28) IL CONTROESODO
Più di duemila operai comunisti, sopratutto di Monfalcone, dei «duri e puri» già perseguitati da camicie nere e SS, attraversarono il golfo per edificare con i compagni titini «il vero socialismo». Pochi mesi dopo l’arrivo, quando nel 1948 il maresciallo jugoslavo venne scomunicato dal Cominform e ruppe con Stalin, furono visti con sospetto da Belgrado, minacciati, e molti di loro sbattuti nei gulag, perché «non ortodossi». Insomma, erano rimasti stalinisti, quindi comunisti si, ma nemici. Subirono vessazioni, pestaggi e violenze, prima di poter tornare in Italia. Ma anche in patria quel destino «sbagliato» non cambiò: furono umiliati, emarginati e vessati, in quanto testimoni di un passato del quale il Pci ormai si vergognava.
La triste vicenda e su quella gente è pesata come un fallimento morale, tanto da indurla a non parlarne per anni. Lo ha fatto in tempi recenti qualche superstite, come per liberarsi la coscienza, parlando con uno storico, Giacomo Scotti, che ha ricostruito la storia.
Tutto ha inizio subito dopo la guerra di liberazione, quando molti operai comunisti del cantiere navale di Monfalcone, affascinati dalla scommessa di Tito, varcano il confine e si trasferiscono a Pola e Fiume, nelle cui industrie c’è appunto un gran bisogno di manodopera qualificata.
E’ un controesodo di almeno 2.000 persone, convinte di fare una scelta definitiva e che perciò in parecchi casi si portano dietro anche le famiglie. A loro si aggiungono altri militanti mobilitati dal Pci in mezza Italia: intellettuali (come il critico d’arte Mario De Micheli), attori (come Sandro Bianchi), musicisti (come il violinista della Scala, Carlo La Spina). I «monfalconesi» restano «agli ordini» della federazione comunista di Trieste: da lì viene la linea politica che li condannerà a partire dal 28 giugno ’48, quando Mosca accusa Tito di deviazionismo. Il Pci, infatti, resta stalinista e firma la risoluzione antititoista del Cominform, proprio mentre Stalin è ormai un nemico a Belgrado. Di colpo diventano tutti e 2.000 «persone sospette», oggetto di purghe ed epurazioni. Per molti, circa 300, ciò significa il gulag di Goli Otok, sull’Isola Calva, o altre prigioni in Bosnia Erzegovina. Mesi durissimi. Alla fine rientrano a casa, ma anche lì si ritrovano discriminati dalla loro stessa gente. Il Pci ha fatto uno strappo, e sono testimoni scomodi. «Fatelo per il bene della Causa e dell’Idea», viene detto loro. E il paradosso è che obbediscono.
(Corriere della Sera 8 ottobre 2001)
Nel territorio di Monfalcone, c’era una notevole concentrazione industriale. Oltre ai Cantieri del gruppo CRDA (Cantieri Riuniti dell’Adriatico), eredità dell’Impero austro-ungarico che nell’area di Trieste, Muggia, Monfalcone aveva il suo più importante centro di costruzioni navali e di motori marini , c’erano un lanificio, una raffineria di olio, una fabbrica di soda Solvay, una di pece, una di scatole di latta, una fabbrica di prodotti chimici. Negli anni Trenta ci lavoravano circa ventimila operai. Le fabbriche, inoltre, erano il centro di un forte movimento operaio che era confluito nel partito socialista prima e in quello comunista dopo la sua fondazione (Livorno, 21 gennaio 1921).
Il comunismo monfalconese aveva svolto fra le due guerre un’azione cospirativa e mobilitante, lunga e tenace, dentro e fuori il Cantiere navale, estendendo la propria attività non solo nell’area isontina della provincia, ma anche nella confinante carsica e basso-friulana. L’attività principale era il “Soccorso Rosso”, cioè la raccolta di fondi e l’assistenza ai perseguitati dal regime fascista. Era un’esperienza di solidarietà militante, ma dopo l’annessione della provincia di Lubiana allo stato italiano (1941) e l’inizio della resistenza slovena, fu uno strumento logistico paramilitare in collegamento con i partigiani sloveni ai quali giungevano denaro, medicinali e viveri.
Dopo l’otto settembre del 1943, gli operai di Monfalcone diedero o vita alla “Brigata Proletaria”, che partecipò a fianco degli slavi alla Battaglia di Gorizia. Sconfitti dai tedeschi , molti lavoratori in fuga entrarono nelle formazioni partigiane sia individualmente , sia organizzandosi all’interno dell’esercito di liberazione jugoslavo stesso, come nel caso della formazione italiana “Fontanot” (nella foto alla sua costituzione) che, nata nel dicembre del 1944, operò in Slovenia incorporata nelle 43° divisione dell’Esercito di Liberazione jugoslavo.
A guerra finita si pose la questione del confine fra Italia e Jugoslavia: determinò una spaccatura netta e profonda tra chi chiedeva l’annessione alla Jugoslava socialista e chi si batteva per rimanere in Italia nel nuovo stato repubblicano. Così la vita civile fu lacerata da tensioni e conflitti.
Fino all’estate del 1946, il partito comunista della Regione Giulia (PCRG), che era nato il 12 agosto 1945 sulla base di un accordo tra il partito comunista italiano e sloveno, si era impegnato per l’annessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia Socialista.
Monfalcone: manifestazioni pro Jugoslavia
Una volta definite le rispettive sovranità territoriali, però, i quadri dei sindacati e dei comunisti , delusi per la confermata italianità di parte della Venezia Giulia, in assemblee tenute a livello locale e sulla stampa, attraverso una diffusa propaganda nei cantieri navali di Monfalcone, nei comitati della sinistra italiana e persino all’estero, specie nel Canada, esplicitarono la direttiva per operai, tecnici e militanti, di trasferirsi definitivamente in Jugoslavia.
In questo stesso periodo dall’Istria, e soprattutto dalla città di Pola, si stava avviando la partenza di migliaia e migliaia d’italiani, tanto che ci fu il tentativo di contrapporre i due esodi in termini propagandistici.
Ad occuparsi dell’organizzazione di quello che viene chiamato “controesodo” è lo stesso vicesegretario del Pci, Pietro Secchia.
Tra il ‘46 e l’inizio del ‘47 raggiunsero la Jugoslavia provenendo da Monfalcone e dal basso Friuli circa 2.400 operai, per la maggior parte provenienti dai cantieri.
Sempre nel 1947 attraccò al molo Ancona un grosso vecchio transatlantico proveniente dal Canada con qualche centinaio di canadesi che, come i monfalconesi, erano convinti di andare a vivere nel socialismo reale e di contribuire alla costruzione di una vera democrazia proletaria. La nave ribattezzata “Partizanka”, era tutta imbandierata con un vistoso gran pavese da prua a poppa e striscioni inneggianti a Tito lungo le murate.
Inizialmente, l’accoglienza ricevuta dai lavoratori emigrati, in particolare a Fiume e a Pola, fu senz’altro positiva. I lavoratori singoli furono alloggiati nei grandi alberghi delle due cittadine costiere, mentre alle famiglie furono assegnate delle abitazioni dignitose, spesso case lasciate vuote da coloro che si dirigevano esuli verso l’Italia. Trovarono subito lavoro ai Cantieri Tre Maggio e al silurificio Ranković di Fiume, e ai Cantieri Scoglio Olivi di Pola. In questi primi mesi riuscirono anche a inviare ogni mese a famiglie e parenti del denaro
Il 28 Giugno 1948 il Cominform annuncia ufficialmente l’espulsione del P.C. Jugoslavo per aver perseguito una politica ostile all’Unione Sovietica.
Il Pci resta stalinista e firma la risoluzione antititoista del Cominform
Molti monfalconesi fecero ritorno in Italia tra il 1949 e i primi anni cinquanta, alcuni dopo aver scontato anni di detenzione o di confino.
Per molti il rientro fu traumatico in quanto non solo venne negata nella maggior parte dei casi la riassunzione presso i cantieri , ma fu quasi impossibile trovare anche altre occupazioni: coloro che un tempo erano considerati tra gli operai specializzati più competenti e validi vennero spesso etichettati come traditori della patria e furono costretti a lavori umili in un contesto sociale radicalmente mutato
Anche il PCI di fatto abbandonò per diverso tempo questi compagni comunisti al proprio destino, impartendo ai quadri locali del partito l’ordine di far sì che non si parlasse della repressione interna in Jugoslavia, e in generale di tutta la vicenda.
Gli italiani imprigionati a Goli Otok (per lo più immigrati dal monfalconese nel 1946) furono circa 300, dei quali 14 persero la vita.
Filmato su Goli OtoK https://www.youtube.com/watch?v=Y7wRchwx9V0
Sui prigionieri s’infieriva con lo “stroj”: pestaggi continui all’arrivo e sbarco nell’isola dove si era costretti a sfilare fra due lunghe ali di detenuti che dovevano colpire senza soste i nuovi arrivati; il bojkot: isolamento totale del boicottato costretto per settimane, anche mesi a lavori pesantissimi e nel silenzio più assoluto; la jazbina: caverna, spelonca con l’interruzione sistematica del sonno al punito, sepolto sotto un ammasso soffocante di coperte e bersagliato da pestaggi improvvisi. Ma vi erano varianti e “integrazioni” come la proibizione di dissetarsi durante le lunghe ore di un massacrante lavoro, lo stare immersi nell’acqua gelida del mare per tutta la giornata a scavar sabbia e via dicendo. Oltre alle torture fisiche c’erano i ricatti morali per indurre i prigionieri a trasformarsi in delatori dei loro compagni, a farsi confidenti della polizia politica anche dopo il rilascio.
Testimonianze sulla tragedia del controesodo:
https://crsrv.org/wp/wp-content/uploads/2020/03/N.10-Giuricin-Goli-otok-Isola-calva.pdf
Andrea Scano ha lasciato una descrizione intensa della sua esperienza nell’isola di Goli Otok:
Quando sbarcammo, gli internati ci attendevano schierati su due file. Noi dovevamo passare in mezzo … Man mano che si procedeva venivamo colpiti a pugni, calci, sputi, tra urla e insulti di ogni genere … Io non ce la facevo più, la strada era in salita, ero carico della mia roba e indebolito dal carcere e dal viaggio … Mi sembrava che la doppia fila non finisse mai … In particolare avevo il fratello di Juretich che mi si era attaccato davanti e continuava a percuotermi sulla faccia … Ero coperto di sangue, boccheggiavo, e invocavo basta, che la smettesse, che mi lasciasse andare avanti. Ma lui a insistere e a gridare: sei un cominformista, vero? Ebbene prendi, prendi, prendi ancora!.. Ogni volta che arrivava un carico dovevamo schierarci e picchiare. In pratica si riusciva molto a fingere, e a dare le spinte per aiutare i nuovi arrivati a percorrere più in fretta il loro calvario. Ma c’erano sempre gli zelanti, come il fratello di Juretich, e alla fine tutti ne uscivano massacrati (…) A differenza dei campi nazisti, a Goli Otok non si uccideva. Se vi furono dei morti, fu per disgrazia, involontariamente. L’obiettivo era di umiliarci, fino alla distruzione della nostra identità. Ma mentre nei campi nazisti la repressione era amministrata direttamente dalle SS, e le SS le vedevi dappertutto, a Goli Otok la repressione era amministrata dagli stessi internati cominformisti. I titini neanche li vedevi … La fama di Goli Otok era tale che la maggioranza di coloro che vi erano inviati capitolavano prima di arrivarci: cosicché la maggioranza dei nuovi arrivati, mentre subiva le percosse passando tra le due file, inneggiava a Tito e al Partito comunista jugoslavo.
Dopo la morte di Stalin, il riavvicinamento tra Jugoslavia e Unione Sovietica fu percepito come un inganno. Il partito comunista mantenne per molto tempo il silenzio sulla vicenda e molta documentazione prodotta dai cominformisti fu distrutta.
Il ritorno dei lavoratori
Se la sorte dei militanti più attivi fu la detenzione nei lager di Tito, per le migliaia di lavoratori che si erano spostati tra il 1946 e il 1948 nella vicina Repubblica con la convinzione di trovare una società libera e più giusta, ci fu l’immediato rientro per sfuggire alla carcerazione, alla disoccupazione conseguente ai licenziamenti, all’isolamento. Coloro che ritornarono non ritrovarono più il lavoro, in alcuni casi neanche la casa. Delusi, umiliati, e sfiduciati si chiusero nel silenzio e vollero dimenticare. Altri decisero di emigrare nuovamente, diretti in altri paesi d’Europa.
Il PCI manterrà per lungo tempo il silenzio sulla vicenda, giudicando che il ritornarvi sarebbe stato dannoso per le buone relazioni con il Partito jugoslavo e negli stessi rapporti tra Italia e Jugoslavia nel momento in cui questi, dopo la morte di Stalin, segnavano un positivo disgelo. Documenti, relazioni, lettere inviate a suo tempo dagli “agenti” cominformisti, tutto fu bruciato. Ma va detto anche che il PCI non abbandonò i protagonisti di queste vicende, e talora si impegnò per trovare una sistemazione dignitosa ai vari “reduci” dalla Jugoslavia, i quali non sempre dal canto loro accettarono, chiedendo piuttosto di riuscire a riflettere e rielaborare collettivamente l’esperienza drammatica che avevano vissuto.
Claudia Cernigoi, che nel suo profile Facebook si autodefinisce”giornalista, ricercatrice, storica politicamente schierata molto a sinistra” come “nei suoi scritti filoslavi liquida l’argomento , parlando di “citazioni fuori tema su Goli Otok, che fu campo di prigionia, orribile fin che si vuole, ma destinato ad oppositori interni, e non c’entra per niente con le “foibe”.
In realtà , Il collegamento ideale con le foibe sta nel fatto che quando Tito divorziò da Stalin, gli italiani del “controesodo” furono considerati nemici e spie , tanto da finire anch’essi (si parla di 300) in quel terribile carcere. Si noti che queste disavventure, in tempo di pace (!) colpivano sinceri antifascisti e addirittura militanti comunisti colpevoli solo di essere rimasti stalinisti.
E’ difficile pensare che la prigionia prevista per degli italiani , in tempo di guerra o nel primo dopoguerra, fosse meno orribile di quella riservata a compagni comunisti, ancorchè “non allineati”, oltretutto in tempo di pace.
Un curioso caso di ….. CONTRO-CONTROESODO
Vittorio Cima, di Lussingrande fu arrestato a Trieste il 10 maggio 1945 dai partigiani titini. Venne portato nel villaggio di Opicina ed ivi detenuto fino al 20 maggio 1945 nella Villa Boschian, sede della locale “sezione criminale della Difesa Popolare. Per ordine di Žarko Besednjak, comandante di detta sezione di Opicina, fu poi portato nel vicino villaggio di Rupingrande dai miliziani titini Boris e Pietro Vidali, Erminio Sossič e Miroslavo Purič, affinché fosse processato assieme ad altre due persone, Luciano Manzin e Mauro Mauri, ritenuti responsabili di aver rubato un maialetto. Nel libro “Operazione foibe a Trieste”, a pagina 130, Claudia Cernigoi racconta la vicenda dicendo che i tre erano ladri: “Nella foiba di Monrupino, ovvero il Tabor di Opicina, vennero uccisi tre ferrovieri che avevano rubato generi alimentari nel paese di Opicina’’. “Anche qui i colpevoli furono processati e condannati; qui però, secondo noi, si rientra nell’ambito delle vendette personali contro crimini comuni (comunque molto gravi, dato il periodo di ristrettezze generali) e per questo non si dovrebbero confondere questi fatti con fatti di guerra, ovvero gli arresti di persone coinvolte nei crimini nazifascisti ed internate o giustiziate per questo motivo’’.
In pratica, secondo la Cernigoi, non si sarebbe trattato di uccisione di militari prigionieri, ma di una giusta condanna con regolare processo a carico di comuni ladri. Questo racconto sommario riguarda però un fatto che è stato riconsiderato con rigore dalla Giustizia italiana nel processo agli assassini celebrato nel gennaio 1948 in Corte di Assise di Trieste.
Il processo di cui parla la Cernigoi avvenne in un’osteria e rispettò la sommarietà delle “procedure” tipica della “giustizia” jugoslava. Anzitutto i tre giovani non erano ferrovieri qualsiasi, ma militi della Milizia Ferroviaria in servizio alla sottostazione della centrale elettrica di Opicina, e in quanto tali rientravano, a differenza di quanto scrive la Cernigoi, negli “arresti di persone (presuntivamente) coinvolte nei crimini nazifascisti ed internate o giustiziate per questo motivo’’ . Evidentemente l’uccisione di soldati prigionieri a guerra finita per la Cernigoi sarebbe comunque giustificata: altrove , per altri militari italiani uccisi, scrive infatti : “si trattava comunque di persone che avevano combattuto ed operato contro le forze alleate dell’esercito jugoslavo”
Maggiori dettagli si possono trovare nel resoconto del processo a pag. 27 del libro di Giorgio Rustia “Contro Operazione Foibe a Trieste”, che smonta documentatamente gran parte delle affermazioni della Cernigoi. https://www.studiober.com/wp-content/uploads/2019/06/CONTRO-OPERAZIONE-FOIBE-di-GIORGIO-RUSTIA.pdf
Dcrisse la corte: “É il sentimento più vivo e più tenacemente radicato nell’anima popolare che esclude ogni possibilità di giustificazione all’operato dei giudicabili. Non occorre far richiamo a norme di legge, che pur sono obbligatorie per tutti, è sufficiente riferirsi al sentimento dei popoli civili e quindi anche al diritto per cui chiunque sia accusato di un crimine deve essere posto in grado di difendersi. Vittorio Cima, Mario Mauri e Luciano Manzin sono stati condannati a morte senza che coloro i quali si sono arrogati il potere di giudicarli li abbiano interrogati, senza che nessuno abbia loro contestato un’accusa precisa, senza che nessuno sia stato messo in grado di levare una voce a loro difesa, di rilevare l’enorme sproporzione tra colpa asserita e pena inflitta.
Per concorso in omicidio continuato, Žarko Besednjak fu condannato a 15 anni di reclusione, Boris e Pietro Vidali a 10 anni, mentre Erminio Sossič e Miroslavo Purič a 6 anni e 3 mesi. Boris Vidali e Žarko Besednjak, fuggiti nella zona B dell’Istria amministrata da Tito, evitarono la galera. In particolare il Besednjak (cui evidentemente nessuno durante il ventennio fascista impose di italianizzarsi il cognome!) non si trovò bene nel paradiso comunista di Tito, e nei primi anni ’50 fuggì da Capodistria e riparó in Italia, dove chiese l’amnistia voluta da Togliatti che cancelló ogni pena da scontare. Richiese ed ottenne anche la cittadinanza italiana e si fece cambiare il cognome da Besednjak in Besenghi.

















