25) LA DIFESA DEI CONFINI NAZIONALI 1944-45

La Liberazione delle regioni occidentali, e della Valle D’Aosta in particolare, presenta analogie e differenze con quanto avvenne ai confini orientali: entrambi i casi si discostano da come la Liberazione avvenne nel resto dell’Italia del nord.

Dopo lo sfondamento della Linea Gotica, nella consapevolezza che la guerra fosse ormai irrimediabilmente perduta, mentre l’obiettivo dei Tedeschi  era di guadagnare i passi alpini per tentare di rientrare in Germania, agli Italiani , pur combattenti su fronti opposti, si pose paradossalmente un problema comune: la difesa dei territori nazionali da quanti, fra gli eserciti  alleati, manifestavano più o meno evidenti desideri di annessione di territori italiani. Questo rischio, che si manifestò anche sul fronte delle Alpi Occidentali, era particolarmente evidente nello scacchiere orientale.

Già nell’autunno del 1944 era stato elaborato un piano segreto che si prefiggeva di difendere i confini orientali dell’Italia dall’avanzata delle truppe comuniste jugoslave del maresciallo Tito. A progettarlo fu l’ammiraglio Raffaele De Courten, Ministro della Marina nel governo Bonomi del Regno d’Italia del Sud nel periodo 1944-45, che intendeva coinvolgere da un lato la Decima Flottiglia Mas del Comandante Junio Valerio Borghese, che pure faceva capo alla Repubblica di Salo’, e dall’altro i “cobelligeranti” del Governo del Sud formatosi a Brindisi dopo la fuga del Re. Era previsto   uno sbarco da navi italiane di soldati italiani in Istria con il compito ufficiale di partecipare alla cacciata dei Tedeschi, ma in realtà con quello segreto di difendere l’italianità di Trieste e dell’Istria dalle ormai esplicite mire di annessione territoriale progettate dagli Jugoslavi.

Xa Mas  avrebbe dovuto proteggere lo sbarco ed unirsi poi alla spedizione per  difendere l’italianità delle terre al confine orientale. Il piano De Courten , in un primo momento segretamente appoggiato , ancorchè in totale segretezza,  dal Comando Alleato, fu poi fermato, e naufragò.

Ci furono per questo contatti anche con i Partigiani di fede non comunista, come la Brigata Osoppo in Friuli e con i gruppi patriottici delle Venezia Giulia. Questo face gridare al tradimento i Partigiani Garibaldini, e portò alla strage di Malga Porzus, dove Il 7 febbraio del ’45 un centinaio di partigiani garibaldini, capeggiati dal gappista comunista Mario Toffanin, “Giacca”, e da Fortunato Pagnutti, “Dinamite”, salirono a Malga Porzus, dove si trovava il quartier generale della Brigata Osoppo. Qui disarmarono il comandante della Osoppo Francesco De Gregori (“bolla”, zio del cantautore) e lo uccisero, insieme al commissario politico del Partito d’Azione Gastone Valente (“Enea”), e altri 18 partigiani osovani, tra cui Guido Pasolini (“Ermes”), fratello dello scrittore.  Si veda in proposito:

https://www.studiober.com/wp-content/uploads/2020/04/13-La-strage-di-Malga-Porzus.pdf https://www.youtube.com/embed/r2STl0exPfU

La Xa MAS,  rispettò la consegna con tutti i suoi reparti disponibili (- Battaglione San Giusto, Trieste – Compagnia D’Annunzio, Fiume – Compagnia Nazario Sauro, Pola – Compagnia Adriatica, Cherso, -Base  Sommergibili Est , Brioni – Scuola Sommozzatori , Portorose), difendendo fino all’ultimo uomo le posizioni assegnate. I suoi  marò furono massacrati sul posto, con la perdita del 95% degli effettivi. I prigionieri furono quasi tutti assassinati, gettati nelle foibe o annegati, e di essi non si seppe più nulla.

Ad Ossero , nell’isola di Lussino, nel corso di scavi effettuati da Onorcaduti in collaborazione con il governo croato, sono stati riesumati i cadaveri di 27 marò della Xa MAS. Nel silenzio più totale sono stati traslati al sacrario dei caduti d’oltremare a Bari.

La fine della guerra sul fronte delle Alpi Occidentali: le analogie e le differenze.

Dal 1943 il generale francese Charles de Gaulle, capo delle forze della Francia libera, aveva lasciato Londra dopo essere entrato in contrasto con Winston Churchil, e si era insediato nella capitale dell’Algeria francese, appena ribellatasi al governo collaborazionista di Philippe Pétain. aveva pianificato un’ipotetica vendetta contro l’Italia, che nel ’40  aveva invaso i territori nel sud della Francia come ordinato da Mussolini, mentre la Francia veniva invasa del Tedeschi: “Ho bisogno soltanto di qualche migliaio di morti per potermi sedere da ex-belligerante al tavolo delle trattative” aveva detto Mussolini alla vigilia del  “coup de poignard dans le dos”, la dichiarazione di guerra alla Francia , già invasa dai Tedeschi-

Aveva pianificato l’occupazione dei territori italiani confinanti con la Francia: la Valle d’Aosta, il Piemonte occidentale e le città costiere di Ventimiglia e Imperia in Liguria. Churchill, però, aveva respinto il progetto: le condizioni dell’armistizio di Cassibile dell’8 settembre ’43 prevedevano che le uniche forze autorizzate ad occupare il territorio italiano fossero quelle americane, inglesi e l’Esercito Cobelligerante Italiano del Regno del Sud.

L’armistizio con gli angloamericani era stato firmato il 3 settembre a Cassibile, in Sicilia. In realtà non si trattava affatto di un armistizio ma di una vera e propria resa incondizionata da parte di un’Italia ormai stremata.

Per l’Italia firmò il Generale Castellano (a destra),

che si presentò alla firma in borghese (!)

C’era però una clausola importante: le uniche forze autorizzate ad occupare il territorio italiano erano quelle americane, inglesi e l’Esercito Cobelligerante Italiano del Regno del Sud.

I reali a bordo della nave «Baionetta» in navigazione verso Brindisi

La fuga del Re a Brindisi aveva causato la divisione della penisola italiana tra il Regno del Sud, con a capo Re Vittorio Emanuele III, passato agli Anglo-Americani, e la Repubblica Sociale Italiana nel Nord, guidata da Mussolini e alleata dei Tedeschi. Il fronte era costituito dalla Linea Gustav , con epicentro Montecassino

Nell’agosto ’44 gli Alleati sbarcarono in Provenza  (operazione Dragoon), e avanzarono rapidamente verso nord.

I Tedeschi si ritirarono sul fronte alpino presidiando i valichi al confine con l’Italia.

Con duri combattimenti, i Francesi liberarono, Briançon e avanzarono nella valle della Maurienne fino a Modane,

arrestandosi a causa del sopravvenuto inverno.

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Tra l’agosto 1944 e il maggio 1945 le truppe tedesche e Italiane della Repubblica Sociale dovettero affrontare anche il ricostituito esercito francese che, invertitasi la situazione operativa rispetto al 1940, premeva al confine per invadere da nord l’Italia con l’obiettivo di annettere, a guerra finita, la Valle d’Aosta francofona, parte del Piemonte e della Liguria . Tale fase del conflitto viene denominata “Seconda Battaglia delle Alpi”.

Il 30 giugno del 44 il Genereale  De Gaulle aveva dichiarato : “La France n’a pas de revendication territoriale a faire valoir contre l’Italie : elle ne voit pas de raison pour qu’il soit porté atteinte à l’intégrité du territoire italien…” e nel novembre del 1944 scriveva ad Ivanoe Bonomi, capo del Governo del regno del Sud: “… le gouvernement français est heureux de déclarer qu’il n’a aucune revendication à faire valoir à l’égard de l’Italie dont il entend respecter et voir respectée l’intégrité territoriale…”.

Nel 1945 ottenne però dal Comando Alleato il permesso di potersi spingere fino ad Aosta, con lo scopo artatamente dichiarato di creare un collegamento con i Partigiani italiani e di dare loro supporto. De Gaulle, però, aveva usato questo pretesto per radunare vicino al fronte italiano una forza militare sproporzionata rispetto a compiti di supporto logistico assegnatigli. I Francesi erano decisi ad occupare più territorio italiano possibile, dalla Valle d’Aosta alla Liguria.

Il 30 giugno del 44 il Genereale  De Gaulle aveva dichiarato : “La France n’a pas de revendication territoriale a faire valoir contre l’Italie : elle ne voit pas de raison pour qu’il soit porté atteinte à l’intégrité du territoire italien…” e nel novembre del 1944 scriveva ad Ivanoe Bonomi, capo del Governo del regno del Sud: “… le gouvernement français est heureux de déclarer qu’il n’a aucune revendication à faire valoir à l’égard de l’Italie dont il entend respecter et voir respectée l’intégrité territoriale…”.

Nel 1945 ottenne però dal Comando Alleato il permesso di potersi spingere fino ad Aosta, con lo scopo artatamente dichiarato di creare un collegamento con i Partigiani italiani e di dare loro supporto. De Gaulle, però, aveva usato questo pretesto per radunare vicino al fronte italiano una forza militare sproporzionata rispetto a compiti di supporto logistico assegnatigli. I Francesi erano decisi ad occupare più territorio italiano possibile, dalla Valle d’Aosta alla Liguria.

Questa fase del conflitto prende il nome di «Seconda Battaglia delle Alpi»

L’Armèe des Alpes, costituita allo scopo e forte di più di 20.000 uomini, posta al comando del generale Paul-André Doyen, lanciò diverse offensive in Tarantasia, Moriana e Authion, ma con scarsi risultati : I Tedeschi e gli Italiani della RIS difesero strenuamente i passi alpini per proteggere il fianco occidentale delle truppe di Kesselring che combattevano nel nord dell’Italia

Rifugio Torino fu teatro di due battaglie. il 2 ottobre 1944 alpenjager tedeschi vi sorpresero 3 partigiani francesi e uno italiano che lo avevano occupato. La loro uccisione è ricordata da una lapide sul muro ovest del vecchio rifugio. Il presidio tedesco del “Torino” si arrese alle truppe francesi dopo aspri combattimenti alla fine aprile, a guerra conclusa. Una seconda lapide in quattro lingue, affissa accanto alla lapide menzionata prima, rende omaggio ai soldati di montagna di tutti gli eserciti che sul Monte Bianco si fronteggiarono.

Il tentativo di invasione francese

Tra l’autunno del 1944 e la primavera del 1945 esercitarono una forte pressione sul fronte dell’arco alpino occidentale, presidiato dalle forze tedesche e della Repubblica Sociale Italiana (RSI). Tale fase del conflitto viene ricordata come “Seconda Battaglia delle Alpi”.  Contrariamente al compito ricevuto di occuparsi dell’appoggio logistico alle formazioni partigiane italiane asserragliate nelle vallate alpine, il Generale de Gaulle si era al contrario nei fatti opposto a qualsiasi collaborazione tra partigiani italiani e truppe francesi nell’area alpina (esattamente come di fatto  successe ad est fra esercito jugoslavo e Partigiani Italiani del CLN non comunisti)  : approfittando dello sfascio che ci sarebbe stato di qualsiasi autorità nell’Italia del nord a fine guerra, contava di occupare  con l’Armée des Alpes più territorio italiano possibile, invadendo la Valle d’Aosta, le valli piemontesi scendendo fino a Cuneo, Ivrea, forse addirittura Torino, il ponente ligure da Ventimiglia fino ad Imperia, in modo da presentarsi al tavolo della pace su posizioni di forza che avrebbero favorito le annessioni:  prevedeva con pragmatismo e lungimiranza che le frontiere postbelliche avrebbero ratificato i limiti raggiunti dai vari eserciti nelle loro avanzate, come infatti sarebbe accaduto nella divisione della Germania o nella definizione ad Est della nuova frontiera italo-jugoslava.

Le forze italiane dislocate sul confine occidentale erano formate principalmente da ciò che restava delle divisioni dell’Esercito della RSI “Monterosa” e “Littorio”, che erano state addestrate in Germania prima di essere schierate sul fronte e avevano armi tedesche e italiane.

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Münsingen; Il generale Carloni saluta Mussolini

Il 16 luglio 1944 Mussolini passa in rassegna la” Monterosa”  a Münsingen.

La “Monterosa” schierata al completo

La “Monterosa” schierata

La Divisione alpina “Monterosa” non fu riconosciuta ufficialmente nei raduni degli ex-alpini; pertanto coloro che avevano combattuto unicamente in questa formazione, secondo l’ANA, non potevano fregiarsi del titolo di alpini, ma il 27 maggio 2001 l’Associazione Nazionale Alpini decise di annullare questa discriminazione di carattere soprattutto politico, approvando una delibera che andava in questo senso: “L’Assemblea dei Delegati, preso atto e confermata la validità di tutto quanto precedentemente deliberato in merito alla Divisione Monterosa e altri simili della Repubblica Sociale Italiana, dichiara e riconosce che tutti i giovani che hanno prestato servizio militare in un reparto Alpino, in qualsiasi momento della storia d’Italia, e quindi anche dal 1943 al 1945, poiché hanno adempiuto il comune dovere verso la patria, siano considerati Alpini d’Italia.”

Vanda Bertoni era un’istituzione per tutti i paracadutisti, per il suo vissuto in guerra come Ausiliaria del reggimento Folgore della RSI, per il suo operoso e generoso impegno nel dopoguerra a favore dei propri camerati in difficoltà e delle loro famiglie, e per il valore aggiunto di passione che portò in dote all’Associazione fin dal suo nascere nell’immediato dopoguerra. Fu grazie a lei e a tante donne e uomini animati dagli stessi sentimenti che per i paracadutisti la pacificazione della quale lamentiamo tutti la mancanza a livello nazionale, fu cosa fatta già a partire dal 26 aprile 1945. Grazie a loro l’Associazione nasceva infatti come casa dei “paracadutisti” in quanto tali, senza gli steccati e i pregiudizi ideologici che ancora oggi in altri ambiti dividono con sempre maggiore virulenza gli Italiani in buoni e reprobi, in giusti e sbagliati, in bianchi, rossi e neri.Per questo, quando venne a mancare l’ indimenticabile Presidente Onorario Carlo Murelli  fu facile proporre che fosse Vanda a sostituirlo nell’importante carica, al fianco di Paola Del Din, altra grande Italiana che nel corso della guerra aveva militato, eroicamente, sul fronte opposto a quello di Vanda, ma con lo stesso amore per la nostra Patria.

I soldati avevano buone attrezzature di montagna ma soffrivano di mancanza di rifornimenti. I partigiani che operavano in quei territori contro i Tedeschi facevano parte delle Fiamme Verdi, formazioni di orientamento cattolico caratterizzate in generale da un atteggiamento prudente. Nell’agosto del 1944, sulla base di un accordo tra Fiamme Verdi della zona di Darfo (Brescia) e il comando locale tedesco, era stata addirittura istituita una zona franca, ma il patto con il nemico aveva provocato le accuse e le minacce delle formazioni garibaldine. (per molto meno i garibaldini trucidarono a malga Porzus i vertici militari della divisione “Osoppo”).

Nella Resistenza valdostane erano presenti diverse correnti di pensiero. Quelle dell’Alta Valle erano per lo più favorevoli all’annessione alla Francia, mentre quelle della bassa valle e della Garibaldi erano a favore dell’autonomia. A fronte di questa situazione si creano svariati CNL contrapposti: filofrancese era il Comité Valdotain de Libération (sostenuto da una missione dei servizi segreti francesi, la Mission Mont-Blanc, diretta da Henri Voisin, convinto annessionista); vari CNL autonomi promossi dal CNL piemontese facevano in vece riferimento a Federico Chabot, (nome di battaglia Lazare)  vicino al Partito d’Azione e fortemente contrario all’annessione della Valle d’Aosta alla Francia. (divenne in seguito primo presidente del Consiglio della Valle, contribuendo ad assicurarle la condizione di regione a statuto speciale, che assicurava  autonomia amministrativa e culturale per la Valle, poi inserito nell’ordinamento della Repubblica Italiana.

L’invasione dell’Italia fu lanciata quando lo sfondamento della Linea Gotica causò il collasso delle forze italo-tedesche nel nord Italia. Tra il marzo 23 ed il 31 essi attaccarono il forte di Traversette (o Redoute Ruinée) che proteggeva il passo del Piccolo San Bernardo, ma l’attacco fallì, come già era accaduto in precedenza per la forte resistenza e il tempo cattivo.

Ai primi di aprile fallì anche l’attacco francese al Moncenisio, difeso dai Tedeschi della 5ª divisione Gebirgsjäger e da un battaglione di paracadutisti RSI della Folgore. Il Forte di Mont Froid, era stato preso ma poi perso per il contrattacco italo-tedesco, e il fallimento dell’attacco al Forte della Turra indusse i Francesi a desistere e ad abbandonare il passo, che fu occupato solo dopo il ritiro dei difensori.

A fine aprile i Tedeschi si erano ritirati dal fronte alpino, ma il forte fu difeso dalle residue  truppe della RSI :  Augusto Adam, già Maggiore degli Alpini, ufficiale del Servizio informazioni militari (SIM) del Regno del Sud, Nel novembre 1944 era stato inviato in Francia dal governo Bonomi per avviare colloqui con gli Alleati sulla situazione italiana e sulla questione valdostana. Aviolanciato nella zona, assunto il nome di battaglia “Blanc”: aveva avuto l’incarico di assumere il comando partigiano della Valle d’Aosta. Si era accordato con il comandante della guarnigione del  Moncenisio affinchè continuasse a trattenere i Francesi per qualche tempo. Lo stesso avrebbe dovuto fare quanto restava delle divisioni della RSI “Monterosa” e “Littorio. A questo scopo fupromossa la loro collaborazione con le formazioni partigiane, che in quei territori facevano prevalentemente parte delle Fiamme Verdi, di orientamento cattolico.

La maggior parte delle forze partigiane era stata tuttavia impiegata per impedire che i Tedeschi in ritirata effettuassero massacri e violenze contro i civili. Durante la ritirata delle truppe tedesche dalla Valle di Susa la 12ª compagnia di Alpini del Battaglione “Edolo” della Divisione “Littorio” della RSI, si schierò con i Partigiani della 231ª Compagnia della brigata “Monte Assietta” a difesa della diga e delle condotte forzate di Rochemolles per proteggerle dai tedeschi che, nel ritirarsi, avevano avuto ordine di fare terra bruciata

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. L’eventuale crollo della diga avrebbe avuto conseguenze drammatiche per l’abitato di Bardonecchia.

Adolfo Beria d’Argentine , il futuro procuratore generale di Milano, membro di spicco del Comitato militare regionale piemontese, che con il grado di sergente si era infiltrato nelle file dell’esercito della RIS, con il benestare dei servizi segreti statunitensi, siglò un patto di alleanza con il comandante della Divisione «Littorio» della RIS , Gen.Tito Agosti per difendere l’integrità territoriale italiana: assieme ai partigiani delle Fiamme Verdi avrebbero dovuto impegnare e trattenere i Francesi fino all’arrivo degli Americani, impedendo ai Francesi di occupare (e così di fatto annettere) la Valle d’Aosta francofona.  L’accordo prevedeva anche la promessa, poi rispettata, di potersi arrendere agli anglo-americani con l’onore delle armi.

Il 24 aprile a Chatillon l’accordo fu ribadito fra i partigiani valdostani guidati da Augusto Adam e il Ten. Col. Armando de Felice, comandante del 4° Reggimento della Divisione “Littorio”, responsabile del Sottosettore “Piccolo San Bernardo” da Punta Lecaud alla Testa del Rutor , con avamposti in territorio francese , Forte Traversette compreso. Il TGen. Col. De Ferlice, rispettando la consegna, terminò il suo servizio al comando degli Alpini del Battaglione “Varese” e degli Artiglieri del Gruppo “Gran Sasso”a tratti  ancora oltre il confine con la Francia. Ai primi di maggio 1945, con l’intero 4° Reggimento in pieno assetto, si consegnò ad Aosta alle truppe americane.

Il Forte di Traversette (o Redoute Ruinée), oggi in rovina.

Il forte Traversette era stato attaccato dagli Italiani nella prima battaglia delle Alpi (giugno 1940). Settanta uomini dell’esercito francese, comandati dal sottotenente Henry Desserteaux (cadrà in Viet-Nam), resistettero agli attacchi italiani sferrati dal 21 al 24 giugno

Il 2 luglio ‘40 venne firmato l’armistizio  anche con l’Italia a Villa Incisa. Otto giorni dopo, la guarnigione francese, arresa ma imbattuta, abbandonò il forte, ricevendo da un plotone italiano l’onore delle armi.

Il passo del Monginevro era sorvegliato da 400 uomini del gruppo di artiglieria “Mantova” della Divisione “Monterosa, armati con alcuni obici 305/17 sostenuti dai Partigiani Alpini delle Fiamme Verdi. L’assalto iniziato il 26 aprile si concluse il 4 maggio quando arrivarono le truppe Alleate. La città di La Thuille, che in epoca fascista era stata rinominata “Porta Littoria”, oltre che dalla 12ª Batteria del Gruppo “Mantova”, del 1º Reggimento artiglieria della Divisione  alpina “Monterosa” venne difesa dagli Alpini delle Fiamme Verdi del CLNAI: la “Mantova” fu una delle ultime unità italiane ad arrendersi alle truppe Alleate durante la seconda guerra mondiale. Quando arrivarono gli Americani, nel prendere in consegna le posizioni italiane, all’altezza di Pré-Saint-Didier schierarono addirittura una colonna corazzata pronta a far fuoco contro le unità francesi che avessero manifestato l’intenzione di aprirsi il passaggio verso Aosta.

La resistenza congiunta degli alpini della RIS e dei Partigiani delle Fiamme Verdi consentì che solo una piccola quantità di soldati francesi oltrepassasse il confine entrando in Valle d’Aosta, inficiando le pretese territoriali di De Gaulle. Alcuni artiglieri rimasero in posizione alla batteria di Chaz-Rucà e fino al 5 maggio continuarono a sparare sui francesi, raggiungendo lo scopo concordato.

Quando arrivarono gli Americani, nel prendere in consegna le posizioni italiane, all’altezza di Pré-Saint-Didier schierarono addirittura una colonna corazzata pronta a far fuoco contro le unità francesi che avessero manifestato l’intenzione di aprirsi il passaggio verso Aosta.

Solo la mattina del 29 aprile il Tenente Colonnello Armando De Felice,  comandante del 4° Reggimento Alpini della «Littorio» schierato in questo settore, ordinò a tutti i suoi subalterni di abbandonare le posizioni in territorio francese. I Francesi poterono quindi occupare tra il 29 ed il 30 i forti Traversette e Roc de Belleface, rimaste le ultime posizioni occupate dagli italiani in territorio francese. Ai primi di maggio , con l’intero 4° Reggimento in armi, si arrese ad Aosta alle truppe americane, che concessero l’onore delle armi.

I 650 paracadutisti del 3° Btg. «Folgore» , che avevano difeso il confine sul Monginevro, sul Moncenisio e sul Piccolo San Bernardo, rifiutarono di arrendersi ai partigiani. il 4 maggio del ‘45 a Saint Vincent, inquadrati dal comandante del Reggimento Maggiore Edoardo Sala, ammainarono la bandiera mentre un reparto di soldati americani rendeva loro gli onori militari.

Il 28 aprile del 1945 i partigiani entrarono ad Aosta. Alessandro Passerin d’Entrèves, già capitano degli Alpini e membro del CLN, fu nominato prefetto di Aosta, che diresse la preparazione delle difese cittadine richiamando sia i partigiani sia i soldati della Repubblica Sociale per proteggere la città da un eventuale colpo di mano francese. Alle operazioni contro i francesi presero parte gli alpini dei battaglioni “Varese” e “Bergamo” del Reggimento alpini della Divisione “Littorio” dell’ormai disciolto Esercito Nazionale Repubblicano.

Alla fine solo ad un contingente simbolico di francesi potè inoltrarsi nella valle per raggiungerne il capoluogo.

Il 4 maggio gli Americani arrivarono ad Aosta, permettendo così la creazione del Governo Militare Alleato Locale. Così ricordò Alessandro Passerin d’Entrèves: “era per noi importantissimo che arrivassero gli Americani prima dei Francesi, e infatti siamo riusciti a farli arrivare”

Di fatto I Francesi vennero fermati dalla reazione italiana degli uomini del CLN Alta Italia e della Repubblica Sociale Italiana, che da nemici si erano uniti per fronteggiare l’invasione francese. Per far fronte alla situazione, Adolfo Beria d’Argentine, Augusto Adam e Alessandro Passerin d’Entrèves avevano disposto l’impiego, assieme alle formazioni partigiane delle Fiamme Verdi, dei reparti della RSI: fu un aspetto del tutto peculiare, che caratterizza fortemente la Liberazione in Val d’Aosta rispetto al resto del paese e in particolare rispetto agli accadimenti al confine orientale, ma che  di rado, incomprensibilmente, viene ricordato dagli «storici».

Per i reparti schierati sui passi delle Alpi l’ordine di ritirarsi giunse il 25 Aprile 1945 e neppure a tutti. La conformazione delle valli e la distanza fra i reparti fece sì che fosse impossibile una loro concentrazione. Il loro destino fu quindi diseguale. Alcuni reparti, essendo troppo lontane le forze americane, dovettero arrendersi ai partigiani, con garanzie di messa in libertà, purtroppo in molti casi violate, tanto che 129 sono i Caduti uccisi dopo il 25 Aprile 1945. Alcune uccisioni furono particolarmente efferate

Negli ultimi giorni di aprile 1945, anche i reparti della “Littorio”, che difendevano i confini occidentali, iniziarono il ripiegamento verso il fondo valle. Anche qui, come altrove, i reparti che rimasero in armi fino all’arrivo degli anglo-americani, si consegnarono a questi e furono avviati ai campi di concentramento. Quelli che, invece, si consegnarono ai partigiani, come il III Battaglione del 3° Reggimento Granatieri, ebbero sorte diversa. Era stato raggiunto un accordo coi partigiani del Capitano Aldo Quaranta, per un indisturbato deflusso di tuti i reparti ed il III Battaglione, che, giunto il 27 aprile a Borgo San Dalmazzo, si arrese al capo del CLN del luogo, tale Oratino. L’accordo era che i militari sarebbero stati messi gradualmente in libertà, forniti di lasciapassare. Fra gli uomini del Battaglione ed i partigiani non c’erano mai stati scontri o altri incidenti, per cui il patto fu accettato dagli uomini della “Littorio”, fidando nella parola dell’Oratino. Ma, gli uomini del CLN e i partigiani non tennero fede alla parola data e il Maggiore Grisi, Comandante del III Battaglione, il Maggiore Montecchi, il Tenente Buccianti, il Capitano Calabrò, i Marescialli Sanvitale e Magni, il Caporal Maggiore Sciaratta ed altri furono uccisi, alcuni dopo un processo sommario, altri senza processo e, soprattutto, senza che fossero loro contestate reali colpe.

Virgilio Ferrari di 15 anni, era  mascotte alpino della Monterosa. Fu incautamente affidato da Don Raffaele Volta  («Lino», cappellano-partigiano delle formazioni «Giustizia e Liberta’») al capo  della polizia ausiliaria partigiana della zona, Ettore Rosa detto “Spada». «Questo è un bambino, non lo ammazzerete» – gli disse. Ettore Rosa glielo promise. L’8 maggio del ’45, fu ammazzato con un colpo al cranio, che glielo trapassò uscendo da uno zigomo,  assieme a due ausiliarie, Paola De Bernardi, di 20 anni e Rosina Piana di 23, e ad un «fascista» di 17, Antonio Quarti.

Poco dopo l’uccisione dei 4 ragazzi, Ettore Rosa «Spada»

fu nominato sindaco di Cuneo

il 27 aprile, però,  alcune compagnie dell’esercito francese avevano valicato il Piccolo San Bernardo e il colle di Rhêmes, mantenendo il proposito di occupare la Valle d’Aosta. Il generale Alexander chiese al Comando interalleato di ordinare il ritiro dei francesi al di là della frontiera, ottenendo però il rifiuto categorico del generale francese Doyen, che preparò addirittura le sue truppe a combattere contro le forze alleate.

La tensione, tuttavia, restava. Iniziò, infatti, una campagna a favore del plebiscito appoggiata e fomentata dai militari francesi.

Questa situazione creò momenti di tensione al punto che il 12 maggio il CLN valdostano inviò a Stalin, a Truman, a Churchill, al Presidente della Conferenza di San Francisco, dove si riunivano i rappresentanti di 50 nazioni alleate, al presidente del Consiglio dei ministri Bonomi e al CLNAI un telegramma per denunciare i soprusi dei francesi e le loro mire espansionistiche e per invocare il loro intervento

Il presidente americano Harry Truman e il primo ministro britannico Winston Churchill ingiunsero a de Gaulle il ritiro delle truppe francesi, perché stava violando la sovranità del Regno d’Italia appena liberato.

Poiché de Gaulle oppose un netto rifiuto, Truman ordinò il taglio di tutte le forniture americane all’esercito francese. Solo allora, per evitare una grande crisi diplomatica e militare, il 24 giugno de Gaulle ordinò la ritirata dalle Alpi.

Alessandro Passerin d’Entrèves  fu nominato Prefetto dal CLNAI valdostano

Carlo Torrione, suo braccio destro fu sindaco di Aosta.

Augusto Adam venne promosso nel 1948 al grado di tenente colonnello per meriti di guerra.

Adolfo Beria d’Argentine fu decorato con due croci al merito di guerra. Fece parte del consiglio di amministrazione dell’Istituto lombardo di studi economici e sociali. Istituì la Fondazione Courmayeur Mont Blanc che raccoglie i fondatori la Regione Valle d’Aosta. Fu capo di gabinetto dell’allora Ministro di grazia e giustizia socialista Mario Zagari nel quinto governo Rumor. Infine divenne procuratore generale presso la Corte d’appello di Milano .

Il 7 settembre, a guerra finita, Umberto II  luogotenente del Regno d’Italia, firmò il decreto che istituiva la Circoscrizione autonoma della Valle d’Aosta, e il riconoscimento dello statuto speciale alla Valle all’interno dello stato italiano: fu così evitato il plebiscito perorato dai francesi

La Valle d’Aosta rimase quindi italiana con forme regionali di autonomia all’interno dello Stato e il riconoscimento della minoranza linguistica francese, come avevano anticipato Chanoux e Chabod nella Dichiarazione di Chivasso .

Il comandante della Divisione “Littorio”, Gen. Tito Agosti, uf imprigionato dagli Alleati, rinchiuso nel campo di detenzione di Coltano, e accusato di aver commesso crimini di guerra. Mentre  era detenuto nel carcere militare di Forte Boccea a Roma, però, preferì suicidarsi piuttosto che essere giudicato da una giuria che egli riteneva parziale e traditrice. Parlando di lui, Adolfo Beria di Argentine disse che «il suo comportamento esemplare fu ignorato da tutti».

Ai partigiani comunisti che in Venezia Giulia , Istria e Dalmazia si macchiarono di violenze e stragi nei confronti di italiani, compresi quelli che si potè giudicare e condannare, come Mario Toffanin, responsabile della stage di 30 partigiani della Brigata “Osoppo” a Malga Porzus, e Ciro Rainer, comandante del terribile lager jugoslavo di Borovniza.  l’INPS versò regolarmente la pensione fino alla morte: L’INPS erogava alla data del 30 giugno ’97 ben 29.149 pensione nell’ex Jugoslavia, spendendo circa 200 miliardi di lire all’anno

Edoardo Sala era stato decorato e promosso maggiore per il suo comportamento nella battaglia di Castel di Decima. Sul confine alpino Comandava il 3° Btg. Paracadutisti «Folgore», che aveva difeso il Monginevro, il Moncenisio e il Piccolo San Bernardo. I parà  rifiutarono di arrendersi ai partigiani. Il 4 maggio del ‘45 a Saint Vincent il battaglione ammainò la bandiera , e un reparto di soldati americani gli rese gli onori militari

IN LIGURIA

Alcuni battaglioni dell’Armèe des Alpes furono schierati sulle Alpi meridionali per invadere la regione Liguria, a partire da Ventimiglia.

La Liguria era presidiata da alcune compagnie della Divisione “Monterosa”, con compiti di guarnigione. Dopo la liberazione di Mentone, che era stata occupata dai tedeschi, la città di Ventimiglia aveva subito pesanti bombardamenti da parte dell’artiglieria di stanza fuori città , dal mare e dal cielo. Il 25 aprile, dopo che i Tedeschi avevano abbandonato la città, l’alto comando francese prese immediatamente il controllo della città, nonostante che  fosse già stata occupata dai partigiani dell’8º distaccamento della V Brigata d’assalto “Luigi Nuvoloni”.

Al comandante francese, tenente colonnello Romanetti, dal palazzo comunale nel quale si era installato notificò il 12 maggio al CLN di Ventimiglia che non reputava necessaria l’esistenza in città di un CLN italiano, in quanto tutte le funzioni di governo e di amministrazione erano già regolarmente espletate dall’autorità di occupazione in collaborazione con la Giunta municipale italiana che rimaneva strettamente controllata dagli organi militari francesi.

Sulla “frontiera” venne stabilito un posto di blocco presidiato dalle forze dell’ordine dei due Paesi, che espletavano le formalità doganali esattamente come a un qualsiasi valico di frontiera tra due Stati sovrani, tanto da farvi persino sventolare la bandiera italiana e francese, facendo quindi ricadere tutta la zona di Ventimiglia e le colline sovrastanti in territorio francese; fu introdotto il franco francese. La popolazione che cominciava a tornare nelle proprie case venne censita e dotata di un lasciapassare provvisorio in francese per “espatriare” in Italia, e venne anche interdetto l’accesso alla zona a chiunque non fosse residente; Ventimiglia cambiò nome in Vintimille e venne interdetta anche la distribuzione della stampa italiana. Fu creato un partito filofrancese che promuoveva il “rattachement” alla Francia di Vintimille française.  In questo senso apparvero scritte sui muri, e fu promossa l’organizzzione di un referendum per il passaggio alla Francia.

Per quasi due mesi i Francesi tentarono di annettere Ventmiglia e il territorio circostante, facendo una martellante propaganda nelle scuole, nelle strade e sui muri. Il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia aveva però immediatamente denunciato agli Alleati il tentativo di francesizzazione forzata della zona.

L’intervento Alleato

il generale britannico Harold Alexander ordinò al generale Paul-André Doyen il ritiro immediato dell’Armeè des Alpes fino al confine italo-francese, ma il generale francese rifiutò, e preparò addirittura le sue truppe a combattere contro le forze alleate. Il presidente americano Harry Truman e il primo ministro britannico Winston Churchill ingiunsero a de Gaulle il ritiro delle truppe francesi, perché stava violando la sovranità del Regno d’Italia appena liberato. Dopo il rifiuto di de Gaulle, Truman ordinò un taglio di tutte le forniture americane all’esercito francese. Solo allora, per evitare una grande crisi diplomatica, de Gaulle ordinò la ritirata dalle Alpi il 24 giugno. Gli ultimi soldati francesi si ritirarono da Ventimiglia il 18 luglio, in quello che fu l’atto finale della Campagna d’Italia nella Seconda Battaglia delle Alpi.

con i Trattati di Parigi del 1947 il confine italo-francese venne leggermente modificato a favore della Francia, per lo più in area alpina disabitata, tranne che per le piccole cittadine di Tenda e Briga

Agli “storici” appassionati di ventennio e guerra in Jugoslavia, interessa poco la snazionalizzazione effettuata dai francesi, come già in precedenza in Savoia, a Nizza e, ancora prima, anche in Corsica . Dopo il ’45° Briga e a Tenda si operò la francesizzazione dei cognomi (  Leblanc e Dupont altro non sono che la traduzione di Bianchi e Ponti o Dal Ponte). La francesizzazione si estese alla toponomastica. In pochi anni Briga e Tenda, in origine quasi esclusivamente italiane, sono state in pochi anni completamente francesizzate.

La snazionalizzazione di Briga e Tenda

Agli “storici” interessa meno la snazionalizzazione dei cognomi italiani operata dalla Francia nei territori acquisiti con la guerra del 1859 (Savoia, Nizza e, in precedenza, anche Corsica) e nel ’45 (Briga e Tenda).  Leblanc e Dupont altro non sono che la traduzione di Bianchi e Ponti o Dal Ponte. La francesizzazione si estese alla toponomastica. In pochi anni Briga e Tenda, in origine quasi esclusivamente italiane, sono state in pochi anni completamente francesizzate.

A Briga Marittima il nome del colonnello Giovanni Pastorelli posto sulla lapide del suo monumento è stato “francesizzato” in Jean Pastorelli. Morì nel 1911 in Libia durante la guerra tra Italia e Turchia. fino all’annessione alla Francia nel 1947 si trovava in Piazza San Martino, davanti al comune di Briga Marittima, poi venne spostato alla periferia del paese lungo il Levenza, mentre Ain Zara, dove è caduto, venne sostituita con un indefinito “champ d’honneur”. Sempre a Briga, sulla facciata del municipio, una targa ricorda Ettore Ardisson, “morto per la Francia” quando in realtà morì nel 1896 nella battaglia di Adua combattuta tra Italiani e Abissini.

La targa dedicata ai brigaschi “caduti nelle battaglie per l’onor d’Italia combattute” durante le guerre d’indipendenza muta iscrizione in “valoreaux brigasques, tombés au champ d’honneur”. Sempre a Briga i resti degli alpini caduti in servizio sono esumati e collocati in un ossario comune.

Confine Orientale

Purtroppo al confine orientale ciò non potè accadere per la comunanza ideologica comunista fra i Partigiani Garibaldini , guidati da Togliatti,  e l’Armata di Liberazione Jugoslava del Maresciallo Tito.

In una lettera PALMIRO TOGLIATTI, segretario del partito comunista, aveva infatti ordinato al comando della brigata Garibaldi – Natisone di porsi alle dipendenze operative del IX Corpus sloveno; la lettera contiene anche il testo dell’ordine del giorno da approvare:

“I partigiani italiani riuniti il 7 novembre in occasione dell’anniversario della Grande Rivoluzione (rivoluzione russa del 1917; n.d.a.) accettano entusiasticamente di dipendere operativamente dal IX Corpus sloveno, consapevoli che ciò potrà rafforzare la lotta contro i nazifascisti, accelerare la liberazione del Paese e instaurare anche in Italia, come già in Jugoslavia, il potere del popolo”.

In realtà oltre al “potere del popolo” si accettava altrettanto entusiasticamente anche la sovranità jugoslava su terre e cittadini italiani, aspetto inaccettabile da parte di partigiani non comunisti.

Nelle sue conferenze Alessandra Kersevan , riguardo all’eccidio di Malga Porzûs, sostiene che la responsabilità non è imputabile né ai gappisti che materialmente assaltarono un comando di partigiani bianchi delle Brigate Osoppo , né tantomeno ai partigiani comunisti sloveni, di fatto i mandanti dell’operazione: nelle propaggini nordorientali d’Italia  avvenne una convergenza fra gli interessi degli angloamericani, degli osovani anticomunisti, della chiesa locale e della Xª MAS contro i comunisti del IX Korpus sloveno e delle  «Garibaldi» che operavano in zona.

Il fatto che si battessero per la difesa dei confini nazionali le risulta ovviamente indifferente nel determinare chi fossero in quel frangente  i veri traditori.

Video del discorso del compagno Vanni ,

dirigente garibaldino, su Malga Porzus:

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Anche a Nord Est, peraltro una alleanza fra ex nemici repubblichini e partigiani valse a impedire la perdita di territorio nazionale. I resti del Reggimento Alpini Tagliamento si unirono ai partigiani della Brigata partigiana Osoppo, comandata da Aldo Specogna dopo la strage di Malga Porzus. Insieme impedirono che la “liberazione” di Cividale del Friuli avvenisse ad opera del IX Korpus sloveno, il che avrebbe inciso sui futuri confini.