino toccanti, negli Atti parlamentari.

E vi è pure una responsabilità morale da attribuire a due organizzazioni di esuli che contribuirono – la cosa è davvero mostruosa – alla cessione della Zona «B» a Tito, attraverso il voto o, meglio, il non voto dei loro dirigenti che la rappresentavano come Deputati e Senatori in Parlamento e negli enti locali: la Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD) e l’Associazione delle Comunità Istriane, entrambe teleguidate dalle diverse correnti della Democrazia Cristiana. Corrado Belci, nato a Dignano, che fu strenuo difensore del Trattato di Osimo e votò per la cessione della Zona B alla Jugoslavia; Paolo Barbi, nato a Lesina, il quale invece di votare contro la ratifica, si assentó  dall’aula prima del voto. Invece Giacomo Bologna, nato ad Isola, il quale nonostante le direttive del partito votò contro la ratifica al Trattato, per questo venne espulso in 24 ore;

Già nell’autunno del 1975, cioè prima della firma, il Consiglio Regionale del Friuli Venezia Giulia e quelli della Provincia e del Comune di Trieste furono chiamati ad esprimersi nel merito della firma del Trattato.

E molti furono gli Istriani, in maggioranza iscritti alla ANVGD, che eletti in questi tre consessi votarono a favore della ratifica del Trattato, oppure si astennero dal farlo, per non perdere la poltrona! In internet si trovano con facilità pure i verbali delle rispettive riunioni.

Alleghiamo il volantino di denuncia che, dopo gli esiti del voto degli enti locali, l’Unione degli Istriani distribuì per le vie di Trieste: in sostanza una sorta di “albo della vergogna”, per informare la cittadinanza di come si comportarono i politici di allora.

Si tratta di una brutta pagina di storia, che è bene però ricordare!