Rovigno- Pino Budicin
Rovigno è la città di Pino Budicin, significativa figura di partigiano antifascista .
Fu segretario del comitato distrettuale di Rovigno del Partito comunista croato e membro del comitato popolare di liberazione . Budicin comandava una formazione partigiana, ma era molto critico verso l’arbitrarietà e l’efferatezza degli eccidi compiuti da alcune formazioni partigiane nel settembre-ottobre del 1943 verso la popolazione italiana della regione. Era anche contrario al nazionalismo slavo ed anti-italiano volto a perseguire l’annessione dell’intera regione alla Jugoslavia e non solo la sconfitta del nazi-fascismo. Per queste sue posizioni sgradite al partito comunista locale, gli causarono l’estromissione dal comitato regionale. Continuò comunque ad organizzare la resistenza tra Rovigno e Valle.
L’8 febbraio 1944, durante un’azione nella campagna rovignese, Pino Budicin fu catturato assieme al partigiano Guerrino Grassi (“Augusto Ferri”). A seguito dello scontro a fuoco Pino era rimasto leggermente ferito, Augusto Ferri assai più gravemente, era quasi morente. Furono imprigionati, interrogati ed infine giustiziati. I cadaveri straziati di Grassi e Budicin furono esposti sulla Riva Valdibora. È molto nota la frase che pare Budicin abbia urlato ai suoi aguzzini al momento dell’esecuzione: “Da ogni goccia del mio sangue, cento partigiani sorgeranno!”. Le ultime parole di Pino sono oggi scolpite sulla lapide del cippo eretto, a ricordo del suo sacrificio, a Stanzia Bembo (Valle d’Istria). Inoltre, una lapide ricorda il luogo d’esposizione dei cadaveri dei 3 partigiani ed un busto bronzeo del Budicin sorge poco distante.
Dopo la fine della guerra e l’annessione dell’Istria alla Jugoslavia socialista, cominciò a circolare insistente la voce che Budicin e Grassi, fossero in realtà stati traditi dagli stessi compagni partigiani croati che, nella notte precedente la cattura, avrebbero fuorviato i due spronandoli a recarsi sul luogo dov’erano i fascisti per sostenere dei compagni combattenti in difficoltà. In realtà nessuno scontro era in corso in quel momento, e i due sventurati si trovarono ed essere gli unici partigiani sul posto, cadendo quindi in una presunta imboscata ordita dai loro stessi compagni che in questo modo avrebbero voluto liberarsi, senza compromettersi, di due figure benvolute dai locali ma scomode per i progetti e finalità antiitaliane dei comunisti locali.
Questa versione, che abbraccia la tesi della c.d. “Delazione slava” (ovvero la pianificata eliminazione della componente di resistenza che si opponeva al nazionalismo slavo), è stata confermata e descritta nel dettaglio anche dal fratello di Pino, Antonio Budicin, nella sua autobiografia uscita postuma “Nemico del Popolo – un comunista vittima del comunismo”. Durante il regime fascista, venne arrestato e condannato più volte. Da confinato conobbe ed ebbe la stima dei maggiori antifascisti italiani, come Umberto Terracini e Sandro Pertini. Alla fine della guerra, in disaccordo con il comunismo nazionalista slavo, subì persecuzioni e sevizie anche dal regime di Tito, di cui conobbe la durezza delle carceri, tanta e tale da fargli rimpiangere le prigioni fasciste. Sfuggito miracolosamente a morte certa e giunto in Italia, fu misconosciuto dallo stesso Partito Comunista e, dopo qualche tempo di vita grama, emigrò a Buenos Aires dove visse umilmente fino alla morte che lo colse nel 1977. Solo nel 1974, da parte del P.C.I. gli giunse una tardiva lettera di “riparazione di un grave errore e di una profonda ingiustizia” che aveva subito.
Da notare che dopo la rottura fra Tito e Stalin, la stampa giuliana legata alla linea filo stalinista, fece propria la tesi della “delazione slava”, titolando a tutta pagina il 14 novembre 1949 ne “Il Lavoratore”: “Come vennero passati al boia nazista i migliori capi, italiani e sloveni, del popolo triestino. Davano fastidio agli agenti della cricca di Tito ed ai nazisti.
Questa versione spiegherebbe anche gli arresti e le esecuzioni, a Trieste, tra la primavera e l’autunno del 1944, di Natale Kolarič (maggio), Luigi Frausin (agosto) e Vincenzo Gigante (novembre)
Va da sè che Pino Budicin, da morto, fosse onorato dai compagni slavi, e costituisse ottimo testimonial per la loro propaganda : gli fu intitolato il battaglione partigiano italiano che operava nei luoghi della sua morte. La formazione, che comprendeva quattro compagnie, fu inquadrata, nel giugno del 1944, nella Brigata istriana “Vladimir Gortan” che, infine fu incorporata nella 43ª Divisione dell’Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia, perdendo di fatto ogni autonomia. Il 26 settembre 1973, fu proclamato Eroe Nazionale della Jugoslavia.
Alla direzione del “Lavoratore”, Organo del Partito Comunista della Regione Giulia
“Cari Compagni! Noi combattenti del battaglione “Pino Budicin”, rappresentanti della minoranza italiana dell’Istria insorta contro il fascismo, che abbiamo combattuto spalla a spalla con i fratelli slavi, spargendo il nostro sangue con loro, per liberare la nostra terra dall’oppressione, sotto la guida del grande eroe popolare compagno Maresciallo Tito, noi vogliamo che la nostra terra faccia parte della Democratica Federativa Jugoslavia di Tito…….. Tutto il mondo deve sapere che non è Tito che vuole la Regione Giulia, ma che siamo noi, popolo della Regione Giulia che vogliamo Tito.”
Tragica fu la fine toccata a due nobili donne, madre e figlia, uccise dai partigiani slavi ed italiani di Rovigno nel maggio 1945, a guerra finita: le baronesse Maria Enrichetta (nata von Keyl) e Barbara Elisabetta de Hütterott.
Questa ricca e nobile famiglia di industriali e commercianti triestini fece la sua comparsa in Istria nel 1890, con Johann Georg von Hütterott nato a Trieste il 21 dicembre 1852 da una famiglia originaria dell’Assia e che, innamorato di Rovigno in particolare, acquistò le quattro principali isole prospicienti la città: Sant’Andrea, Maschin (Mas’ceîn), Sturago e San Giovanni in Pelago, oltre all’isoletta dell’Asino (scùio dei Samèri). Successivamente acquistò diverse proprietà a sud della località: Punta Corrente, Montauro, Scaraba, Monvì e Monte Mulini.
Su un terreno recintato di quasi 90 ettari di pascolo, vigneto e oliveti, avviò il rimboschimento con piante mediterranee ed esotiche scelte accuratamente e creò un vero e proprio parco naturale.
L’intenzione di Georg era quella di fare di Rovigno, ed in particolare dell’Isola di Sant’Andrea, una meta del turismo d’élite, attraverso la realizzazione di un progetto turistico in grado di concorrere con Abbazia.
La sua tenuta, realizzata sull’isola di S. Andrea dove il monastero soppresso venne trasformato in un castello, fu meta di ospiti illustri e lo sta a testimoniare il libro delle rimembranze “Cissa Insel”: nel libro fino al 1908 troviamo nomi illustri come quelli dei Principi Coburgo Gotha, della principessa Stefania d’Asburgo, dell’arciduca Carlo Stefano d’Asburgo con la famiglia, dell’arciduca Ludovico Salvatore, della granduchessa Maria Gioseffa di Sassonia, della principessa Maria Teresa di Baviera, della principessa Stefania, del principe Hohenlohe con la famiglia, del principe Giovanni di Liechtenstein e di molti altri appartenenti alla borghesia ed all’industria mitteleuropea.
Nel 1908 pubblicò il volumetto “Cap Aureo” in cui illustrò il suo progetto per la creazione nel territorio di Rovigno di una stazione climatico-balneare, nel quale descriveva la trasformazione di un’ampia zona della costa rovignese da Monte Mulini, Montauro e Punta Corrente con la realizzazione di parchi, viali alberati, prati, punti di ristoro, impianti sportivi e con la costruzione di 3 alberghi (1 a Monte Mulini e 2 a Punta Corrente), con la costruzione di una struttura balneare in Cul de Lone e la ristrutturazione dell’ex bagno Brunetti.
L’ambizioso progetto non venne però mai realizzato perché il barone Georg morì a Trieste in circostanze mai chiarite (si parlò anche di suicidio) nel 1910.
La vedova Maria Enrichetta e la figlia più giovane, rimasta nubile, Barbara Elisabetta, dal 1927 lasciarono Trieste per vivere stabilmente nella loro dimora di Sant’Andrea facendo opere pie e di beneficenza verso i
più bisognosi ed integrandosi perfettamente, anche se per i rovignesi il cognome rimaneva impronunciabile, venendo storpiato in Chìtarot e Chìtaro.
La famiglia, grazie all’intuito di alcuni collaboratori che curavano le vaste proprietà terriere, nel periodo tra le due guerre aveva anche consolidato la commercializzazione del tartufo, con l’esportazione in tutta Europa di questo prelibato prodotto.
In particolare Barbara Elisabetta fu molto amata per la sua affabilità e per la sua squisita gentilezza.
Ma la guerra ed il successivo armistizio segnarono il destino anche di questa famiglia: già indicate quali “nemiche del popolo” perché benestanti, e quindi da eliminare, dai comunisti rovignesi (parliamo di italiani) e da quelli croati insorti dopo l’8 settembre 1943, le due donne verranno arrestate sull’isola nei primi giorni di maggio del 1945 dai partigiani, i quali, dopo essersi impossessati della collezione di quadri e della ricca argenteria, le trucidarono barbaramente a colpi di spranga gettandone i corpi in mare.
La piccola Alice Abbà, una bambina di Rovigno tredicenne, fu infoibata assieme alla madre Giuseppina il 13 gennaio 1945 dall’OZNA, nella prima ondata di arresti compiuti in molti paesi dell’Istria, con la complicità anche dei partigiani italiani: nel suo caso, sono cinque i partigiani di Rovigno i cui nomi sono ancora al vaglio non per conferma quanto per comprendere lo sviluppo dei fatti. Secondo la relazione della famigerata polizia segreta jugoslava, sarebbero state “collaborazioniste dei tedeschi”, divenute tali per “vendicarsi della morte del rispettivo marito e padre”, che nel settembre 1943 era stato infoibato a Rovigno, perché ritenuto “fascista-squadrista” . In realtà era stato un onesto e rigoroso vigile urbano, in realtà: una uniforme italiana era sinonimo di “fascista”.
“Alice Abbà, una ragazzina di Rovigno, 13 anni, secondo la testimonianza della nipote che porta il suo stesso nome. Alice viene arrestata insieme alla madre Giuseppina Micoli, moglie di Giorgio Abbà, vigile urbano, infoibato intorno al 16 settembre 1943, a Vines (oggi Vinež in Croazia): nella prima ondata di arresti compiuti in molti paesi dell’Istria, con la complicità anche dei partigiani italiani: nel suo caso, sono cinque i partigiani di Rovigno i cui nomi sono ancora al vaglio non per conferma quanto per comprendere lo sviluppo dei fatti.
L’accusa rivolta ad Alice Abbà?
Essere una squadrista fascista perché, secondo documento dell’Ozna, denuncia con la madre, gli assassini del padre.
Viene stuprata, picchiata e infoibata si presuppone nella vicina foiba di Moncodogno, il 12 febbraio 1945.
(fonte: Simona Sardi – giornalista..)







