24) Altri tragici epiloghi
Gli Italiani non furono le sole vittime delle vendette dei vincitori.
Alla conferenza di Jalta del febbraio 1945 era stato ratificato un accordo sulla restituzione dei prigionieri di guerra. Secondo richieste già espresse da Stalin alla quarta conferenza di Mosca dell’ottobre 1944, il 31 marzo 1945 venne formulato un codicillo segreto, che stabiliva la consegna di tutti i cittadini sovietici che si fossero trovati nelle zone alleate al termine del conflitto, aldilà della volontà da essi espressa. Autori come Nikolai Tolstoy attribuiscono al ministro degli esteri inglese Anthony Eden la responsabilità principale nell’aver accettato in toto le richieste sovietiche.
In cambio il governo sovietico avrebbe restituito diverse decine di migliaia di prigionieri di guerra alleati trovati in campi di prigionia nelle zone da esso liberate. Stalin ritardò la consegna di alcune migliaia di essi per assicurarsi che gli angloamericani soddisfacessero completamente le sue richieste.
Già i prigionieri arresisi alle forze dell’Asse avevano buone ragioni per temere gravi conseguenze dal rimpatrio, visto che secondo direttive quali il famigerato ordine numero 227 la resa non era considerata un’opzione possibile per il soldato sovietico. Ad esempio nell’agosto 1941 Stalin aveva dichiarato traditori tutti gli ufficiali arresisi alle forze dell’Asse e fatto arrestare le loro famiglie.
L’accordo tuttavia riguardava diverse altre centinaia di migliaia di individui:
prigionieri che avevano accettato di combattere per la Wehrmacht, per convinzione o per evitare la morte per fame, e volontari di formazioni come la Russkaja osvoboditel’naja armija di Vlasov (in Normandia nel 1944 il venti per cento dei combattenti nazisti era russo), arresisi agli Alleati;
cosacchi, come Pëtr Nikolaevič Krasnov, ed altri collaborazionisti;
russi bianchi che non erano mai nemmeno stati cittadini sovietici, come il generale Andrej Škuro;
anticomunisti o civili al seguito;
semplici rifugiati.
Va sottolineato che per la autorità militari anglo-americane, a tutti i livelli, in Europa c’era la necessità di liberarsi nel più breve tempo possibile dei due o tre milioni di prigionieri (compresi cosacchi e sovietici), che costituivano, tra le altre cose, un grosso problema logistico in un’Europa stremata e priva di risorse alimentari adeguate.
La sorte dei prigionieri di etnia slava fu durissima: jugoslavi e russi erano accomunati dal fatto di mirare a due ’obiettivi: combattere il nazifascismo, ma anche eliminare fisicamente l’anticomunismo, obiettivi e metodi che li hanno accomunati anche ai partigiani comunisti italiani, pur con numero inferiore di morti ammazzati.
300.000 ustascia croati. Si salvò il leader Ante Pavelic, grazie alla protezione della Chiesa Cattolica, che morirà in Spagna dove si era rifugiato.
12.000 domobrancji sloveni
alcune migliaia di Volksdeutsche (oriundi e nazionalizzati tedeschi)
60.000 Cosacchi
Usasha croati
Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, i superstiti delle forze armate alleate dell’Asse, soprattutto ustascia che fuggivano con le loro famiglie, ma anche molti sloveni e serbi cetnici , e anche civili collaborazionisti con gli italiani e i tedeschi , ma anche semplici anticomunisti, iniziarono a ripiegare verso l’Austria e, dopo combattimenti durati fino al 15 maggio 1945, giunsero in Austria, e si trovarono davanti l’esercito britannico, al quale intendevano arrendersi, e dietro l’armata di Tito che voleva catturarli.
L’evento simbolo di questo periodo è rappresentato dal massacro di migliaia di persone nella cittadina di Bleiburg (Pliberk in sloveno) in Austria, vicino al confine con la Slovenia avvenuto a guerra finita nel maggio 1945. Secondo l’indagine degli storici, che si sono avvalsi di testimonianze dei sopravvissuti, il comandante britannico brigadiere Patrick Scott rifiutò la resa dei fuggiaschi, e usando le maniere forti convinse il riluttante generale croato Herenčić a deporre le armi e ad arrendersi alle truppe jugoslave, che erano nel frattempo affluite in forze nelle vicinanze dell’ accampamento dei croati al comando del generale Milan Basta. Alle ore 04.30 del giorno 15 maggio, fu firmato un accordo fra croati, partigiani slavi e inglesi, che prevedeva il trattamento di prigionieri di guerra per i militari e il rientro a casa per i profughi civili. I militari croati consegnarono quindi le armi ai britannici, pensando di essere trattati da prigionieri di guerra secondo le convenzioni internazionali. Lo stesso giorno il comandante inglese consegnò tutti i fuggiaschi, civili compresi, agli iugoslavi, che ne iniziarono invece immediatamente l’ uccisione sistematica: i britannici erano così vicino il luogo del massacro da poter udire le scariche di mitra. In questo eccidio furono trucidati non solo militari, ma anche civili, sostenitori (o solo sospettati tali) dello stato croato indipendente già guidato da Ante Pavelic, occupato dai comunisti titini. Fra questi c’erano anche donne e bambini. I militari trucidati erano prevalentemente ustascia croati, ma anche domobranzi sloveni , cosacchi russi e cetnici serbi. Nella zona di Bleiburg furono trovati i resti di numerosi cadaveri in fosse comuni e successivamente in Slovenia furono scoperte molte altre fosse comuni, specialmente nella zona di Maribor. I prigionieri non uccisi sul posto furono costretti a camminare per centinaia di chilometri (la cosiddetta ‘marcia della morte’) attraverso la Jugoslavia; lungo il percorso per il trasferimento da un campo di concentramento all’altro, gli ufficiali partigiani organizzarono ripetute esecuzioni di massa, seppellendo i cadaveri in fosse comuni, anche molto distanti fra loro, venute alla luce dopo la caduta del comunismo e l’indipendenza di Slovenia e Croazia negli anni Novanta.
Secondo lo studioso croato Vladimir Zerjavić le persone uccise nell’area di Bleiburg e in Slovenia ammontano a 55.000 . Il giornalista britannico Misha Glenny ritiene che i militari disarmati uccisi furono circa 50.000 e i civili circa 30.000
Le vittime furono trucidate senza processo e per vendetta dei crimini commessi in guerra, ma molti degli uccisi erano civili, e tra questi le donne , prima di venire uccise, subirono stupri di massa; molti militari furono massacrati con decapitazione. I rifugiati politici croati all’estero resero pubbliche le prove delle atrocità commesse da Tito e dai suoi seguaci, dimostrando il coinvolgimento nelle responsabilità per il massacro del governo britannico dell’epoca, ma le autorità inglesi, almeno per un certo periodo, hanno avuto l’interesse politico a nascondere le loro responsabilità e quelle del dittatore comunista iugoslavo in funzione antisovietica.
Gli storici sono ancora in fase di studio, per determinare i numeri e le date dei massacri operati dagli slavi , ma certamente avranno una fonte importante di ricerca quando sarà consultabile la documentazione dell’Operazione Keelhaul nell’archivio britannico.
La vera e propria “Operazione Keelhaul” coinvolse la selezione e il rimpatrio forzato di circa un migliaio di russi , anche dai campi di Bagnoli, Aversa, Pisa e Riccione. Prigionieri di guerra di nazionalità russa che avevano servito nell’esercito tedesco vennero selezionati a partire dal 14 agosto 1946, in base ai criteri di rimpatrio più restrittivi in vigore dal dicembre 1945. Il trasferimento in mano sovietica aveva il nome in codice East Wind ed ebbe luogo a Sankt Valentin, al confine tra le zone alleata e sovietica dell’Austria occupata, l’8 e 9 maggio 1947.
Tale operazione fu solo l’ultima di una serie di rimpatri forzati avvenuti nei mesi successivi al termine del conflitto e fu condotta in parallelo all’operazione Highland Fling, che permise la fuoriuscita di disertori sovietici in occidente. Del resto all’epoca l’orientamento del governo britannico verso l’ex-alleato sovietico era ormai cambiato e i servizi segreti britannici sottrassero al rimpatrio un certo numero di anticomunisti con l’intenzione di utilizzarli per operazioni di intelligence, per ordine di Churchill. Ad avvantaggiarsi delle nuove posizioni governative e dell’inizio della guerra fredda furono ad esempio migliaia di ucraini della 14ª divisione SS, che non vennero riconsegnati ai sovietici sostenendo che non si trovavano all’interno dei confini dell’URSS allo scoppio del conflitto nel 1939.
Del resto già verso la fine dell’estate 1945 la riluttanza dei comandanti alleati ad eseguire forzosamente i rimpatri era aumentata. Il generale Alexander si rifiutò di costringervi i polacchi che avevano combattuto sotto il suo comando in Italia. Agli inizi di settembre Eisenhower, inizialmente tra i fautori dei rimpatri anche per le difficoltà oggettive di provvedere al sostentamento delle centinaia di migliaia di profughi ammassati in Germania, proibì l’uso della forza nella zona di occupazione americana della Germania e chiese allo Joint Chiefs of Staff di riconsiderare la questione e fornire istruzioni. Poco dopo Montgomery fece lo stesso nella zona di occupazione britannica.
Il 21 dicembre lo SWNCC (State-War-Navy Coordinating Committee) con la “direttiva NcNarney-Clark” proibì i rimpatri forzati di coloro che non erano stati identificati chiaramente come collaborazionisti o soldati dell’Armata Rossa dal 22 giugno 1941 e da allora non congedati.
Milovan Đilas , l’ideologo e braccio destro di Tito , con lui in questa foto, successivamente diventerà uno dei suoi oppositori, cadendo in disgrazia.
In una intervista del dicembre 1979 sull’allora periodico britannico Encounter, il montenegrino Milovan Đilas, invitato a parlare della guerra partigiana nella Jugoslavia, formulò precise accuse verso il comportamento degli Inglesi che, come noto, consegnarono ai comunisti del Maresciallo migliaia di prigionieri, tra cui centinaia e centinaia di intere famiglie, che si erano arrese nell’aprile del 1945 dopo aver valicato in massa il confine settentrionale con l’Austria.
“La maggior parte delle persone rimpatriate forzatamente dall’Austria dagli inglesi erano normali agricoltori. Non avevano ucciso nessuno. Non erano né ustascia né domobrani sloveni. Il loro unico “crimine” è stata la paura del comunismo”, dichiarò Đilas.
“Noi stessi ci meravigliammo dell’insistenza inglese di riconsegnarci 40.000 prigionieri, sapevano bene che questi sventurati avrebbero fatto la fine dei prigionieri sovietici. Eravamo una forza rivoluzionaria completamente nuova e brutale senza il diritto di sceglierci una leadership eletta, senza tribunali e tutto il resto. Probabilmente dietro quella insistenza britannica ci fu una precisa richiesta di Mosca. Sono quindi vittime che pesano tutte sulla coscienza della storia e dell’onore della Gran Bretagna”, ancora Đilas.
“Ed è profondamente scioccante, che in una società democratica come il Regno Unito, questo caso di deportazione forzata dei rifugiati sia stato insabbiato per quasi 30 anni e che l’opinione pubblica inglese ne sia all’oscuro. Ripeto: quelle vittime erano nella stragrande maggioranza dei casi, croati e sloveni in fuga e non criminali collaborazionisti. Chi li ha consegnati a noi, sapendo la fine che avrebbero fatto, dovrebbe rispondere ad un tribunale, perché furono violate tutte le più elementari convenzioni di allora.” ha sottolineato ancora Đilas
LUBIANA. Altro che massacro di Srebrenica, la più grande strage dopo la Seconda Guerra mondiale nell’ex Jugoslavia è stata quella attuata da Tito contro i suoi oppositori e che è costata la vita a oltre 500 mila persone. Parole di Janez Janša, premier della Slovenia e presidente di turno dell’Ue, pronunciate nel suo discorso introduttivo in occasione dello svolgimento oggi, 23 agosto, a Lubiana dell’incontro internazionale “Illusive Reconciliation: Transitional Processes in Central and Eastern Europe in a Comparative Perspective” organizzato dal Consiglio Nazionale della Repubblica di Slovenia, il ministero degli Esteri e il Centro Studi per la Riconciliazione Nazionale in collaborazione con la Piattaforma della Memoria e della Coscienza Europea in occasione della Giornata europea della memoria di tutti i regimi totalitari e autoritari.
Il fulcro del discorso di Janša è stato il collegamento tra i membri dell’ex regime comunista jugoslavo, per il quale Janša afferma che «più di 500.000 persone sono state fisicamente distrutte e uccise», e il massacro di Srebrenica. «Sentiamo che Srebrenica è stato il più grande crimine di massa dopo la seconda guerra mondiale sul territorio dell’ex Jugoslavia, il che ovviamente non è vero». «Srebrenica – ha proseguito il premier sloveno – è stato un grande crimine, ma il numero di persone uccise lì è significativamente inferiore rispetto al mezzo milione di persone uccise in Jugoslavia dopo la seconda guerra mondiale». Ecco quindi relativizzato il massacro di Srebrenica. Ma Janša va addirittura oltre: «Le persone che hanno orchestrato il crimine, il genocidio di Srebrenica guidato da Ratko Mladić, erano tutte il prodotto dell’Accademia militare jugoslava, che insegnava agli ufficiali che l’obiettivo fondamentale di ogni lotta armata è la distruzione fisica del nemico .. e tanto più a fondo del nemico di classe. Ratko Mladić ha sostituito la stella rossa sul suo berretto con un altro stemma, probabilmente solo poche settimane prima di Srebrenica. Per lui Srebrenica è un punto di contatto dove è chiaro che quando si tratta di metodi, natura, atteggiamento verso l’uomo, la vita, la santità della vita, non c’è differenza tra nazismo e comunismo».
Domobranzi
Domobranci (scritto, seguendo la grafia italiana, anche Domobranzi) fu la denominazione collettiva degli appartenenti alla Slovensko domobranstvo (Difesa territoriale slovena), formazione anticomunista e collaborazionista di miliziani prevalentemente volontari, costituitasi in Slovenia nel settembre 1943, per contrastare la Resistenza antifascista slovena. Questa milizia, che arrivò a contare 13.000 uomini, fu equipaggiata, addestrata e di fatto guidata dalle SS tedesche. Il comandante della milizia fu Leon Rupnik, ex generale dell’esercito iugoslavo. Alla fine della guerra, i Domobranci catturati e tenuti prigionieri dagli inglesi a Viktring, nella Carinzia austriaca furono consegnati all’esercito di Tito, e vennero per la maggior parte uccisi e sotterrati in fosse comuni.
Alcuni battaglioni di soldati inglesi trasferirono su treni merci, dai campi di prigionia situati in Italia, lungo la costa marchigiana, diecimila Domobranzi della “Difesa anticomunista del territorio sloveno”, per consegnarli agli jugoslavi. Erano soldati di leva che avevano risposto alla chiamata alle armi del governo di Lubiana, sotto protettorato tedesco, e avevano combattuto contro le bande di Tito. Il loro destino fu la fucilazione e la sepoltura in fosse comuni. Si erano arresi alle truppe britanniche sperando nella prigionia garantita dalla Convenzione di Ginevra. Ma gli inglesi li tradirono vigliaccamente.
I prigionieri vennero rinchiusi dai partigiani jugoslavi in campi di concentramento, i più grandi dei quali erano presso Šentvid, nei pressi di Lubiana, e Teharje, vicino a Celje. Il massacro con esecuzioni sommarie di massa, perlopiù con un colpo alla nuca, avvenne sull’altopiano carsico di Kočevski rog, nei pressi di Kočevje, dove i prigionieri furono trasportati per ferrovia, prima di raggiungere su autocarri a piccoli gruppi il luogo dell’esecuzione. Il numero esatto delle vittime non è accertato, ma la maggioranza degli storici conviene sul numero di 12.000
I partigiani della Carinzia, oltre agli austriaci, si accanirono ancheco la piccola comunità etnica dei Windischen, che, sebbene coltivassero la lingua slovena, optarono culturalmente e politicamente per la parte austriaca. I partigiani li consideravano traditori.
Nel ‘41 il Partito Comunista sloveno (KPS) fondava la sua “intelligence”, ovvero la Varnostno-obveščevalna služba (VOS), sostituita poi nel 1944 dall’OZNA.
Il nuovo organismo era stato istituito meno di un mese prima dei due famigerati decreti del 16 settembre 1941, emanati dal partito e grazie ai quali qualunque partigiano comunista sul territorio sloveno poteva uccidere sul posto qualsiasi persona non appartenente all’Osvobodilna fronta (OF) – ovvero la stragrande maggioranza degli sloveni, in quel momento – venisse sorpresa con un’arma di qualsivoglia tipo in mano.
“In questo modo” ha spiegato in una recente conferenza stampa Jože Dežman, Presidente della Commissione di Stato slovena per lo scoprimento delle fosse comuni del dopoguerra – “il KPS e l’OF si appropriarono con la forza e completamente illegalmente della rivolta contro l’occupante e della presa del potere, che poi hanno iniziato ad attuare in modo conseguente e violento”.
Il compito della intelligence era quello di “rintracciare e distruggere” i veri o presunti oppositori del Partito Comunista e del movimento partigiano.
Nel breve periodo agosto 1941 – luglio 1942, i membri del VOS hanno liquidato almeno 941 persone soltanto in Slovenia e le vittime furono in primis rappresentanti di spicco delle autorità prebelliche, possidenti e grandi agricoltori, sacerdoti, intellettuali, imprenditori e tutti coloro che si opponevano apertamente alla rivoluzione comunista.
Tutte queste vittime erano esclusivamente slovene, e la maggior parte di queste queste uccisioni, così come le tante stragi che seguirono nel 1943 e fino al 1945, furono per decenni subdolamente messe in conto ed attribuite (la similitudine con il massacro di Katyn è immediata!) specialmente ai soldati italiani (fino all’autunno 1943) e ai tedeschi che occupavano il territorio.
“Nel febbraio 1944 fu abolito il VOS e nel maggio di quello stesso anno fu istituito il “Dipartimento per la Protezione della Nazione”, cioè l’OZNA” – spiega ancora Dežman -; “le formazioni militari del VOS furono così ridistribuite in unità dell’Esercito di sicurezza dello Stato (VDV), ovvero unità speciali per combattere i traditori nazionali. Successivamente furono ribattezzati KNOJ o Corpo della Difesa Nazionale della Jugoslavia”.
Prosegue Dežman: “Il periodo più spaventoso fu il cosiddetto trimestre di sangue, maggio, giugno e luglio 1945, subito dopo la guerra. L’OZNA pianificò ed eseguì le più estese uccisioni extragiudiziali nella storia delle nazioni jugoslave. Fu un genocidio organizzato contro sloveni, croati, serbi e membri di altre nazioni dell’ex stato comune, nonché le minoranze che vivevano nel territorio di quel paese all’epoca. Terrore rivoluzionario con la dottrina della “lotta di classe”, che è il fondamento dell’ideologia comunista.
Senza processo, civili e soldati, donne e bambini furono massacrati. La nazione croata ha subito il maggior numero di vittime. Nella sola Slovenia ci sono 700 massacri compiuti nel dopoguerra, mentre in Croazia più di 900 fosse comuni e cimiteri.
03 NOVEMBRE 2021 : In memoria del Domobranzi ammazzati dopo la fine della guerra dai comunisti, una corona d’alloro deposta alla tomba nel cimitero di žale (Lubiana( da un picchetto d’onore dell’esercito sloveno, con la partecipazione del primo ministro Janez Jansa . L’opposizione ha protestato.
Cetnici Serbi
Sulla bandiera dei Cetnici si legge in cirillico il motto : “Per il Re e la Patria libertà o morte” Za Kralja i Otađbinu Sloboda ili Smrt
Dopo la resa dell’esercito regolare serbo, alcuni ufficiali e soldati ripresero l’antica denominazione di “Cetnici” usata nelle guerre contro i turchi.
L’organizzazione si suddivise però nei cosiddetti cetnici ‘legali’, aderenti al governo di Milan Nedić (collaboratore dei Tedeschi), e in una formazione che si riunì intorno a Draza. Mihajlović che, obbedendo alle disposizioni del re Pietro II (in esilio a Londra), erano schierati con gli anglo-americani. Questi, però, dopo un vano tentativo di collaborazione con Tito, combattevano anche i comunisti: il comunismo era infatti incompatibile con i loro principi monarchici, religiosi e conservatori. In chiave anticomunista alla fine collaborarono anche con i Tedeschi e gli Italiani
Nel marzo del 1946 il Generale Draza Mihailović fu trasferito a Belgrado, dove in luglio fu processato e condannato a morte con l’accusa di tradimento.
Si salvarono, in deroga a Yalta, circa 20.000 cetnici, che pur responsabili di varie efferatezze compiute anche al loro arrivo nei sobborghi di Gorizia, difesa da pochi volontari del CLN e dai pochi carabinieri comandati, onore al merito ed al coraggio, dal tenente Tonnarelli. Per costoro gli Alleati decisero l’internamento in territorio italiano e quindi la loro liberazione, che li disperse in Europa e nel mondo. Si trattò del riemergere della cattiva coscienza degli inglesi, che dopo le promesse di appoggio ai cetnici monarchici del colonnello Draza Mihajilovic, avevano operato un voltafaccia a favore dei comunisti di Tito. Fu “uno dei più grandi errori della seconda guerra mondiale”, come ebbe a scrivere Churchill nelle sue memorie: a buon diritto Tito si vanterà di essere riuscito “a mettere nel sacco quella vecchia volpe”.
In Serbia finora (2021) sono stati scoperte 552 fosse comuni, con circa 130.000 vittime, ma le ricerche sono state appena avviate”.
Il 21 dicembre 2004 è stata approvata dal Parlamento serbo una legge che equipara i cetnici di Mihailović ai partigiani di Tito, considerati allo stesso modo parte dell’antifascismo jugoslavo durante la Seconda Guerra Mondiale. La proposta di legge è venuta dall’SPO (Srpski Pokret Obnove “Movimento del Rinnovamente Serbo”), il partito dell’allora Ministro degli Interni Vuk Drašković.
Il 9 maggio 2005, giornata mondiale di celebrazione per la vittoria sulle forze nazifasciste, l’amministrazione statunitense consegna la Legion of Merit, la più alta onorificenza negli USA, alla nipote di Draža Mihailović, Gordana Mihailović. L’attribuzione della medaglia al valore avvenne nel 1948 ad opera del Presidente statunitense Harry S. Truman, per aver salvato 500 piloti dell’aviazione USA i cui aerei erano caduti sulla Serbia nel 1944.
Ogni anno, il 15 maggio, ha luogo il consueto e annuale incontro del movimento cetnico a Ravna Gora, in Serbia, dove a Mihailovic è stato anche eretto un monumento.
Cosacchi
Il destino dei Cosacchi alla fine della seconda guerra mondiale fu particolarmente tragico, ma per comprenderlo è necessario conoscere almeno sommariamente la storia di questo fiero popolo.
I Cosacchi vivevano soprattutto nel sud della Russia e dell’Ucraina; avevano cultura e lingua propria, distinte dal russo, ed erano fedelissimi alla Religione Ortodossa. Erano liberi (non esisteva la servitù della gleba), si amministravano autonomamente ed eleggevano liberamente i loro capi . Assorbiti dall’impero russo nel ‘700, persero la loro indipendenza , pur mantenendo la loro cultura e parte dei loro usi e costumi, ma al pari di georgiani, ucraini, baltici, tedeschi del Volga, ceceni e di altre nazionalità caucasiche, non avevano mai smesso da allora di considerare l’Unione Sovietica come una potenza coloniale. Dopo la rivoluzione di Ottobre, durante la guerra civile, i Cosacchi, fedeli allo Zar, combatterono prevalentemente con i “Bianchi” contro i bolscevichi. Per questo motivo furono perseguitati sotto la dominazione comunista, che vietava la pratica della religione ortodossa e impediva l’amministrazione autonoma dei loro territori. Circa un milione di Cosacchi, ¼ della popolazione, fu uccisa negli anni ’20 . Chi poté scappò all’Ovest.
Quando nel ‘41 (Operazione Barbarossa)la Germania attaccò l’Unione Sovietica, i Cosacchi videro una prospettiva di liberazione e di restituzione degli antichi diritti. Per questo motivo la maggior parte di loro era pronta a combattere assieme alla Germania contro l’Unione Sovietica: interi reggimenti di Cosacchi passarono compatti nelle fila tedesche e italiane. Anche i Cosacchi che erano fuggiti in occidente dopo la sconfitta dei Bianchi con i quali avevano combattuto i bolscevichi, accorsero volontari. Inizialmente Hitler rifiutò il loro appoggio, poiché in quanto “Slavi” li riteneva una sottospecie. Ma dal 1942 ogni uomo divenne importante, ed i Cosacchi, pronti a combattere valorosamente con i tedeschi, vennero integrati nella Wehrmacht. Nei paesi cosacchi sulle rive del Don ritornarono per breve tempo le antiche libertà; a nord di Kuban la Wehrmacht costruì un dipartimento cosacco autonomo, in cui vivevano circa 160.000 persone.
Durante l’invasione dell’Unione Sovietica, le forze armate tedesche ed italiane incorporarono alcune decine di migliaia di volontari cosacchi, nella Wehrmacht, nelle Waffen-SS e anche nel Regio Esercito.
I combattenti cosacchi erano inquadrati soprattutto nel 15° Corpo di Cavalleria del generale tedesco Helmut von Pannwitz, ammiratore dei Cosacchi, di cui vestiva l’uniforme, e che difese dalle denigrazioni di Hitler, riconoscendoli soldati valorosi.
Con la ritirata dell’Asse a seguito della sconfitta di Stalingrado, i Cosacchi che avevano combattuto con i tedeschi li seguirono, portando con se le famiglie, soprattutto donne e bambini, ma anche i preti ortodossi, cavalli, cammelli, bestiame e quanto possibile delle loro cose .
Il 10 novembre 1943, quando l’Unione Sovietica aveva ormai riconquistato vaste porzioni dei territori perduti tra il ’41-42, un proclama del Ministro dei territori occupati Alfred Rosenberg e del comandante della Wehrmacht Wilhelm Keitel assicurò ai soldati cosacchi che, sconfitta l’Urss, essi avrebbero goduto di ampie autonomie nei territori di provenienza, e provvisoriamente anche in altre parti d’Europa, qualora gli eventi bellici avessero reso “temporaneamente” impossibile il rientro sulle loro terre.
furono portati dai Tedeschi nel 1944 nella zona di Tolmezzo, dove dovevano insediarsi. In Friuli si trovavano già circa 23.000 soldati cosacchi provenienti dalla Jugoslavia.
nel luglio del ’44 il Comandante superiore delle SS e della polizia di Trieste, Odilo Globočnik, concordò l’insediamento delle truppe cosacche nella Carnia (ridenominata “Alpenforland” dopo l’8 settembre): fu l’inizio dell’Operazione Ataman, che nel giro di qualche settimana trasferì in Carnia circa 22.000 cosacchi (9.000 soldati, con le loro famiglie), a bordo di treni militari.
I Cosacchi contribuirono alla sconfitta della Repubblica Partigiana della Carnia, che si era costituita nell’ottobre 44 , e iniziarono la costituzione della “Kosakenland in Norditalien” promessa dai tedeschi, insediandosi nei villaggi italiani e creando una società parallela che manteneva i costumi di origine. Il comune di Verzegnis divenne la sede del capo supremo delle forze cosacche, l’atamano Gen. Pëtr Nikolaevič Krasnov (che fu anche scrittore, autore del romanzo di successo “Dall’aquila imperiale alla bandiera rossa”) , mentre alcuni paesi vennero ribattezzati con i nomi delle città russe (Alesso fu ribattezzata in Novočerkassk, Trasaghis in Novorossijsk, Cavazzo in Krasnodar). Tolmezzo fu la sede del Consiglio cosacco.
La strage dei Cosacchi
l’avanzata alleata in Italia, i Cosacchi della Carnia iniziarono una drammatica ritirata attraverso il Passo di Monte Croce Carnico verso l’Austria. Non si volevano arrendere ai Partigiani italiani, perché temevano di essere uccisi da loro oppure di essere consegnati ai Partigiani di Tito, che avrebbero riservato loro lo stesso trattamento. dove il 9 maggio 1945 si arresero alle truppe inglesi presso la città di Lienz, nella valle austriaca della Drava: dichiaravano, con sostanziale sincerità, che il loro solo nemico era Stalin, e che soltanto per questo avevano deciso di combattere a fianco dei tedeschi.
Il 28 maggio 1945 gli Inglesi invitarono molto cordialmente gli ufficiali Cosacchi ad una conferenza a Spittal an der Drau, dove si doveva parlare del loro futuro. All’ingresso della sala predisposta per la conferenza gli ufficiali cosacchi dovevano deporre le armi. Subito dopo vennero fatti prigionieri dagli Inglesi e consegnati ai Sovietici a Judenburg. Dei 1500 ufficiali la maggior parte venne uccisa ancora in territorio austriaco dai sovietici; solo 12, fra cui Pëtr Krasnov e Andrej Škuro arrivarono in Unione Sovietica, dove, dopo un processo vennero impiccati nel 1947. Particolarmente crudele la modalità di esecuzione per Krassnoff: nei sotterranei della Lubianka, fu appeso per il mento ad un gancio di ferro, le mani legate dietro la schiena, e lasciato morire così.
Helmut von Pannwitz , come ufficiale tedesco, non sarebbe stato consegnato ai russi, ma non volle staccarsi dai suoi cosacchi, e ne condivise la sorte: giudicato colpevole di crimini di guerra accaduti in Jugoslavia ( si tratta di fatti accertati , ma per i quali Pannwitz giunse a giustiziare i responsabili), fu impiccato assieme ai capi cosacchi. Nel 1996 il presidente sovietico Boris Elcin riabilitò Pannwitz come vittima delle persecuzioni staliniane, e concesse una pensione alla sua famiglia.
Dopo l’eliminazione degli ufficiali, all’inizio di giugno nella valle della Drava, dove i cosacchi erano accampati si verificarono scene terribili. Gli Inglesi cercarono con la violenza di far salire i Cosacchi sui treni che li avrebbero portati in Unione Sovietica. Molti uomini che si rifiutavano, ma anche donne e bambini, vennero uccisi sul posto dagli Inglesi, altri si suicidarono: tra questi tante mamme con i loro bambini. Tutti sapevano che cosa li aspettava in Unione Sovietica . Chi non preferì il suicidio, gettandosi con i famigliari nelle acque gelide della Drava, fu ucciso o deportato nei gulag russi dove, secondo stime, sopravvissero solo una metà di loro; sulla questione è stato celebrato un processo negli anni ottanta in Inghilterra, ma gli alti ufficiali responsabili della consegna dei prigionieri ai russi poterono giustificarsi dichiarando di avere eseguito gli ordini, che derivavano dagli accordi di Yalta, secondo i quali gli inglesi avevano promesso ai Sovietici di consegnare loro tutti i cittadini sovietici catturati.
Dei cosacchi che avevano combattuto per la Germania, però, non tutti erano cittadini sovietici: molti mostrarono agli inglesi i documenti personali di identità che provavano la cittadinanza francese, jugoslava, italiana, o la posizione di apolidi, ma gli inglesi non ne tennero alcun conto, pur avendo la consapevolezza che questi prigionieri, nemmeno compresi nell’accordo di Yalta, se consegnati contro ogni diritto internazionale ai Sovietici, non sarebbero sopravvissuti alla loro vendetta
Alla periferia sud di Lienz, in località “Peggetz”, su delibera dell’autorità austriaca e grazie a generose offerte finanziarie, è stato allestito un cimitero che accoglie alcune vittime cosacche uccise sul posto e una cappella commemorativa in stile russo ortodosso .
In conclusione , una storia tragica, ma commovente. Una madre, che per non farsi con segnare ai russi aveva deciso di lasciarsi annegare nel fiume assieme alla sua bambina di diciannove mesi, non trovando il coraggio di ucciderla , chiese ad una contadina austriaca, che era lì per caso, di farlo lei al suo posto. La contadina promise di farlo, ma mentre la madre annegava , non lo fece: tenne con sé la bambina e la allevò nella sua famiglia. Quella bambina, ormai anziana, ha assunto il nome della famiglia che la adottò, Sonja Walder, e vive in una fattoria del Tirolo orientale. Partecipa sempre all’annuale cerimonia commemorativa, a Peggetz, organizzata dai cosacchi superstiti.
Altre notizie : http://www.televignole.it/cosacchi-italia-9/
CROAZIA
2021.
«Finora in Croazia sono stati evidenziati 718 siti in cui avvennero crimini comunisti: 628 sono fosse comuni».
Ad annunciarlo a fine febbraio è stato il ministro degli Interni croato, Tomislav Karamarko.
Lo ha fatto in una lunga e liberatoria intervista concessa al quotidiano zagabrese Vecernji List.
Così, dopo più di mezzo secolo, la Croazia si appresta a leggere uno dei capitoli più tragici della sua storia.
Pagine per decenni pervicacemente celate e negate: i crimini commessi dal regime comunista jugoslavo tra il 1945 e il 1990, l’anno in cui la federazione si dissolse
Il ministro ha poi aggiunto «riteniamo che nei luoghi d’occultamento possano trovarsi i resti di 90mila persone, soprattutto di nazionalità croata, considerati anticomunisti o “nemici del popolo”: civili, donne e bambini, come pure di soldati italiani e tedeschi.
Sino ad ora sono state effettuate 81 riesumazioni che hanno portato al ritrovamento di circa 4000 corpi, appartenenti nella stragrande maggioranza dei casi a prigionieri di guerra, militari e civili: prigionieri che venivano legati con filo metallico, anche a gruppi, e poi finiti con un colpo d’arma da fuoco al capo».
Karamarko ha anche confermato che la polizia croata sta intensificando le indagini per risalire ai responsabili degli eccidi commessi dai titoisti e rimasti sino ad oggi impuniti.
Dopo la dissoluzione della repubblica iugoslava, è caduto il muro di silenzio eretto dal governo comunista sui crimini compiuti dai partigiani e dall’esercito jugoslavo durante la guerra e il dopoguerra.
il Governo Sloveno ha istituito la “Commissione per le fosse comuni nascoste in Slovenia”, una istituzione di ricercatori incaricata di rintracciare e documentare le fosse comuni dove furono occultati i cadaveri dei prigionieri uccisi in massa dai militari comunisti jugoslavi alla fine della IIa guerra mondiale e nel periodo successivo. Tale commissione iniziò l’attività il 10 novembre 2005 . I ricercatori diedero una documentazione al governo sloveno il 1º ottobre 2009. Il giornale Jutarnji comunicò che la commissione stimava ci fossero 100.000 vittime in 581 fosse comuni. In realtà ad oggi (2021) il numero è salito a 700
Il grande numero di fosse comuni esistenti in Slovenia costituisce addirittura un problema “edilizio”: scavando per edificare qualcosa, si rischia di trovarne una. La più grande fu scoperta durante la costruzione dell’autostrada A1 nel 1999 a Tezno (Maribor), nel nord della Sloveni: era originariamente una fossa anticarro, e misurava un chilometro di lunghezza, 4-6-metri di larghezza e 2 metri di profondità. Conteneva i resti di più di 15.000 vittime, nella maggior parte soldati croati fascisti (ustasha) e loro famigliari.
Altre immagini:
Si veda una più esaustiva trattazione dell’argomento:
https://www.studiober.com/wp-content/uploads/2022/05/32-Foibe-fosse-comuni-riesumazioni.pdf
































