20): IL CALVARIO DI MONTONA, CAPODISTRIA ,MOMIANO

Nella parte centrale dell’Istria, in cima ad un colle da cui si domina la valle del fiume Quieto, sorge Montona (la romana Castrum Montonae), il paese che dette i natali ad Andrea Antico, inventore, nel 1517, della stampa in legno delle note musicali. A proposito di legno, Montona fu preziosa per Venezia, cui si donò nel 1278, ed alla quale per cinque secoli fornì la quercia del grande “bosco di San Marco” con cui venivano costruite le galee della flotta veneziana.

Montona ha conservato quasi completamente la sua cinta muraria fortificata ed il leone di San Marco che accoglie chi la visita è un leone di guerra, col libro chiuso. Nei territori di confine o di guerra, infatti, il leone veneziano, che siamo abituati a vedere recante il “Pax tibi Marce, evangelista meus”, chiudeva il libro e prendeva la spada. Sono una decina, a Montona, i leoni scolpiti sul marmo, tutti rivolti a est, a far da guardia alla vecchia torre merlata, al Duomo di Andrea Palladio, alla Loggia (la Losa) aperta su tre lati che domina la valle.

Montona, orgogliosa della sua italianità, la difese con le unghie e con i denti, anche a prezzo di sacrifici enormi di cui sono testimonianza gli eccidi che fu costretta a subire. È rimasta traccia, presso gli archivi della Stato Maggiore dell’Esercito, della fine eroica di Umberto Visintin di Portole e di Egidio Linardon (appena sedicenne) di Montona. Era il 1° luglio 1944: i due prigionieri − si legge nei documenti conservati a Roma − “subirono stoicamente inenarrabili torture per tutto il giorno; alla sera condotti presso un cimitero, dopo aver rifiutato di abiurare la propria fede, gridando forte il nome d’Italia, caddero sotto le pugnalate”. Accanto a loro furono uccisi, sempre a pugnalate, altri sei italiani, tutti buttati in una fossa comune all’esterno del cimitero di Sovischine di Montona.

Di quell’eccidio raccontò un sopravvissuto, Armando Jannucci: “Ci legarono per i polsi e ai piedi, traversammo il bosco sino a Villa Simetti. Verso le 19 ci tolsero i legacci ai piedi, ci fecero alzare e ci legarono per il braccio due a due… ci fecero montare la collina, in cima c’era uno spiazzo… fecero inginocchiare una ventina di uomini con le armi puntate verso di noi… ne presero due a caso e li fecero avanzare, slegarono loro le scarpe, li spogliarono, li misero faccia al vuoto e il capo ordinò: ‘Spartaco fai il tuo lavoro’. Questo dette due pugnalate nelle spalle dietro la nuca, uno spintone e giù”. Quando fu il suo turno, Jannucci si buttò nel vuoto: gli spararono dietro, mancando sempre il bersaglio, cercarono di inseguirlo ma riuscì a nascondersi e si salvò la vita.

Spartaco Zorzetti, l’autore della strage, italiano di Rovigno al servizio degli Jugoslavi, verrà in seguito insignito dell’ordine “al valore” da Josip Broz Tito per i suoi servigi alla causa.

Meno di un anno dopo Montona fu testimone di altre stragi, ancor peggiori. Erano i primi giorni di maggio del 1945. Gli italiani di Montona avevano organizzato l’ultima, vana, resistenza agli Jugoslavi. Pagarono con le torture e con la vita. Così raccontò la signora Pia Lius di Montona, nel suo diario: “Dopo la Messa, ieri (5 maggio) è stato il processo popolare di Italo Tato (Tato è il soprannome di famiglia, si chiamava Belletti ndr). Mi dissero che era legato col fil di ferro, tutto livido dalle percosse e condotto in giro per la piazza (…) da lì è passato quel povero Italo nella notte alle due, per il suo supplizio, spogliato completamente lì presso al cimitero di Montona, ove supplicava che gli chiamassero un sacerdote”. Fu finito a coltellate e poi a fucilate. All’ultima persona con cui era riuscito a parlare, Italo Belletti lasciò detto: “se ci sarà un plebiscito per l’Italia vota anche per me”. Ma quel plebiscito non ci fu mai.

Il 10 maggio un gruppo di venti prigionieri fu fatto uscire dal paese scortato dai partigiani titini. Tra questi vi erano l’ultimo podestà di Montona, Mario Pisani, il segretario comunale Vittorio Cassano, un carabiniere, alcuni militi della Milizia di Difesa Territoriale e altri giovani italiani. Dissero loro che avrebbero raggiunto Pisino a piedi, ma non vi arrivarono mai. Furono inghiottiti da una cava di bauxite, buttati già morti o moribondi dopo essere stati presi a mitragliate dai titini. Racconta Silvia Peri, che li vide passare di fronte a casa: “Ricordo che erano scalzi, rotti, uno aveva addirittura gli occhi fuori dalle orbite. La loro destinazione era Cava Cise, una cava di bauxite profonda tre metri. Li hanno buttati dentro ma non erano tutti morti, si lamentavano… la gente che passava alla curva per andare a Pisino sentiva lamenti ma pensava che fossero bestie malate, e allora non ci andava vicino. Poi però sentirono una puzza tremenda…”. Di quel segreto non si doveva parlare e fu così che nella Jugoslavia comunista, per cinquant’anni e più, Cava Cise divenne solo una discarica. Finché l’amore degli esuli della Famiglia Montonese, con il permesso delle nuove autorità croate, ridiede dignità a quel luogo e soprattutto fece di Cava Cise un piccolo sacrario, ove oggi sorge un memoriale con una Croce ed i nomi dei caduti incisi sulle pietre.

Capodistria

A Capodistria era stato eretto un monumento a Nazario Sauro, opera dello scultore Attilio Selva e dell’architetto Enrico Del Debbio. Inaugurato il 9 giugno 1935 alla presenza del re Vittorio Emanuele III, fu smantellato dal comando militare tedesco di Trieste il 22 maggio 1944. Le statue furono fuse dagli Iugoslavi al termine della 2ª guerra mondiale.

La pregevole statua in bronzo dell’Istria redenta, che oggi purtroppo non possiamo ammirare perchè non esiste più, inghiottita dal gorgo dell’ultima guerra, ben esprimeva lo spirito di quella piccola ma indomita regione più piccola dell’Umbria che in tanti modi aveva manifestato la sua volontà di far parte del neocostituito Regno d’Italia e tanti volontari aveva dato al Risorgimento e alla Grande Guerra. Scolpita dall’architetto irredentista triestino Attilio Selva, essa faceva bella mostra di sé sul bianco monumento dedicato a Nazario Sauro, l’eroe istriano per antonomasia, inaugurato a Capodistria, la sua città natale, il 9 giugno 1935, alla presenza del Re Vittorio Emanuele III e di un’immensa folla che agitava fazzoletti bianchi. Monumento che purtroppo ebbe vita breve, in quanto prima lo smantellarono i tedeschi nel 1944 perchè vi installarono al suo posto una postazione contraerea, e infine fu distrutto dagli jugoslavi che fusero le sue pregevoli statue in bronzo. Gli esuli poterono portare in salvo le spoglie dell’eroe istriano, ma non il suo monumento, che era il simbolo più orgoglioso e famoso dell’Istria.

Ancora nel 1950, quando la triste sorte di Capodistria e di tutta la zona B non era stata ancora formalmente sanzionata dalle potenze vincitrici ma già si capiva l’aria che tirava e quale sarebbe stata la conclusione, gli sfortunati connazionali che non erano riusciti a fuggire, illusi di poter salvare sè stessi, la propria terra e i propri beni, dovettero assistere a una delle tante esibizioni filo-titine dei collaborazionisti italiani che a quel tempo cominciavano a proliferare.

Dunque gli Jugoslavi e i loro scherani italiani, dopo aver asportato dalla piccola cittadina di Capodistria tutto ciò che potevano, compreso l’intero patrimonio nautico, con tutta l’attrezzatura della leggendaria Società Canottieri Libertas a cui per tanti anni appartenne anche Nazario Sauro Dopo aver smontato e sottratto tutti i macchinari degli stabilimenti industriali in faccia agli operai azzittiti e minacciati, dopo aver divelto i cippi e la ringhiera del Parco della Rimembranza, e aver segato perfino le inferriate dello stabilimento carcerario per ricavarne ferro, decisero che la persistenza dei sentimenti italiani in capo alla maggioranza della popolazione andava punita con l’ennesima immonda gazzarra. Trovarono all’uopo, per il giorno 5 febbraio 1950, un gruppetto di collaborazionisti (Edoardo Filippi, Vittorio Steffè, Vittorio Martinoli, Giordano Perini, Vittorio Pogorevaz) , i quali, con la stessa furia con la quale erano stati scalpellati e distrutti in tutto il confine orientale i Leoni di San Marco, s’accanirono sui simboli che sgraditi agli occupatori, cioè i simboli che venivano a contraddire  le loro pretese, i simboli concreti della Storia di quelle terre: non del fascismo, agitato come pretesto e durato solo vent’anni, che aveva operato nel contesto di una guerra mondiale con milioni di morti, ove gli slavi del Sud si erano ammazzati brutalmente tra loro a centinaia di migliaia, ma della Grande Guerra, dell’Irredentismo e del Risorgimento. Così, la predisposta squadra di vandali collaborazionisti, dopo aver inscenato la solita manifestazione pro-Jugoslavia, si diede a sfracellare con belluina rabbia la Lapide dei caduti nella guerra ’15-’18, quella del Bollettino della Vittoria, unitamente alla lapide che ricordava gli studenti partiti volontari come Pio Riego Gambini (medaglia d’argento al valor militare), fuggito in Italia nel 1914, e che nel 1915 scrisse un infuocato proclama rivolto ai giovani Istriani. Decapitata la sua erma marmorea già nel ’48, fu ridotto in briciole a martellate il marmo che ne eternava il patriottico proclama. Vennero altresì distrutte con selvaggia acredine due epigrafi che ricordavano due personaggi chiave del Risorgimento capodistriano: Carlo Combi, morto esule a Venezia nel 1884, e Leonardo D’Andri, morto eroicamente nella 3a guerra d’indipendenza.

La squadraccia, con i suoi martelli e le spranghe di ferro s’avventò poi, tentando invano di distruggerla perchè era troppo robusta, sulla torretta del sommergibile “Giacinto Pullino” su cui si trovava Nazario Sauro quel malaugurato giorno 30 luglio 1916 quando il sommergibile disgraziatamente s’incagliò per colpa delle correnti poco lontano da Fiume ed egli fu poi catturato dagli Austriaci, torretta che era conservata ed esposta come una reliquia nel cortile interno del liceo-ginnasio “Combi” di Capodistria, presso il quale Sauro aveva studiato, alla venerazione degli studenti: essa fu sfregiata e  profanata, e poco tempo dopo venne distrutta : Se i nostri governi di allora non furono capaci di recuperare la torretta di un sommergibile, figuriamoci se potevano recuperare all’Italia la cittadina di Capodistria e tutta la zona B.

Nell’aprile del 1921 veniva dato corso anche in Istria alla campagna elettorale per le elezioni politiche nazionali in un clima di acceso malumore e di polemiche che dividevano i vari schieramenti in lizza. Per raccogliere le forze occorrenti a battere i partiti dell’estrema sinistra, si formava tra gli italiani una coalizione detta Blocco Nazionale al quale davano l’adesione gli esponenti del Partito di Ricostruzione Nazionale, dell’Associazione Nazionalista Italiana, del Partito Nazionale Riformatore, dei Fasci di Combattimento e del Partito Popolare Italiano, poi dissociatosi. Il Blocco Nazionale organizzava il mattino di domenica 15 maggio un giro di propaganda con un autocarro che portava nel circondario di Capodistria alcuni giovani, armati di pennelli e di colla, incaricati di applicare qua e là manifesti elettorali.Quattro di essi venivano fatti scendere a Maresego con l’intesa che, completato il giro, sarebbero stati riportati in città. Erano Giuseppe Basadonna, Giuliano Rizzatto, Francesco Giachin e Filiberto Tassini, poco più che ragazzi che nulla sapevano di politica ed il cui primo pensiero, stando alle più recenti ricostruzioni testimoniali e storiografiche, fu di prendere contatto con un oste per il pranzo. In breve tempo venne fomentata dai locali attivisti comunisti slavi una sommossa – da cui la dicitura “Rivolta di Maresego” con cui la storiografia militante ricorda l’eccidio – che sfociò in un violento attacco contro i quattro ragazzi che, invano, tentarono la fuga: tre di loro, presi a colpi di falce, bastoni, sassate e persino di rivoltella rimasero esanimi sul terreno mentre un quarto, Tassini, se la cavava perché svenuto e ritenuto morto (rimanendo però invalido a vita). I cadaveri di Basadonna, Rizzatto e Giachin furono esposti nelle ore immediatamente successive al ludibrio della folla e vennero vilipesi in modo ignobile (i villici defecarono all‘interno della bocca delle tre vittime!).

La notizia arrivava a Capodistria nelle prime ore del pomeriggio e provocava enorme impressione in tutta la città: per evitare spedizioni punitive partiva subito un autocarro militare con soldati e Carabinieri ma un secondo autocarro portava sul posto anche quindici borghesi militanti nel partito repubblicano e nel blocco nazionale. Questi ultimi trovarono lungo la strada barricate improvvisate di sassi e quando arrivarono sulla piazza di Maresego si verificò un breve conflitto a fuoco che lasciò a terra un morto. I Carabinieri operarono diversi arresti ed il processo ebbe luogo con inizio il 20 dicembre presso il tribunale penale di Trieste, con 26 accusati e 48 testimoni. La sentenza seguì il 28 febbraio 1923 con 8 condanne a pene detentive varianti da 6 mesi ad 8 anni e 7 sette assoluzioni.

Oggi la Municipalità di Capodistria (senza che la nostra minoranza dica mai nulla!) persevera nel mantenere la ricorrenza del 15 maggio quale macabra festività cittadina, al posto della tradizionale e secolare festività di San Nazario, ma resta comunque il fatto che si trattò di un triplice omicidio con vilipendio di cadavere ed una procurata invalidità permanente ai danni di ragazzi non responsabili di alcunché e disarmati.

la tomba delle tre giovani vittime innocenti, oggi curata dall’Unione degli Istriani.

Distrutto già nel 1946 lo splendido monumento a Nazario Sauro che faceva bella mostra di sè sul Lungomare, e fuse le prestigiose statue in bronzo che lo adornavano, per completar l’opera di vandalizzazione della memoria storica che veniva a contraddire la grancassa slavofila amplificata dal comunismo nostrano, mancava di toglier di mezzo, in quell’infausto giorno 5 febbraio 1950, un’altra epigrafe patriottica ancora rimasta intatta: era dentro la Trattoria San Marco, in via F. Crispi, uno dei luoghi simbolo del Risorgimento e dell’Irredentismo di Capodistria, punto di ritrovo durante il corso dell’ottocento dei patrioti anelanti al ricongiungimento dell’Istria all’Italia. Qui, nel luglio 1914, avvenne l'”ultima cena” o “cena dei cospiratori”, ove una sessantina di giovani riuniti fra bandiere Tricolori e ritratti di Garibaldi e di Mazzini, giurarono di non servire giammai sotto le armi austriache e di fuggire in Italia ad arruolarsi: con gravi conseguenze per le famiglie, naturalmente.

In quell’infame azione del 5 febbraio 1950, dunque, non furono presi di mira dei bersagli a casaccio, ma scientemente si operò per abbattere i simboli del concentrato causale della rabbia slava: il Risorgimento, l’Irredentismo e la Grande Guerra. Ecco perchè oggi la filiera di storici-giornalisti-intrattenitori del mainstream, quando parla del confine orientale e delle sue intricate questioni, salta a piè pari quei tre scomodi argomenti concentrandosi sul Fascismo, non solo perchè non li conosce, ma perchè ciò serve per distrarre e condizionare il ragionamento, cioè per spostare artatamente il problema sottraendolo alle sue vere cause storiche.

La snazionalizzazione architettonica continua: La distruzione di Palazzo Longo a Capodistria

Lo storico Palazzo Longo è – o meglio era – un imponente e prestigioso edificio cinquecentesco, costruito in stile rinascimentale veneziano, appartenuto alla nobile famiglia Longo che vi abitò per secoli. La famiglia Longo ebbe origine a Venezia nel VI secolo, ma in seguito si diffuse in tutto il mondo italiano, con ramificazioni in altre regioni italiane oltre che in Istria e Dalmazia. La più antica menzione della famiglia in Istria risale al 1202 con Martinus Longus.

Un membro della famiglia in Istria, Francesco Longo, fu Podestà di Capodistria nel 1510, quando la città apparteneva alla Repubblica di Venezia. Gli ultimi membri della famiglia Longo vissero nel Palazzo fino agli anni ’90 dell’Ottocento. L’edificio era considerato uno dei più importanti edifici rinascimentali della città di Capodistria.

Abbandonato per molti decenni, l’edificio – di “proprietà” del governo sloveno – è stato trascurato e lasciato a marcire. È stato venduto dal comune a una proprietaria privata di nome Doris Božič nel 2010 durante un’asta. Nel 2015 c’era un piano di restauro dell’edificio. Tuttavia, i rappresentanti del Ministero della “Cultura” sloveno hanno dichiarato che l’edificio era instabile, pericoloso e doveva essere demolito…

L’implicita e vergognosa ammissione alla base di questa dichiarazione è che il Palazzo era stato così gravemente trascurato dal governo sloveno per così tanti anni da permettere che l’edificio cadesse in rovina, senza dubbio intenzionalmente…

Il 31 gennaio 2018 il governo ha dichiarato che l’edificio doveva essere demolito entro 30 giorni. La demolizione di Palazzo Longo è stata completata nel febbraio 2018.

Come ha ammesso l’autrice slovena Vesna Mikolič, in seguito all’esodo della popolazione italiana nel secondo dopoguerra la città di Capodistria si ripopola di persone provenienti da altre regioni della Jugoslavia che non si identificavano con la città mediterranea né con il suo patrimonio storico culturale. I nuovi amministratori e gli immigrati sloveni hanno deliberatamente trascurato gli edifici per nascondere o sopprimere il carattere italiano della città istriana. Di conseguenza, molte delle antiche strutture italiane caddero in degrado e furono spesso vandalizzate da teppisti.

Alla luce della lunga storia di distruzione del patrimonio italiano in Istria da parte dei governi jugoslavo e post-jugoslavo, nonché delle frequenti profanazioni di monumenti ed edifici ancora oggi condotte da vandali anti-italiani, è difficile non vedere questa demolizione più recente come parte di un piano intenzionale di trascurare un edificio antico e lasciarlo volutamente andare in rovina per giustificare la sua distruzione. Indipendentemente dal fatto che questa negligenza sia stata intenzionale o meno, la responsabilità deve comunque ricadere sulle autorità slovene, che per tanti anni hanno posseduto e irresponsabilmente trascurato la struttura.

Momiano

La triste e tragica  testimonianza di Graziella Gianolla, classe 1935, venuta a mancare  nel 2020

«Tante volte ho desiderato essere buttata in una foiba, come mia madre, invece i titini mi hanno portato via con loro lasciandomi vivere, ma forse è stato peggio che morire», raccontava spesso Graziella Gianolla, che parlando della sua tragica esperienza sembrava quasi liberarsi dal peso terribile dei ricordi.

Nel 1944 Graziella Gianolla viveva con la sua famiglia a Momiano, un piccolo paese nel centro dell’lstria, aveva solo nove anni, troppo pochi per affrontare l’inferno.

«Mio padre era nella Milizia e sono venuti a prenderlo il 31 gennaio 1944. Ricordo una decina di partigiani che mi hanno obbligato ad aprire il negozio per portar via quello che trovavano. Le ultime parole di papà furono: «Stai tranquilla e chiudi la porta. Tornerò presto», raccontava Graziella che non lo ha mai più rivisto. Assieme allo zio podestà è stato prima torturato e poi tagliato a pezzi.

Graziella non ha mai saputo con precisione dove venne sepolto il padre. In quel terribile 1944, però, il peggio doveva ancora venire. La bambina, assieme alla madre e alla zia, rimase a Momiano nella speranza che gli uomini sequestrati dai partigiani tornassero.

«Invece in ottobre sono venuti a prendere anche noi – ricordava – li ho sentiti salire le scale e urlare “Mani in alto”. Ero terrorizzata. Un certo Mladen cercava soldi e quando mia madre gli offerse uno dei suoi anelli per risparmiarci, ricevette una sberla che la fece volare dall’altra parte della stanza. Le mani gigantesche di Mladen non le ho mai dimenticate».

Per anni Graziella è stata perseguitata dagli incubi e quando vedeva le mani di un uomo cominciava a tremare.

«Pioveva a dirotto, ma ci hanno ordinato di metterci in marcia portandoci nel bosco. Assieme a mia madre hanno preso la zia ed altre due donne, compreso un ospite che veniva da Fiume e non c’entrava nulla» – continuava Graziella – , «la mamma mi faceva pregare di nascosto, ma il momento peggiore è arrivato il giorno dopo, quando ci hanno divise a forza. Avevo solo nove anni e sono diventata adulta di colpo».

La madre vuole abbracciarla per l’ultima volta, ma i partigiani la strattonano via.

Da quel giorno Graziella non l’ha più vista. «Quando ho incontrato il capo dei titini, un certo Stanko, che veniva spesso a comprare nel nostro negozio sono corsa da lui per chiedergli di mia mamma. Mi ha risposto che non dovevo più nominarla, perchè era una spia e avrebbe avuto quello che si meritava».

«Così, ogni volta che sentivo degli spari pensavo che avessero fucilato la mamma».

Da questo momento la piccola Graziella viene arruolata nell’unità partigiana, che decide di slavizzarla.

Le mettono in testa una bustina con la stella rossa e le consegnano addirittura una pistola con tre colpi consigliandole di uccidersi piuttosto che farsi catturare dai tedeschi.

«Mi ordinarono di non dire più una sola parola in italiano, ma non conoscevo lo slavo. Per chiedere un po’ di pane sbagliavo termine e allora mi riempivano di ceffoni. Ho imparato la loro lingua a suon di sberle», raccontava.

Per quattro mesi vive nei boschi con i partigiani e trova anche un titino più umano degli altri che se la carica sulle spalle quando non riesce a stare al passo nelle dure marce notturne. A piedi attraversano tutta l’lstria centrale e quando la banda titina si ferma a dormire, la bambina è costretta ad assistere al sesso libero fra i partigiani.

Con un solo vestito, le scarpe rotte ed i pidocchi dappertutto, Graziella avrebbe preferito fare la fine della madre. A lungo andare i partigiani non sanno che farsene della bambina. Una di loro la consegna a una coppia di contadini, di nome Paoletich, che in pratica la adottano.

Alla fine della guerra viene costretta ad applaudire al passaggio delle colonne di prigionieri tedeschi, molti dei quali saranno massacrati, e a gridare “Zivijo Tito!” (Viva Tito!).

Ormai parla solo lo slavo, chiama i Paoletich “zii”, e loro la trattano effettivamente come una figlia.

«Dentro di me non ho mai dimenticato la mia casa a Momiano ed i genitori, ma non so cosa sarebbe accaduto se mio fratello non mi avesse trovata», spiegava Graziella.

Alfeo, sette anni più grande, si era arruolato appositamente nei partigiani per cercare notizie della sorella.

«Un giorno di luglio del 1945 lo vedo in divisa da titino che mi aspetta sotto un albero. Sul primo momento mi paralizzo al pensiero che mio fratello fosse passato con gli slavi».

Ma alla fine Alfeo convince la sorella ed i «genitori» adottivi che possono tornare a Momiano.

«Quando non ho ritrovato la mamma ho chiesto per reazione le mie bambole, ma in slavo, perchè non riuscivo più a parlare l’italiano», ricorda.

Nel 1954 Alfeo, Graziella e la quasi totalità degli italiani di Momiano scappano verso Trieste, dove si ricostruiscono una vita segnati per sempre dalla tragedia dell ‘Istria.

Nel 2001 Graziella ha rintracciato Mladen, il partigiano dalle mani enormi, il quale dopo la guerra era diventato giudice.

«Mi ha detto che non sapevano cosa fare di me e che la mamma assieme alle altre donne portate via, era stata processata e giustiziata – rivelava Graziella -. Gli ho chiesto se avesse avuto il diritto ad una difesa e mi ha risposto che bastava la parola di un partigiano per condannarla».

Graziella si è identificata con Francesco, nella fiction “Il cuore nel pozzo”, il primo film sulle foibe, il ragazzino che scappava dall’Istria dopo l’infoibamento dei suoi genitori.

«Oggi non provo più odio, neppure per Mladen – diceva Graziella – ci sono voluti sessant’anni per fare un primo film sulle foibe e mi rendo conto che è ora di voltare pagina, ma perdonare sarà impossibile».

La beffa finale, la ciliegina sulla torta sui soprusi pazzeschi subiti da Lei e dalla sua famiglia è rappresentata dalla casa di Momiamo, che Graziella assieme ad altri Esuli voleva recuperare attraverso una causa internazionale.

Dopo anni di battaglie, tutti hanno perso, come previsto. La casa oggi è sede della Comunità degli Italiani, acquistata dal Governo italiano. Ed alcuni di quelle comunità in Istria, oggi non più in vita, facevano parte dei partigiani locali che parteciparono alla mattanza dei suoi cari.

Cara Graziella, un ricordo commosso. Guardaci e guidaci da lassù, noi non ti dimenticheremo MAI!