3) Il dominio Austro-Ungarico: l’ ”AUSTROSLAVISMO” (un fascismo alla rovescia)
In precedenza, già prima di Venezia, gli Asburgo avevano già dominato il litorale adriatico nel Medio Evo. Il dominio austriaco durò sino al 1918.
Il castello di Miramare, presso Trieste, dimora di Massimiliano d’Asburgo, Governatore del Lombardo- Veneto, e della moglie Carlotta del Belgio (nell’immagine a dx)
Nel 1914, sotto l’Austria, c’erano in Istria 50 Comuni, dei quali 13 con amministrazione slava e 37 con amministrazione italiana; tra questi ultimi figurano tutti i centri più importanti per numero di abitanti e per attività economiche e culturali: Trieste, Pola, Fiume, Capodistria, Rovigno, Cherso, Lussino, Albona, Dignano, etc.
L’amministrazione austroungarica sembra aver lasciato un ricordo sostanzialmente positivo, ma a quel periodo vanno ascritti i primi contrasti etnici fra le popolazioni italiane e slave: per il loro sorgere una precisa responsabilità grava sul governo asburgico. All’ interno dell’Impero crescevano infatti i vari movimenti nazionali, ma con politiche diverse. Mentre le popolazioni italiane erano fortemente attirate dall’Irredentismo, e anelavano al ricongiungimento con l’Italia, gli Slavi del sud propugnavano per lo più il cosiddetto Trialismo: una corrente politica largamente diffusa presso Sloveni e Croati che si prefiggeva il conseguimento dei propri obiettivi nazionali e nazionalistici all’interno del regime asburgico e con la sua collaborazione.
Gli Slavi croati e sloveni presenti nell’Impero miravano alla costituzione di un “terzo Regno”, di una “terza Corona”, accanto a quelle Austriaca ed Ungherese, che avrebbe dovuto comprendere Sloveni e Croati ed appagare le loro aspirazioni nazionali, pur rimanendo lealmente all’interno dell’Impero. Questo programma politico assicurava a croati e sloveni la benevolenza e l’appoggio del governo asburgico, a danno della comunità italiana e anche di quella serba e delle altre minoritarie.
Il Regno di Croazia. Nel 925 papa Giovanni VIII aveva conferito a Tomislav Trpimirović la corona di re di Croazia, assunta nominalmente nel 1102 dal Re Colomanno di Ungheria e infine, dopo la sconfitta e la morte di Luigi, ultimo re d’Ungheria nella battaglia di Mohacs (1526), acquisita, sempre nominalmente, dagli Asburgo.
Il “terzo regno” avrebbe inoltre dovuto includere la Slovenia, la Croazia, la Slavonia, la Bosnia-Erzegovina. Il destino degli Italiani e dei Serbi all’interno di tale nuova costruzione statale sarebbe stato, nelle intenzioni di molti dei nazionalisti Sloveni e Croati, quello dell’assimilazione forzata, quindi della loro slovenizzazione e croatizzazione. All’interno del “Terzo regno”, nelle intenzioni dei nazionalisti Sloveni e Croati, si sarebbe trovato un modus vivendi con il potere centrale e l’etnia di lingua tedesca, con il quale erano sempre andati d’accordo, procedendo invece all’assimilazione forzata, cioè alla slovenizzazione e croatizzazione. delle minoranze italiana, serba, musulmana e macedone.
Nel 1891 le autorità austro-ungariche avevano sciolto d’ufficio l’associazione culturale Pro Patria, animata da sudditi italiani del Trentino e della Venezia Giulia che, pur nascendo con scopi culturali, avevano dato luogo a manifestazioni irredentiste e politiche contravvenendo ai propri scopi statutari meramente. Gli ex dirigenti del sodalizio non si persero d’animo: presero lo Statuto di un’associazione dedita alla promozione della cultura tedesca, lo tradussero puntualmente in italiano, modificando solamente le finalità dell’associazione da tedesche a italiane, per la promozione e la salvaguardia della lingua e della cultura italiana nelle terre dell’Impero. Sciogliere tale associazione con l’accusa di svolgere attività sovvertiva avrebbe significato procedere ugualmente nei confronti dell’associazione germanista.
Nasceva così nel 1891 la Lega Nazionale, i cui cuori pulsanti furono inizialmente a Trento e a Trieste, dopodiché l’associazione si sviluppò in Istria e Dalmazia e nelle valli del Trentino, adoperandosi in particolare nell’apertura di scuole con lingua d’insegnamento italiana e di luoghi culturali in cui diffondere ideali patriottici e cultura italiana.
Non stupisce che Dante Alighieri fosse anche un riferimento identitario importante per gli irredentisti giuliano dalmati, istriani e trentini, sudditi obtorto collo dell’Impero Austro-Ungarico. Non senza una caratterizzazione patriottica, nel 1889 il triestino Giacomo Venezian aveva fondato la Società Dante Alighieri, riunendo intellettuali (fra cui Giosuè Carducci), ma anche un buon numero di irrendentisti. Nel 1896, nonostante le resistenze del governo asburgico, a Dante fu eretto un monumento a Trento. Gli Istriani chiesero che fosse fatto altrettanto nella loro terra, e scelsero che fosse collocato a Pola, citata dal Poeta nel IX canto dell’Inferno
“Sì com’a Pola, presso del Carnaro ch’Italia chiude e suoi termini bagna”).
Per una migliore leggibilità dell’articolo: https://www.studiober.com/wp-content/uploads/2022/02/Il-busto-di-Dante-2.pd
Anche se già presenti in precedenza, all’amministrazione austroungarica va ascritta buona parte dei contrasti etnici fra le popolazioni italiane e slave: per il loro sorgere sul governo asburgico grava una precisa responsabilità, nonostante l’Impero non avesse carattere etnico, e quindi motivo di imporre una lingua e una religione nazionali. Come già con Venezia, ciascun popolo seguiva i propri costumi e il sovrano garantiva queste libertà in cambio della formale sottomissione e dei tributi che riscuoteva. Nonostante ciò, al suo interno crescevano i vari movimenti nazionali, con politiche diverse.
IRREDENTISMO TRIALISMO e AUSTROSLAVISMO
Come i è già detto, le popolazioni italiane erano fortemente attirate dall’Irredentismo, e anelavano al ricongiungimento con l’Italia. Gli Slavi del sud, invece, propugnavano per lo più il cosiddetto “trialismo”: una corrente politica largamente diffusa presso Sloveni e Croati, che si prefiggeva il conseguimento dei propri obiettivi nazionali e nazionalistici all’interno del regime asburgico e con la sua collaborazione, attraverso la costituzione di un “terzo regno”, di una “terza corona” accanto a quella Austriaca ed Ungherese, che avrebbe dovuto comprendere Sloveni e Croati ed appagare le loro aspirazioni nazionali, pur rimanendo lealmente all’interno dell’Impero.
Per comprendere il Trialismo, bisogna risalire al 925, quando papa Giovanni VIII aveva conferito a Tomislavo Trpimirović la corona di re di Croazia.
Questa , a seguito di contrasti fra i nobili croati, fu assunta nel 1102 dal Re Colomanno di Ungheria, il che fece di fatto della Croazia una provincia ungherese.
Luigi II, ultimo re d’Ungheria (nell’immagine), fu sconfitto e ucciso dai Turchi nella battaglia di Mohacs (1526)
Non avendo figli che la potessero reclamare, la corona di Croazia (nello stemma rappresentata dalla scacchiera bianca e rossa e dai tre leopardi coronati in campo azzurro), assieme a quella di Ungheria, passò in capo agli Asburgo, sempre però, senza che la Croazia, a differenza dell’Ungheria, potesse avere dignità di Regno.
Molti politici sloveni , attraverso il riconoscimento del Triailsmo, suggerivano addirittura la creazione d’una nuova unità amministrativa, pursempre posta all’interno dell’impero asburgico, che avrebbe dovuto comprendere assieme la Carniola, la Stiria meridionale, la Carinzia meridionale, ma anche terre in cui gli Italiani erano maggioranza, come il cosiddetto Litorale Adriatico, e quindi Trieste, l’Istria, la Contea di Gorizia e Gradisca, nonché la Dalmazia. Si giungeva a rivendicare territori italiani al di là dell’Isonzo, come parte della valle del Natisone.
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I confini di questa nuova unità amministrativa avrebbero dovuto ricalcare in buona misura quelli elaborati già alla metà del secolo XIX da Peter Kozler (nell’immagine) . Questi era un geografo sloveno, ma d’origine tedesca e favorevole all’impero asburgico, che aveva creato nel 1848 la prima mappa della “Slovenia”, in cui venivano attribuiti ad essa anche molti territori che non erano per nulla a maggioranza slovena.
Il destino degli Italiani, ma anche dei mai amati Serbi, all’interno del costituendo “Terzo regno” sarebbe stato, non solo di fatto, ma anche nelle intenzioni di molti dei nazionalisti Sloveni e Croati, quello dell’assimilazione forzata, quindi della loro slovenizzazione e croatizzazione. Croati e Sloveni avrebbero dovuto trovare un modus vivendi con il potere centrale ed il gruppo etnico austriaco, con il quale andavano peraltro d’accordo, cercando invece di snazionalizzare le minoranze italiana e serba: pur di ceppo slavo, i Serbi sono stati storicamente avversati da Sloveni e Croati. Come si vedrà, durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale, i Croati lo tentarono nei confronti dei Serbi e lo effettuarono nei confronti degli Italiani. I Serbi, durante la Guerra di Bosnia (’92-‘95) tentarono di fare il contrario, includendo nel tentativo la pulizia etnica anche i Musulmani e gli Abanesi. Lo impedì l’intervento della NATO.
Questi nazionalisti speravano di poter realizzare i propri progetti di riforma statale in senso trialistico ricorrendo all’alleanza di settori dell’establishment imperiale, in cui era forte l’apprezzamento per gli Slavi, e l’appoggio alle loro richieste, per cui si parla di “Austroslavismo”. In particolare, essendosi dimostrati da sempre ottimi soldati, avevano l’appoggio degli alti gradi dell’esercito, dove invece era forte la diffidenza nei riguardi degli Italiani, che in vent’anni avevano mosso guerra all’Austria ben 3 volte (1848-‘49 ; ’59 e ’66).
Infatti, lo stesso capo di stato maggiore, Conrad von Hötzendorf (1852 –1925, nell’immagine) noto italofobo (propose l’attacco all’Italia per ben due volte, dopo il terremoto di Messina e durante la guerra di Libia), simpatizzava per le posizioni austro slaviste, come anche l’erede al trono Francesco Ferdinando, che era non casualmente in ottimi rapporti con von Hötzendorf.
Già il feldmaresciallo Radetzky , il vincitore della prima Guerra per l’Indipendenza (1848 Custoza-‘49 Novara), aveva progettato una pulizia etnica in Dalmazia, affermando: «Bisogna slavizzare la Dalmazia “per toglierla alla pericolosa signoria intellettuale di Venezia” alla quale le popolazioni italiane si rivolgono con eccessiva ammirazione».
Il 6 giugno 1848 sul giornale ufficiale governativo L’Osservatore Triestino apparve un articolo ispirato dal governatore di Trieste Ferencz Gyulai, nel quale si affermava minacciosamente che “non mancherebbero i mezzi, a chi sapesse valersene, onde scuotere le masse slave istriane perché inveissero contro agli Italiani dell’Istria, e la più orrenda guerra civile ne sarebbe la fatale conseguenza”. Poche settimane dopo, Gyulai pubblicò un proclama in lingua croata e slovena, nel quale si invitavano i popoli slavi dell’Istria e di Trieste a perseverare nella fedeltà all’Austria, opponendosi alle mene separatiste e irredentiste degli Italiani.
Con la Terza Guerra d’Indipendenza (1866) , nonostante le sconfitte per terra a Custoza e per mare a Lissa, grazie alla rovinosa sconfitta austriaca a Sadowa ad opera degli alleati Prussiani, l’Italia acquisì il Veneto, ma non il Trentino dove Garibaldi aveva riportato la vittoria di Bezzecca, dovendo peraltro rinunciare ad occupare Trento. (“Obbedisco”).
Battaglia di Lissa: La Re d’Italia affonda dopo essere stata speronata dalla Erzherzog Ferdinand Max, nave ammiraglia di Tegetthoff
La diffidenza dell’Imperatore e del governo asburgico nei confronti delle popolazioni italiane aumentò progressivamente nella seconda parte dell’800, dopo la perdita del Veneto a seguito della IIIa Guerra d’Indipendenza : Francesco Giuseppe, convinto (giustamente) dell’infedeltà degli italiani verso la dinastia asburgica, in sede di Consiglio dei Ministri, il 12 novembre 1866, su consiglio del feldmaresciallo Radetzky e riferendosi a a Regno di Dalmazia, al Corpus separatum di Fiume, al Margraviato d’Istria, nella Contea principesca di Gorizia, nella Contea di Trieste e nel resto della Venezia Giulia, relativamente ai rapporti con gli Slavi , al Trentino -Alto Adige relativamente a quelli con i Tedeschi, diede l’ordine tassativo di «opporsi in modo risolutivo all’influsso dell’elemento italiano ancora presente in alcuni Kronländer, nonché di mirare alla germanizzazione (si riferiva anche al Trentino) o slavizzazione, a seconda delle circostanze, delle zone in questione con tutte le energie e senza alcun riguardo». In sostanza, il proposito era quello di sobillare un’etnia più fedele all’impero per aggredirne e assoggettarne un’altra che desiderava la secessione dall’impero e l’unione all’Italia.
Si può reperire in Die Protokolle des Österreichischen Ministerrates 1848/1867. V Abteilung: Die Ministerien Rainer und Mensdorff. VI Abteilung: Das Ministerium Belcredi, Wien, Österreichischer Bundesverlag für Unterricht, Wissenschaft und Kunst 1971; la citazione compare alla Sezione VI, vol. 2, seduta del 12 novembre 1866, p. 297
L’ordine imperiale del 12 novembre ’66 è abitualmente tanto conosciuto dagli storici quanto sconosciuto al grande pubblico. Gli ”storici” antiitaliani di casa nostra preferiscono trattare la “contestualizzazione” (concetto che ha sostituito l’assordante silenzio durato 70 anni) del dramma delle Foibe e dell’Esodo fermandosi storicamente al ventennio e geograficamente al confine con il Regno SHS e di Jugoslavia
La slavizzazione delle province sud-orientali dell’Impero a danno degli Italiani non avvenne in maniera particolarmente violenta, ma attraverso l’uso di “armi improprie” quali il clero cattolico, la scuola e l’amministrazione pubblica. Giocò a favore di questo progetto, di fatto un “fascismo alla rovescia”, il tempo a disposizione: più di un secolo contro il ventennio che il governo fascista italiano ebbe per il proprio grossolano e violento comportamento.
Pur proclamandosi formalmente difensori della Chiesa Cattolica, fin da Giuseppe II gli Asburgo chiaramente perseguivano l’obiettivo “cesaro-papista” di controllare il clero cattolico, tanto che questo assunse la denominazione di “Giuseppismo”. Con il Concordato del 1855 con Roma, il governo di Vienna aveva attribuito alla Chiesa cattolica una serie di funzioni pubbliche, quali l’anagrafe, la competenza amministrativa in materia matrimoniale, l’autorità sull’intero settore dell’istruzione. Il potere politico, per contro, poneva gli ecclesiastici in una condizione di parziale sottomissione, in quanto erano di fatto funzionari pubblici dello stato: per questo l’imperatore poteva esercitare un’estesa influenza sull’amministrazione ecclesiale, in particolare sulle scelte dei vescovi. Questo rese possibile un’azione di slavizzazione del clero anche nei territori a maggioranza italiana, e questo non solo in ambito religioso, ma anche e sopratutto in quello pubblico-amministrativo (e quindi politico) loro attribuito: vedasi in proposito la slavizzazione dei cognomi attuata nella gestione dell’anagrafe, dei battesimi e dei matrimoni.
Ruolo politico antiitaliano del clero cattolico slavo. A causa della debolezza culturale di Croati e Sloveni e della sostanziale assenza di una classe dirigente aristocratica, borghese od intellettuale, il clero cattolico rappresentava la principale guida politica dei movimenti nazionalistici di questi due popoli. L’alleanza fra il potere imperiale asburgico ed i nazionalismi sloveno e croato in funzione antitaliana, che nell’austroslavismo ebbe modo di trovare la sua saldatura politica, ebbe nel clero cattolico slavo i più attivi leader e rappresentanti politici .
Nelle rivendicazioni nazionalistiche slave il Clero Cattolico ebbe sempre un ruolo di primo piano. L’austroslavismo incontrò la simpatia ed il sostegno degli alti gradi ecclesiastici: J. J. Strossmayer, vescovo di Dakovo; J. Dobrila, vescovo di Parenzo e di Pola; Janez Evangelist Krek, sacerdote, professore di teologia al seminario di Lubiana, leader ed ideologo di spicco del Slovenska Ljudska Stranka “Partito popolare sloveno”, che chiedeva l’unione di Sloveni, Croati, Serbi, “sotto lo scettro degli Asburgo”(il sostanziale Trialismo) ed auspicava di trovare degli alleati all’interno dei circoli militari per poter attuare i suoi piani di riforma statuale.
Anton Mahnic, vescovo a Veglia . Nonostante l’isola fosse a stragrande maggioranza italiana, fu fautore dell’uso dello slavo antico (Glagolitico) durante i servizi liturgici. Nel 1902 vi fondò l’Accademia di slavo antico. Per la sua attività dovette giustificarsi in Vaticano, a seguito delle proteste dei fedeli italiani delle Isole del Quarnero, che indussero Pio X ad intervenire, rimuovendo Mahnic dal suo incarico di vescovo
Alla conferenza di pace di Parigi inviò un memoriale, nel quale chiedeva l’annessione alla Jugoslavia.
Il governo viennese si preoccupò di far nominare in Venezia Giulia, regione a maggioranza italiana, unicamente vescovi slavi. Malgrado gli Italiani fossero la maggioranza della popolazione in Venezia Giulia, a detta degli stessi censimenti austriaci, e la quasi totalità in alcune aree, i vescovi, per espressa volontà governativa, che sulla nomina dei vescovi aveva notevole influenza, furono tutti prescelti fra slavi, con la sola eccezione di quello di Parenzo, che però aveva ottenuto la carica in quanto del tutto prono ai voleri viennesi. I due capi del nazionalismo slavo in Venezia Giulia non erano laici, ma vescovi: il vescovo Dobrila nominato a Trieste (città a stragrande maggioranza italiana) ed il vescovo Vitovic a Veglia (isola anch’essa a stragrande maggioranza italiana). La slavizzazione delle cariche episcopali fu poi seguita, a cascata, per mezzo dei seminari vescovili e delle relazioni con le provincie dell’interno, da quelle di sacerdoti slavi provenienti dai Balcani, in modo che, nell’amministrazione delle parrocchie, superassero numericamente quelli italiani autoctoni.
A Capodistria già nel 1831 fu eletto per imposizione di Vienna un vescovo sloveno, Matteo Raunicher, fanaticamente filosloveno, inviso alla cittadinanza, il quale, a confermare i buoni rapporti e la stima che si era guadagnati tra quella brava gente, durante la processione del santo patrono Nazario il 19 giugno 1837 per dispetto non vi partecipò, mettendosi di traverso con la sua carrozza con aria spavalda e di sfida. Fu costretto a fuggire, ma fu riammesso da Vienna pochi anni dopo assieme a tutta la coorte di prelati che si portava dietro dalla Carniola. Per imposizione di Vienna a Capodistria vi furono sempre vescovi sloveni, profondi odiatori dell’Italia, fino al 1918 a seguito della Vittoria. L’ultimo vescovo, Andrea Kralin, dovette essere cacciato dal pur paziente e signorile generale Petitti di Roreto (Vai alla scheda “La Prima Guerra Mondiale”) perchè si rifiutava di riconoscere la realtà dei fatti, ostentando la sua aperta ostilità verso gli italiani.
Il capitolo cattedrale di Trieste fu slavizzato anch’esso, poiché ogni volta che un seggio restava vacante veniva ad essere nominato uno slavo, abitualmente neppure triestino. Accadde così che nel 1891 su 14 canonici, che fra effettivi ed onorari costituivano il capitolo della cattedrale di S. Giusto, uno solo, un semplice canonico onorario, fosse italiano, mentre gli altri tredici erano tutti slavi, fra cui otto originari della Carniola: questo malgrado la città fosse a schiacciante maggioranza italiana, come dimostravano gli stessi censimenti austriaci. Alla stessa data, si trovavano nella diocesi di Trieste 92 preti originari dalla Carniola, 16 dalla Boemia, 14 dalla Carsia, 6 dalla Stiria, 5 dalla Dalmazia, 5 dalla Croazia, 2 dalla Moravia, 1 dalla Polonia.
Nell’anno 1900 nella diocesi di Trieste-Capodistria vi erano 100 preti italiani contro 189 slavi, neanche la metà dei quali originari, ma fatti venire dalle regioni interne della Slovenia o della Croazia nell’intento di slavizzare anche religiosamente la regione. Nel 1892 all’interno della diocesi di Parenzo-Pola (a netta maggioranza italiana) operavano 81 sacerdoti, fra cui 56 slavi, tutti provenienti da altre regioni, anche molto lontane, come era il caso di ben 11 boemi.
29 dicembre 1886 «Il Consiglio della città di Trieste ravvisa nel complesso dì codesti atti una manifesta opera di propagazione dello slavismo, non compatibile coll’ufficio della Curia vescovile, dannosa alle nostre scuole, del pari che alla religione ed al governo della pubblica cosa, ingiusta verso i giovani italiani che si vogliono dedicare alla professione sacerdotale, pericolosa alla pace ed al benessere della città, offesa gravissima al carattere nazionale del paese, al sentimento de’ suoi abitanti ed alle forme del secolare suo incivilimento. Epperò il Consiglio della città altamente protesta contro il complesso di codesti atti, e nel mentre si riserva di provvedere entro il limite dei mezzi e delle sue attribuzioni, incarica l’illustrissimo sig. Podestà di dar atto della presente risoluzione tanto all’i. r. Governo, che alla Curia vescovile». Si associarono alla protesta del Consiglio di Trieste anche i municipi istriani di Capodistria, Pirano, Isola, Muggia, Buje, Cittanova e Portole.
IL “GLAGOLITICO”: alfabeto, liturgia, strumento politico antiitaliano
l’evangelizzazione dei Balcani nel secolo IX è legata all’opera dei santi Cirillo e Metodio (a sinistra), di provenienza Bizantina, i quali, incaricati dal vescovo di Costantinopoli Fozio di evangelizzare la Moravia, nel IX secolo avevano creato l’alfabeto chiamato “Glagolitico”, usandolo nella traduzione dei testi sacri nelle lingue slave, in quanto meglio di quello latino e greco si adattava ad esprimere i fonemi di queste lingue. Altra cosa è l’alfabeto “Cirillico”, che, a dispetto del nome, fu creazione di un discepolo dei santi, Clemente di Ocrida (a destra), poi vescovo e santo della Chiesa Ortodossa
L’alfabeto Cirillico, dopo scisma dalla Chiesa cattolica del 1054, divenne l’alfabeto ufficiale della Chiesa ortodossa in Bulgaria (tanto che alcuni sostengono sia stato creato nella Scuola letteraria bulgara di Preslav), in Serbia e in Russia. Anche in questo caso, come per il Glagolitico, l’adozione del Cirillico aveva valenza politica: i re bulgari ne appoggiarono la diffusione, per dimostrare autonomia da Bisanzio, dove si usava il greco. A seguito dell’ufficializzazione ortodossa, il cirillico aumentò la sua diffusione, e il glagolitico si vide quindi confinato in Boemia e in Moravia, e solo sporadicamente in Slovenia e in Croazia, ad opera di preti e frati slavi che non avevano aderito allo scisma, ed erano rimasti fedeli alla Chiesa Cattolica. Gli atti dei concili della Chiesa di Spalato del 925 e del 1060 disposero però la soppressione di questa pratica, e il mantenimento nella liturgia della lingua latina. Tuttavia Papa Innocenzo IV nel 1248 e nel 1252 diede il permesso, limitato al vescovo di Segna e ai benedettini di Veglia, di usare la lingua slava ecclesiastica croata e i libri liturgici scritti in alfabeto glagolitico: ciò costituiva una eccezione assoluta nel mondo cattolico, una concessione dettata dal timore che l’imposizione del latino presso popolazioni rurali incolte potesse farle orientare verso la vicina e “concorrenziale” chiesa ortodossa, che aveva ufficialmente adottato, il più comprensibile alfabeto cirillico al posto di quello greco e latino.
Questo consentiva che, in alcune are slovene e croate, ci fossero delle “sacche” di ritualità in lingua diversa da quella latina, per speciale dispensa, o meglio per tacita accettazione. Le popolazioni slave balcaniche erano di scarsa o scarsissima cultura, in misura minima alfabetizzate, cosicché anche il basso clero delle campagne talora non conosceva il latino: si trattava insomma di un fenomeno indotto dall’ignoranza dello stesso clero cattolico, dinanzi a cui le autorità episcopali, che seguivano ovviamente la liturgia latina, mostrarono tolleranza, nel timore della “concorrenza” ortodossa.
La Chiesa Cattolica non vide per nulla con favore la pretesa dei nazionalisti sloveni e croati di ripristinare il rito glagolitico, sia per ragioni strettamente liturgiche, sia perché spesso tale richiesta proveniva da panslavisti con palesi simpatie per il cristianesimo greco-ortodosso. I movimenti nazionalisti slavi in Slovenia e Croazia potevano infatti contare su finanziamenti provenienti anche da regioni molto lontane di tutto l’impero asburgico e persino dalla Russia stessa. Anche ecclesiastici teoricamente cattolici anteponevano l’appartenenza nazionale alla fede professata. Un esempio, certo estremo ma comunque significativo, fu nei primi anni del ‘900 un piccolo scisma locale, che riguardò il paese di Ricmanje nella diocesi di Trieste e Capodistria. Il sacerdote del luogo, monsignor Požar, chiese di poter introdurre il messale glagolitico. Essendo stata rifiutata al sua richiesta, la situazione finì con il passaggio di Ricmanje al rito ortodosso, con un vero e proprio scisma, peraltro rientrato dopo qualche anno dopo con la sospensione e l’allontanamento del Požar da parte del vescovo.
La Curia pontificia, e per essa Leone XIII e Pio X, richiamarono i sostenitori del glagolitico ai principi del rito latino e li diffidarono dalla introduzione di tale rito laddove non fosse mai stato praticato.
Il culto glagolitico, invece, non solo fu mantenuto, ma venne introdotto e imposto anche in località che non l’avevano mai conosciuto ed in cui gli abitanti erano in stragrande maggioranza italiani. Fu particolarmente incresciosa la situazione in Istria, terra in cui questo tentativo fu ampiamente esteso ed in cui gli Italiani erano di solito sia patrioti, sia cattolici.
Il malcontento fu naturalmente molto forte fra le popolazioni, che sovente preferirono abbandonare le funzioni religiose in rito glagolitico. Si possono portare alcuni esempi in proposito, fra i molti disponibili. Nel 1888 un sacerdote sloveno, originario della Carniola, introdusse di sua volontà il rito slavonico in una chiesa di Pola, in cui mai si era celebrato, suscitando lo sdegno degli Italiani ed anche di buona parte degli Slavi fra i suoi fedeli. Al ripristino del rito in latino, i giornali nazionalisti slavi si scatenarono contro il vescovo di Parenzo.
L’isola di Neresine fu teatro di ripetuti tentativi di slavizzazione nel culto religioso, in contrasto all’ortodossia cattolica, alle consuetudini ivi vigenti ed all’esplicita volontà degli abitanti. Un frate croato, tale Smolje, pretese di celebrare la messa in glagolitico nella parrocchia di Neresine, la domenica 22 settembre 1895, determinando l’abbandono della cerimonia da parte di tutti i presenti e l’inizio di un vero tumulto. Questo stesso sacerdote pretendeva d’impartire il battesimo in croato, in modo da slavizzare i nomi, rifiutandosi di farlo in latino anche qualora fosse direttamente richiesto dal padre del bambino. Il padre guardiano del convento francescano di Neresine, Luciano Lettich, pretese d’imporre il croato alla cerimonia di sepoltura delle salme dei coniugi Sigovich, Antonio e Nicolina Sigovich, provocando da parte dei parenti e degli altri fedeli l’abbandono volontario del rito. Un altro episodio fra i tanti si potrebbe citare, accaduto nella seconda domenica d’aprile de1 1906, un frate croato pretese di celebrare in rito glagolitico nella chiesa di San Francesco di Cherso, isola prettamente italiana di storia e cultura. I fedeli, dinanzi a questa celebrazione, che appariva loro come un abuso nazionalistico, abbandonarono in massa l’edificio religioso, lasciando da solo il frate croato.
Dopo queste ed altre vicende simili, gli abitanti di Neresine e di altre località minacciate di slavizzazione forzata (Ossero, Cherso, Lussinpiccolo) s’appellarono inutilmente al vescovo di Veglia, Mahnich. Vista l’inanità dei loro tentativi presso il presule slavo, decisero di fare ricorso direttamente a Roma. La gravità dei fatti riferiti spinse Pio X ad intervenire, rimuovendo Mahnich dal suo incarico di vescovo. Anche in seguito il Vaticano dovette intervenire direttamente per denunciare e condannare sia l’abuso liturgico del ricorso al rito glagolitico, sia l’appoggio diretto di sacerdoti slavi al nazionalismo sloveno e croato, come avvenne ad esempio il 17 giugno 1905, quando il Cardinale Segretario di Stato, per ordine del Papa Pio X, trasmise una lettera severa e preoccupata al Ministro Generale dell’Ordine dei Frati Minori Francescani, con l’ordine preciso d’intervenire in modo energico per porre termine al comportamento dei francescani croati in Dalmazia, che tramavano per introdurre il croato nella liturgia.
Documenti liturgici in glagolitico nelle terre a prevalenza italiana sono peraltro molto scarsi e poco significativi.
Breviario (stampato nel 1648) e Messale scritti in caratteri glagolitici, conservati nell’archivio parrocchiale di San Pietro al Natisone. Se ne ignora la provenienza e la reale funzione liturgica, se mai esistita, in quella chiesa.
Scrive lo storico Attilio Tamaro, autore fra l’altro d’una monumentale Storia di Trieste: «I religiosi cooperavano a questo sistema di snaturamento dei lineamenti non solo linguistici, ma sopratutto storici ed etnici della Regione Giulia e della Dalmazia. I vescovi delle provincie, fuorché quello di Parenzo (ligio però con cieca devozione al Governo austriaco), erano tutti slavi, per espressa volontà di Vienna. Come tali, per mezzo dei seminari vescovili e per mezzo delle loro relazioni con le provincie dell’interno, aumentarono con grande intensità la produzione e l‘importazione di sacerdoti slavi e, approfittando dello scarso numero di preti italiani che le provincie potevano dare, occuparono con quelli tutte le parrocchie, anche le italiane”.
L’opera dei religiosi slavi si avvaleva anche dei compiti amministrativi che aveva la Chiesa nell’Impero: scrive sempre lo storico Attilio Tamaro : “Tengono i parroci in Austria i registri dello stato civile. Gli slavi, non curanti delle proteste degli abitanti, forti della protezione del Governo, con cui erano organicamente collegati nell’opera e nel fine, slavizzarono i cognomi nei libri delle nascite, in quelli matrimoniali ed in quelli delle morti. Il fine era di ottenere, nei documenti ufficiali , dati statistici che sembrassero comprovare o la non esistenza o la graduale estinzione dell’italianità.”
I parroci istriani e dalmati, che erano per la maggior parte di etnia slava, attraverso una falsificazione anagrafica dei registri di battesimo e di matrimonio, attuavano abitualmente la slavizzazione dei cognomi italiani, pratica che, dopo il ’66 (Terza guerra per l’Indipendenza) andrà avanti per decenni. Ciò generava dati statistici che certificavano, in ossequio alla politica del Governo, la non esistenza o la graduale estinzione della comunità italiana. Si veda in proposito “Verstümmelung der Familiennamen in den Pfarrmatriken” (Storpiatura dei cognomi nei registri), del Vicepresidente della Luogotenenza imperial regia di Trieste e Presidente della Commissione amministrativa del Margraviato (Marca) d’Istria: testimoniò che nell’isola di Lussinpiccolo il clero locale, tutto croato nonostante la popolazione fosse in grande maggioranza italiana, falsificava regolarmente i nomi e cognomi
Sulla slavizzazione dei nomi, nel 1877 fu presentata una denuncia da parte del deputato istriano al Parlamento di Vienna Francesco Sbisà, e nel 1897 il rovignese Matteo Bartoli parlò di migliaia di nomi modificati, in particolar modo nelle isole di Cherso, Lussino e Veglia, quasi totalmente abitate da italiani. Nel 1905,in una seduta della Dieta Istriana, il deputato albonese Pietro Ghersa, denunciò la connivenza del governo sulla slavizzazione di circa 20.000 cognomi italiani nell’intera provincia istriana.
A questo proposito l’Italianizzazione forzata dei cognomi attribuita al governo italiano nel ventennio, pur effettivamente esistita, era in realtà spesso la “riassunzione” o “restituzione” nella forma italiana dopo la slavizzazione subita in precedenza. Questo era oggetto di decreto prefettizio, ma chiunque, su semplice domanda scritta, poteva opporsi ai decreti prefettizi che stabilivano la restituzione del cognome italiano. Vedasi ad esempio qui a fianco: la riassunzione della forma italiana di ”Cesari”, cognome italiano molto comune , da un improbabile “Cessarich” è quanto mai plausibile in una famiglia in cui i nomi di battesimo sono Francesco, Giuseppe, Maria, Francesca, Domenica, Antonia, tutti italiani.
Importanti figure dell’irredentismo italiano, anche organiche al Fascismo, furono fiere di mantenere il loro cognome Suvich, Cosulich, Slataper ecc. Tra gli esuli, esodati dal 1947 in poi, troviamo centinaia di Coslovich, Babich, Giurissevich, che mai hanno cambiato il cognome in Coselli, Babbi o Giuressi, compresi alcuni politici molto schierati a destra, come De Marsanich” e ” De Vidovich”
Ipparco Baccich (Fiume, 2 agosto 1890 – Cima Grande, 12 ottobre 1916) è stato un patriota e militare italiano.
Nato da Eugenio Baccich e Isolina Girardelli, apparteneva ad una nota famiglia di patrioti fiumani (i sei figli della coppia ebbero tutti nomi che iniziavano con la lettera “I” come “Italia”). Già da studente fu fra i fondatori della Giovine Fiume, una delle associazioni irredentistiche operanti in città. Trasferitosi a Firenze per gli studi, non rispose alla chiamata per la leva militare austroungarica nel 1912, e di conseguenza fu considerato renitente alla leva: se catturato, sarebbe stato impiccato come Cesare Battisti e Nazario Sauro All’entrata in guerra dell’Italia contro l’Impero austroungarico si arruolò volontario nei Bersaglieri, raggiungendo il grado di tenente. Ferito in Albania nel dicembre 1915, cadde sulla Cima Grande nel Carso il 12 ottobre 1916, alla testa di una compagnia del 77º Reggimento Fanteria. Anche i fratelli Icilio e Iti si erano arruolati e sopravvissero alla guerra. Successivamente modificarono il proprio cognome in Bacci: non si può certo parlare di italianizzazione forzata.
Va quindi contestualizzata anche l’italianizzazione di molti cognomi non italiani (per esempio gli sloveni Vodopivec in Bevilacqua, Rusovič in Russo, Krizman in Crismani ecc.) avvenuta nel ventennio: si trattava spesso della “restituzione” di un cognome originariamente italiano. L’italianizzazione (chiamata “riduzione” o “riassunzione”) del cognome straniero era “facoltativa”, anche se “raccomandata” a volte forzatamente, specie per i funzionari pubblici.
Va anche notato come nella comunità degli esuli, che pure rivendicano con orgoglio la propria appartenenza alla comunità italiana, siano numerosi e spesso preponderanti cognomi che non finiscono in vocale, o che contengono K o X, assenti nell’alfabeto italiano: cognomi che non hanno ritenuto di italianizzarsi , né tantomeno sono stati costretti a farlo.
UNA SIGNIFICATIVA TESTIMONIANZA
12 novembre 1866, alla “ graziosa” presenza dell’imperatore Francesco Giuseppe d’Asburgo si riunisce a Vienna il Consiglio della Corona. Da questo incontro si ufficializza quello che, in Istria e in Dalmazia ancor di più, sta accadendo: “il largo appetito” degli slavi si sta risvegliando con l’appoggio dell’Austria. Quel 12 novembre 1866 si scrive il Verbale della Corona (reperibile in Die Protokolle des Österreichischen Ministerrates 1848/1867. V Abteilung: Die Ministerien Rainer und Mensdorff. VI Abteilung: Das Ministerium Belcredi, Österreichischer Bundesverlag für Unterricht, Wissenschaft und Kunst, Vienna 1971; la citazione compare alla Sezione VI, vol. 2, seduta del 12 novembre 1866, p. 297), di cui voglio ricordare alcuni punti: Se. Majestät sprach den bestimmten Befehl aus, daß auf die entschiedenste Art dem Einflusse des in einigen Kronländern noch vorhandenenitalienischen Elementes entgegengetreten und durch geeignete Besetzung der Stellen von politischen, Gerichtsbeamten, Lehrern sowie durch den Einfluß der Presse in Südtirol, Dalmatien und dem Küstenlande auf die Germanisierung oder Slawisierung der betreffenden Landesteile je nach Umständen mit aller Energie und ohne alle Rücksicht hingearbeitet werde. Se. Majestät legt es allen Zentralstellen als strenge Pflicht auf, in diesem Sinne planmäßig vorzugehen.
«Sua Maestà ha espresso il preciso ordine che si agisca in modo deciso contro l’influenza degli elementi italiani ancora presenti in alcune regioni della Corona e, occupando opportunamente i posti degli impiegati pubblici, giudiziari, dei maestri come pure con l’influenza della stampa, si operi nel Tirolo del Sud, in Dalmazia e sul Litorale per la germanizzazione e la slavizzazione di detti territori a seconda delle circostanze, con energia e senza riguardo alcuno. Sua Maestà impone il rigoroso dovere a tutti gli uffici centrali di procedere secondo quanto deliberato in questo senso».
È questo il momento della vera frattura tra gli elementi italiani e slavi che convivevano in quei territori da secoli, oramai non più nella “pax” veneziana. Le conseguenze sono innumerevoli. Gli italiani, di sangue o di sentimenti, si vedono togliere tutte le prerogative di cui avevano goduto fino a quel momento e che passano agli slavi. Ma c’è un qualcosa che causa grande sdegno, sconcerto e, soprattutto, immenso dolore. Nelle località interne dell’Istria di attua la slavizzazione dei cognomi. Non basta, anche dei nomi. Lo fanno all’anagrafe, lo fanno i preti croati, spesso all’insaputa dei genitori. Ci si accorge della cosa quando si va a chiedere il certificato di battesimo, per una Cresima, un matrimonio… e si scopre che molti Istriani si chiamano Cirillo o Metodio. Ma io, dopo 150 anni, lo scopro all’ Archivio di Stato di Pisino, dove mi sono recata per scoprire i miei parenti dispersi non solo in Patria ma, ovunque, nel Mondo. E, all’Archivio, sfogliando i registri di battesimo di Montona, tutti con la stessa scrittura, segno che sono stati ricopiati recentemente, cerco disperatamente la mia famiglia paterna originaria di Montona, italiana da sempre. E non la trovo, non riesco a trovarla. Sfoglio, vado avanti, indietro, ripetutamente, quasi con affanno. Quasi ho il dubbio che il mio papà mi abbia raccontato delle cose non giuste sulle nostre origini…ma poi si accende una lampadina: ricordo che papà mi aveva detto tante volte che i Crasti erano stati costretti a cambiare ufficialmente cognome intorno a quel 1866. Ma non mi ritrovo ancora : la famiglia con mio nonno capofamiglia non esiste. Ma mi imbatto, ad ogni inutile ricerca in un cognome Krastic , ma ancora non mi ritrovo: i nomi… che nomi sono quelli che leggo? Finalmente capisco: non solo il cognome è stato slavizzato ma anche il nome proprio. Per cui ecco quello che mi ritrovo: Josip Krastic -Giuseppe- mio nonno e i suoi fratelli Ivan Ana Marija Vladidlav Antika. I nomi italiani non esistevano più nell’interno dell’Istria e non sono più esisti per almeno 60 anni. Intorno al 1925 Josip e Vladislav Krastic sono ridiventati Giovanni e Luigi Crasti. Il loro padre e gli altri fratelli, per scelta, hanno preso il cognome Cresti. Erano italiani, non altro, solo italiani. Non volevano aver a che fare con quel cognome, che avevano ripudiato visto che in atti privati di compravendita che ho ritrovato avevano sempre usato il vecchio caro cognome Crastich, sostenuti in questo dal notaio italiano di Montona di allora. Questa una delle conseguenze, la più immediata, la più visibile, del nefasto12 novembre 1866.
Cecco Beppe e i suoi ministri erano convinti che con tutti i provvedimenti contenuti nel Verbale della Corona sarebbero riusciti a soffocare l’italianità dell’ Istria. Perlomeno questi non ci sono riusciti.
Anna Maria Crasti , Esule da Orsera e Vicepresidente del Comitato di Milano dell’Anvgd
Il “TABOR” definisce una chiesa fortificata, tipica della Slovenia. I nazionalisti sloveni chiamano “l’epoca dei tabor” quella che nella seconda metà dell’’800 era caratterizzata da grandi riunioni pubbliche di sloveni, che venivano arringati da oratori nazionalisti, fra i quali comparivano frequentemente sacerdoti. Vi era dominante l’esasperata ostilità anti italiana.
“tabor” Ss.Trinità di Cristoglie risalente ai secoli XII e XIII, alle spalle di Capodistria, Isola e Pirano
Uno degli affreschi più celebri e rappresentativi di Cristoglie è la misteriosa “danza macabra“. Undici personaggi sono raffigurati in un inseguimento macabro, tenendo per mano altrettanti scheletri che li guidano nell’oltretomba. Il significato di questa rappresentazione era evidente in tempi di scarsa alfabetizzazione: simboleggiava l’uguaglianza di tutti gli individui di fronte alla morte. L’autore di queste straordinarie opere d’arte è Giovanni da Castua.
Anche il Regno d’Italia contribuì paradossalmente alla progressiva slavizzazione di Istria e Dalmazia , giacchè il 20 maggio 1882 re Umberto I aveva segretamente stipulato con Austria-Ungheria e Germania quella Triplice Alleanza che cementò l’intesa politico-militare fra i tre monarchi a puntello delle rispettive dinastie senza garantire alcuna tutela agli italiani dell’impero asburgico. Prova ne fu che il sistematico smantellamento dell’italianità in Dalmazia, iniziato dopo il 1866, non venne interrotto, anzi. I governi italiani non difesero politicamente né aiutarono finanziariamente i propri connazionali irredenti, molti dei quali si sentirono ripudiati da quella che avrebbe dovuto essere la madrepatria.
Scuola.
L’austroslavismo si manifestò in Venezia Giulia e nel Trentino in misure ed iniziative che interessarono anche il settore scolastico: venivano favoriti gli istituti in lingua tedesca o slovena, e non venivano aperti, oppure venivano chiusi, quelli italiani.
Il diritto per le singole nazionalità ad avere un ciclo scolastico nella propria lingua venne ad essere teoricamente sancito dall’articolo 19 della Legge fondamentale dello Stato del 21 dicembre 1867 sui diritti generali dei cittadini, nei regni e Paesi rappresentati nel Consiglio dell’Impero. Questa legge, però, risultava applicabile e interpretabile con ampia discrezionalità, per la grande mescolanza etnica nell’impero
La questione scolastica divenne ben presto centrale, con l’abolizione dell’italiano come lingua d’istruzione nelle scuole dalmate ed il rifiuto delle autorità provinciali e comunali nazionaliste di finanziare con soldi pubblici le scuole in lingua italiana che sopravvivevano. A partire dal 1866 non solo nessuna nuova scuola italiana fu aperta dalle autorità, ma finirono con l’essere chiuse quasi tutte quelle che esistevano, questo in una regione in cui in pratica da sempre la produzione scritta e colta era stata principalmente od esclusivamente in lingua latina prima, e italiana poi. Su 84 comuni in cui era ripartita all’epoca la Dalmazia, rimasero scuole primarie in lingua italiana in uno solo, quello di Zara, mentre scomparvero in tutti gli altri: si finì così con l’avere solo 9 scuole elementari in lingua italiana su 459 complessive. Nel bilancio dell’istruzione pubblica statale per il primo semestre del 1914, le spese preventivate nel cosiddetto Litorale vedevano 1.121.020 corone destinate a scuole non italiane e 154.642 corone per scuole italiane. Questo avveniva in una regione in cui, secondo gli stessi censimenti austriaci, gli Italiani costituivano la maggioranza.
Rimasero come scuole superiori in lingua italiana soltanto due istituti, oltretutto bilingui, e solo perché legati al mondo marinaresco, in cui l’impiego dell’italiano era una tradizione fortissima ed esisteva una terminologia specifica, assente in lingua croata: si trattava infatti delle scuole nautiche di Ragusa e Cattaro. Naturalmente, non esistevano università in lingua italiana, né in Dalmazia né in tutto il resto dell’impero. In sintesi, gli studenti italiani di Dalmazia potevano avere scuole primarie nella propria lingua solo a Zara (1 comune su 84), nonostante gli italiani fossero presenti ovunque, scuole secondarie solo Cattaro ed a Ragusa (in 2 comuni su 84, e si trattava di due soli istituti nautici), mentre il sistema scolastico terziario ossia l’università non vedeva in tutto l’impero una sola facoltà italiana.
Un mio ricordo personale: quando ero bambino mia nonna mi raccontava che lei aveva fatto i primi anni di scuola elementare a Fiume nella scuola ungherese. Non capivo cosa ci potesse fare una bambina italiana in una scuola elementare dove si parlava una lingua difficile e a lei totalmente sconosciuta, ma non mi facevo tante domande. Semplicemente nelle scuole italiane non c’era posto per tutti i bambini italiani di Fiume. (E.B.)
Sin dal 1848 gli Italiani di Trieste sollecitavano l’apertura di una università italiana nella grande città costiera, per dimensioni la terza dell’impero, dopo Vienna e Praga, ma tale richiesta fu sempre respinta. Tele richiesta divenne ancora più pressante dopo il 1866, con il passaggio di Venezia all’Italia (terza Guerra di Indipendenza), che aveva tolto agli italiani dell’Impero l’unica università di lingua italiana. Infine, nel 1904, dopo un’attesa di 56 anni, Vienna concesse la fondazione non di una università, ma soltanto di una facoltà di giurisprudenza in lingua italiana, e non a Trieste, bensì nella lontana e germanica Innsbruck. Già questa scelta palesava la volontà austriaca d’impedire il più possibile la formazione e conservazione della cultura italiana nei propri territori.
Comunque, il 3 novembre del 1904 all’apertura dell’anno universitario di tale facoltà di giurisprudenza, all’arrivo nella città austriaca degli studenti italiani, i nazionalisti e pangermanisti locali manifestarono a loro ostilità verso la fondazione di tale facoltà. La polizia di Innsbruck entrò nell’aula, in cui il professor Angelo de Gubernatis stava tenendo il discorso inaugurale sul Petrarca, ordinando d’interrompere la cerimonia.
Gli studenti italiani in Austria, offrirono allora, con il permesso delle autorità, un banchetto al De Gubernatis; ma, uscendo dal luogo dove avevano banchettato per recarsi alla stazione, furono selvaggiamente aggrediti e malmenati dagli studenti austriaci. gli abitanti di Innsbruck diedero vita quasi ad una insurrezione: gli italiani presenti in città furono scacciati ed i loro beni saccheggiati, mentre gli studenti furono circondati all’interno della sede università e stretti d’assedio con armi da fuoco: ci fu un morto. Intervenne infine l’esercito, il quale però arrestò tutti gli studenti italiani (fra cui Cesare Battisti ed Alcide De Gasperi), malgrado questi non avessero compiuto alcun reato e si fosse limitati a difendersi dall’aggressione violentissima dei cittadini di Innsbruck, che invece non patirono arresti. In seguito a tale pogrom anti-italiano fu poi ordinata la chiusura della facoltà di giurisprudenza.
Antonio Lubin è stato uno scrittore, insegnante e sacerdote cattolico italiano, nato e morto a Traù, . Insegnò materie umanistiche a Zara , Spalato e Venezia. Fu docente di Lingua e Letteratura Italiana all’Università di Graz. La sua opera maggiore fu contro la slavizzazione della Dalmazia e delle province tedesche e italiane dell’Austria”. Libro scaricabile:
Se le amministrazioni comunale potevano tener conto, come a Zara, della prevalenza italiana, nelle amministrazioni postale e ferroviaria prediligevano esclusivamente slavi poiché esse erano sotto il diretto controllo imperiale.
La violenza antiitaliana sotto l’amministrazione austro-ungarica:
Nella notte del 13 luglio 1868 si trovavano alcune centinaia di italiani nella zona centrale dei Portici di Chiozza, a Trieste: contro di loro fu predisposto un piano operativo preciso per un pogroom. Miliziani e poliziotti sloveni, unitamente a gruppi di civili violenti aggredirono gli italiani, pacificamente riuniti, senza alcun preavviso e senza alcuna motivazione. L’attacco causò vari morti, più di venti feriti gravi e duecento leggeri. Il barone Rodolfo Parisi fu trafitto con 25 colpi di baionetta e finito con uno pugnale in dotazione alle guardie imperiali. Il massacro provocò comprensibilmente sgomento nella popolazione italiana. Fu indetta una giunta speciale della Dieta triestina ed il solo funerale del barone Parisi, svoltosi nella cattedrale di San Giusto, raccolse 20 mila persone.
il 13 marzo del 1913 un gruppo di membri della società universitaria slovena “Balcan” condusse una sorta di spedizione paramilitare contro la Scuola Superiore di Commercio “Pasquale Revoltella”, che culminò con una sparatoria in cui uno studente italiano venne ferito a morte.
Va ricordata anche la già citata aggressione agli studenti italiani ad Innsbruck del 3 novembre del 1904
In questo contesto cresceva la sofferenza e l’insofferenza della popolazione italiana dell’Impero .
In due distinte sedute costitutive (10 e 16 aprile 1861), la Dieta Provinciale istriana con sede a Parenzo, si riunì per eleggere i Deputati da mandare al Parlamento di Vienna.
Il “parlamento” istriano venne creato nell’ambito della allora riorganizzazione dell’assetto politico-amministrativo dell’Austria, a seguito della nota “Patente di febbraio” (Februar-Patent), resa pubblica il 26 febbraio 1861, che eliminava il Consiglio dell’Impero e istituiva in sua vece un Consiglio di Stato (Staatsrat), di nomina imperiale e di funzioni più che altro consultive, e un Parlamento centrale per tutto l’Impero (Reichsrat), Parlamento che doveva constare di due Camere: della Camera dei Signori (Herrenhaus), una sorta di Senato composto in massima parte degli elementi più importanti dell’Impero (nobili e alto clero), e della Camera dei Deputati (Abgeordnetenhaus), i cui membri sarebbero stati eletti da quelle Diete provinciali (Landtage), che erano destinate ad essere, oltre che gli organi principali della legislazione e amministrazione autonoma provinciale, anche le basi del nuovo sistema rappresentativo dell’Impero.
Una volta eletti i 30 rappresentanti, 21 dei quali facevano riferimento al Partito liberale italiano, e nominata la Giunta della Dieta, quest’ultima doveva procedere subito alla individuazione di due componenti da inviare a Vienna come Deputati.
Il marchese Gian Paolo Polesini, Presidente della Dieta e anche Capitano Provinciale dell’Istria nominato dall’Imperatore Francesco Giuseppe, convocò appositamente la Dieta per il giorno 10 aprile e l’esito del voto fu un terremoto politico: 20 deputati (astenuto il Presidente per il ruolo di imparzialità) su 30 scrissero sulla scheda di votazione “nessuno”.
Su sollecitazione del Ministro dell’Interno Anton von Schmerling, il Presidente Polesini venne invitato a ricalendarizzare la seduta con all’ordine del giorno una nuova votazione per eleggere i due Deputati previsti dall’ordinamento. Tale nuova seduta si tenne il 16 aprile, ma il risultato fu il medesimo: gli stessi 20 deputati, su 28 stavolta presenti, scrissero nuovamente sulle loro schede la parola “nessuno”. Dopo un periodo di congelamento dell’organo, nel mese di luglio l’Imperatore sciolse di conseguenza la Dieta.
Augusto Rocco fu giornalista del quotidiano triestino “Il Piccolo” agli esordi, e quindi firma autorevole della testata diretta da Teodoro Mayer e diventata punto di riferimento per gli irredentisti del Litorale Adriatico. Rocco si trovava in redazione quando fu assaltata dagli “austriacanti” allorché si diffuse in città la notizia che l’Italia aveva dichiarato guerra all’Austria-Ungheria e fu quindi deportato a Linz in uno nei campi di internamento che le autorità asburgiche avevano allestito per deportarvi gli italiani sospetti di connivenza con il nemico, o residenti a ridosso del fronte isontino o nei pressi della piazzaforte di Pola.
Da notare che oggi in Italia, in Alto Adige accade qualcosa di simile. Vi si attua un sostanziale apartheid, per il quale l’assunzione nelle pubbliche amministrazioni è contingentato fra le 3 etnie , tedesca , italiana e ladina, in base alle rispettive consistenze numeriche derivanti da autodichiarazioni. Ciò comporta l’interesse a dichiarare l’appartenenza alla più numerosa comunità tedesca, cui spetta la quota maggiore. La snazionalizzazione non è forzata, ma l’identificazione etnica non è veritiera, per l’ indubbio vantaggio di appartenere alla comunità tedesca.
Agli “storici” interessa meno la snazionalizzazione dei cognomi italiani operata dalla Francia nei territori acquisiti con la guerra del 1859 (Savoia, Nizza e, in precedenza, anche Corsica) e nel ’45 (Briga e Tenda). Leblanc e Dupont altro non sono che la traduzione di Bianchi e Ponti o Dal Ponte. La francesizzazione si estese alla toponomastica. In pochi anni Briga e Tenda, in origine quasi esclusivamente italiane, sono state in pochi anni completamente francesizzate.
Il 20 dicembre 1882 fu impiccato a Trieste Guglielmo Oberdan, che aveva (maldestramente) tentato di uccidere con un attentato l’Imperatore Francesco Giuseppe
In fondo per motivi analoghi l’Arciduca ereditario Francesco Ferdinando, favorevole al Trialismo, che forse si sarebbe realizzato alla sua salita al trono, anche per questo (il trialismo era sfavorevole si Serbi dell’Impero) fu assassinato (in questo caso con successo) a Sarajevo da Gavrilo Princip, un cospiratore (patriota partigiano o terrorista bandito, a seconda dei punti di vista) serbo: l’assassinio fu la scintilla della Prima Guerra Mondiale.
Il 26 aprile 1915 l’Italia firmò lo sciagurato patto di Londra che prevedeva, in cambio dell’entrata in guerra entro un mese, vasti compensi territoriali in Istria e Dalmazia , nella speranza che la guerra si sarebbe conclusa rapidamente sulla base delle vittorie russe sul fronte orientale e delle ottimistiche notizie sullo sbarco alleato a Gallipoli.
In realtà la guerra durò più di tre anni, costando un milione di morti e, sul piano economico, 120 miliardi di lire.
Piazza della Risoluzione fiumana. Questa piazza è dedicata all’evento del 4 ottobre 1905 quando, di fronte all’irredentismo italiano e alla nascita della Giovine Fiume, la comunità croata guidata dal politico Frano Supilo si riunì nella vicina biblioteca e votò la Risoluzione, un documento in cui si chiedeva la rottura con Budapest (Fiume, pur “corpus Separatum” era pertinente alla corona ungherese), l’unione alla Croazia e la creazione di uno stato indipendente degli Slavi del sud.
Il tricolore fiumano è tornato a sventolare in Piazza della Risoluzione fiumana. Ricorderemo che il 27 maggio scorso il Consiglio cittadino di Fiume, con 21 voti a favore, 7 contrari e 2 astenuti, ha approvato la proposta di reintroduzione dello storico vessillo come bandiera di Fiume
E’ curioso che al Vittoriale degli Italiani do Gardone, dove riposa la salma di Gabriele D’Annunzio, Giordano Bruno Guerri abbia invece voluto issare non già lo storico tricolore Rosso Giallo e Blu, ma una azzurra bandiera di Rijeka.
L’ho segnalato ai Presidenti di tutte le associazioni di esuli, ma nessuno mi ha risposto. E.B.




















































