6) La politica antiitaliana delle amministrazioni jugoslave
E’ necessaria una breve storia della penisola balcanica, partendo almeno dalla vigilia della Prima Guerra Mondiale
Nel 925 papa Giovanni VIII aveva conferito a Tomislavo Trpimirović la corona di re di Croazia che, approfittando di con tese interne alla Croazia, fu assunta nel 1102 dal Re Colomanno di Ungheria e passata infine nominalmente, dopo la sconfitta di re Luigi di Ungheria a Mohacs (1526) ad opera dei Turchi, agli Asburgo di Austria-Ungheria
All’ interno dell’Impero crescevano i vari movimenti nazionali, ma con politiche diverse. le popolazioni italiane erano fortemente attirate dall’Irredentismo, e anelavano al ricongiungimento con l’Italia. Sloveni e Croati, invece, propugnavano per lo più il cosiddetto “trialismo”: una corrente politica largamente diffusa, che si prefiggeva il conseguimento dei propri obiettivi nazionali all’interno dell’Impero Asburgico e con la sua collaborazione, attraverso la costituzione di un “terzo regno”, della “terza corona” accanto a quelle Austriaca ed Ungherese, che avrebbe dovuto comprendere Sloveni e Croati ed appagare le loro aspirazioni nazionali, pur rimanendo lealmente all’interno dell’Impero.
Molti politici sloveni suggerivano addirittura la creazione d’una nuova unità amministrativa, pur sempre posta all’interno dell’impero asburgico, che avrebbe dovuto comprendere, oltre a Croazia e Slovenia, Carniola, Stiria meridionale, Carinzia meridionale, ma anche terre in cui gli Italiani erano maggioranza, come il cosiddetto Litorale Adriatico, e quindi Trieste, l’Istria, la contea di Gorizia e Gradisca, nonché la Dalmazia. Si giungeva a rivendicare territori italiani al di là dell’Isonzo, come parte della valle del Natisone.
In vasti settori dell’establishment imperiale era forte l’apprezzamento per Croati e Sloveni, e cresceva l’appoggio alle loro richieste, per cui si parla di “Austroslavismo”. In particolare, essendosi dimostrati da sempre ottimi soldati, avevano l’appoggio degli alti gradi dell’esercito, dove invece era forte (e comprensibile) la diffidenza nei riguardi degli Italiani, che in vent’anni avevano mosso guerra all’Austria ben 3 volte (1848-‘49 ; ’59 e ’66).
Francesco Giuseppe, convinto (giustamente) dell’infedeltà degli italiani verso la dinastia asburgica, in sede di Consiglio dei Ministri, il 12 novembre 1866, su consiglio del feldmaresciallo Radetzky e riferendosi a a Regno di Dalmazia, al Corpus separatum di Fiume, al Margraviato d’Istria, nella Contea principesca di Gorizia, nella Contea di Trieste e nel resto della Venezia Giulia, relativamente ai rapporti con gli Slavi , al Trentino -Alto Adige relativamente a quelli con i Tedeschi, diede l’ordine tassativo di «opporsi in modo risoluto all’influsso dell’elemento italiano ancora presente in alcuni Kronländer, e di mirare alla germanizzazione o slavizzazione, a seconda delle circostanze, delle zone in questione con tutte le energie e senza alcun riguardo»
All’interno del “Terzo regno”, nelle intenzioni dei nazionalisti Sloveni e Croati, si sarebbe trovato un modus vivendi con il potere centrale e l’etnia di lingua tedesca, con il quale erano sempre andati d’accordo, procedendo invece all’assimilazione forzata, cioè alla slovenizzazione e croatizzazione. delle minoranze italiana, serba, musulmana e macedone.
il 6 giugno 1848 sul giornale ufficiale governativo L’Osservatore Triestino apparve un articolo ispirato dal governatore dell’Istria e di Trieste Ferencz Gyulai, nel quale si affermava minacciosamente che “non mancherebbero i mezzi, a chi sapesse valersene, onde scuotere le masse slave istriane perché inveissero contro agli Italiani dell’Istria, e la più orrenda guerra civile ne sarebbe la fatale conseguenza”.
Poche settimane dopo, Gyulai pubblicò un proclama in lingua croata e slovena, nel quale si invitavano i popoli slavi dell’Istria e di Trieste a perseverare nella fedeltà all’Austria, opponendosi alle mene separatiste degli Italiani.
Il 20 dicembre 1882 fu impiccato a Trieste Guglielmo Oberdan, che aveva (maldestramente) tentato di uccidere in attentato l’Imperatore Francesco Giuseppe
In fondo per motivi analoghi l’Arciduca ereditario Francesco Ferdinando, favorevole al Trialismo, che forse si sarebbe realizzato alla sua salita al trono, anche per questo (il trialismo era sfavorevole ai Serbi dell’Impero) fu assassinato (in questo caso con successo) a Sarajevo da Gavrilo Princip, un cospiratore (patriota partigiano o terrorista bandito, a seconda dei punti di vista) serbo: l’assassinio fu la scintilla della Prima Guerra Mondiale.
L’esercito jugoslavo si battè con determinazione. Contendendo il territorio palmo a palmo, pur cogliendo significativi successi anche grazie all’abilità militare del Principe Ereditario Alessandro (futuro re di Jugoslavia), i Serbi dovettero ritirarsi in Albania, e quando ebbero alle spalle soltanto il mare, furono tratti in salvo, quasi una Dunkerque balcanica, dalla Marina Italiana. Da questo salvataggio, l’Italia non trasse vantaggio, anzi!
Furono acquartierati a Corfù, dove un soldato serbo, lontano da casa, compose questa struggente canzone https://www.youtube.com/watch?v=njTmtSXtS_I “laggiù, lontano, lontano dal mare, là c’è il mio paese, là c’è la mia Serbia”
I Serbi poterono così continuare la guerra: con il sostegno dei francesi, aprirono un fronte a Salonicco, per attuare nell’ottobre del ’18 una vittoriosa riconquista del loro territorio, e poterono quindi rivendicare una posizione fra i vincitori del conflitto. (cfr. Il comportamento dell’Armata Rossa con la rivolta di Varsavia: li lasciarono ammazzare tutti).
N.B.: L’Esercito Nazionale Polacco, l’ Armia Krajowa del Generale Komorowski dal 1 agosto 1944 fino al 2 ottobre dello stesso anno, insorse contro le forze naziste che occupavano la città di Varsavia. L’insurrezione fu spietatamente schiacciata dalle armate tedesche dopo due mesi di battaglia cittadina, a causa del mancato soccorso ai rivoltosi da parte dell’Armata Rossa. Al comando del generale Rokossovskij, Infatti, si era attestata sulla riva destra della Vistola, che attraversa la periferia orientale della capitale, ma non intervenne. Il governo polacco il 3 ottobre 1944 rilasciò il seguente comunicato: “Non abbiamo ricevuto alcun sostegno effettivo… Siamo stati trattati peggio degli alleati di Hitler in Romania, in Italia e in Finlandia. La nostra rivolta avviene in un momento in cui i nostri soldati all’estero stanno contribuendo alla liberazione di Francia, Belgio e Olanda. Ci riserviamo di non esprimere giudizi su questa tragedia, ma possa la giustizia di Dio pronunciare un verdetto sull’errore terribile col quale la nazione polacca si è scontrata e possa Egli punirne gli artefici.”
Verso la fine della Prima Guerra Mondiale, ritenendo la fine dell’Impero Austro Ungarico ormai inevitabile, tramontato il progetto della “Terza Corona” (Trialismo), Croati e Sloveni dichiararono la secessione, e si costituirono in «STATO (n.b.: NON REGNO) di Sloveni Croati e Serbi» (SHS). Paradossalmente fu riconosciuto soltanto dall’Austria, che gli cedette anche l’intera flotta Imperiale, ultimo gesto di austroslavismo. Gli Austriaci speravano di mantenere in qualche modo l’Impero in forma federativa.
Va evidenziato che i “Serbi” compresi in questa denominazione SHS non erano i Serbi di Serbia, ma quelli residenti nei territori dell’ex Impero, in particolare in Croazia e Bosnia, che nell’ambito del nuovo Stato avrebbero costituito una minoranza, come gli Italiani. La novità del momento è data dal fatto che, caduto l’Austroslavismo con la dissoluzione dell’Impero, veniva a mancare anche l’amicizia con gli Austrotedeschi: questa etnia fortemente presente nelle aree mistilingue a Nord, Stiria e Carinzia meridionali, diventava un’altra minoranza etnica da snazionalizzare e slovenizzare. Il momento era favorevole, perché le embrioni dei nuovi stati che nascevano, grazie al reclutamento regionale vigente nell’esercito imperiale, possedevano di fatto unità militari ben equipaggiate, etnicamente selezionate, che potevano essere impiegate per tracciare confini che ancora non erano definiti, specie nei territori mistiltilingue.
Marburgo era allora la seconda città più grande del vasto Ducato di Stiria: a quasi totalità austro-tedesca, era però inserita in una zona geografica rurale prevalentemente abitata da sloveni. L’assemblea cittadina aveva votato l’annessione alla neonata Repubblica dell’Austria.
Il 27 gennaio 1919, mentre la popolazione attendeva nella piazza principale l’arrivo di una delegazione statunitense che aveva l’incarico di verificare la situazione etnica per le successive trattative di pace, le truppe slovene al comando di Maister chiusero gli accessi alla piazza e aprirono il fuoco, causando 13 morti e oltre 60 feriti tra i civili.
Successivamente alla sparatoria, la piazza venne sgombrata e all’arrivo della delegazione americana gli austriaci di Marburgo non poterono far giungere al colonnello Miles, il capo della missione, i propri appelli. Subito dopo il massacro, Maister ordinò la soppressione dello storico quotidiano cittadino in lingua tedesca Marburger Zeitung, e poche settimane dopo iniziarono ad essere messi in pratica i provvedimenti per eliminare la secolare presenza tedesca e magiara nella regione: chiusura di associazioni e della stampa non slava, chiusura delle scuole, cambio della toponomastica, divieto di usare la lingua tedesca in pubblico, esproprio dei beni alle famiglie aristocratiche non slave.
La città venne sottoposta ad un capillare processo di slovenizzazione, unitamente all’emigrazione forzata di gran parte della popolazione originaria e alla sua sostituzione con popolazione slovena.
Questi fatti costituiscono la «CONTESTUALIZZAZIONE» dell’aggressione tedesca dell’aprile del 1941: la Stiria jugoslava venne annessa al Terzo Reich. Adolf Hitler ordinò personalmente di “rendere questa terra di nuovo tedesca”, scatenando un’ondata di violenza contro gli sloveni.
L’aggressione tedesca e la ri-germanizzazione costituisce «CONTESTUALIZZAZIONE» di quanto accadde con l’arrivo dell’armata jugoslava nel 1945: tutti i tedeschi vennero espulsi dalla città e dal circondario: molti vennero trucidati. Marburgo fu così definitivamente MARIBOR
Il nuovo STATO SHS era durato solo un mese: nessuna potenza vincitrice intendeva riconoscerlo. Fu unito alla Serbia, confluendovi: la nuova entità politica aveva preso il nome si REGNO di Serbi Croati e Sloveni (SHS),
10 OTTOBRE 1920, IL PLEBISCITO CHE SALVÒ LA CARINZIA DALL’ESPANSIONISMO SLAVO
la questione venne risolta da un plebiscito chiesto dai Carinziani (contro le indicazioni di Vienna), promosso dalla Conferenza della Pace di Parigi, plebiscito che si svolse il 10 ottobre 1920 e che stabilì con quasi il 60% dei votanti a favore che la Carinzia dovesse rimanere unita e parte integrante della nuova Repubblica d’Austria, contro l’aggressione del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, il quale nel 1918 l’aveva occupata per annetterne la parte meridionale (inclusa la capitale Klagenfurt) con il pretesto della presenza di una componente minoritaria slovena..
Furono annesse comunque alla Jugoslavia, perché escluse a priori dal plebiscito, le due aree dello Seeland e del Mießtal, i cui abitanti di lingua tedesca furono subito perseguitati ed espropriati.
l’Italia, per sostenere i Carinziani, aveva inviato già nel novembre 1918 ben 30.000 soldati a presidiare le linee ferroviarie e le zone non occupate dagli Slavi del sud, così da arginare ulteriori avanzamenti.
Sempre in Carinzia, 25 anni più tardi, accadde esattamente ciò che successe a Trieste e a Gorizia: le truppe slave, stavolta con Tito, la invasero il 1° maggio 1945, sempre con lo stesso intento di annettere il territorio alla Jugoslavia. In soli 17 giorni di occupazione, furono diverse centinaia i Carinziani arrestati ed infoibati, avendo la sola colpa di non voler accettare di diventare jugoslavi.
Il motto del plebiscito del 10 ottobre 1920 è, cent’anni dopo, sempre quello: “Kärnten frei und ungeteilt”, cioè “Carinzia libera ed indivisa”.
Non va dimenticato che gli slavi la rioccuparono (come accadde per Trieste e Gorizia) nel maggio 1945 nel tentativo di annetterla alla Jugoslavia di Tito, causando in poco più di due settimane diverse centinaia di morti.
Il 3 Novembre ’18 Il Cacciatorpediniere «Audace» arriva a Trieste, fra un tripudio di folla festante. Sbarcando 200 carabinieri ed il generale Carlo Petitti di Roreto proclama l’annessione della città all’Italia.
Alla Conferenza di Pace di Parigi e con i Trattato di Versailles l’Italia vide violato il Patto di Londra, con il quale gli Alleati avevano promesso all’Italia acquisizioni territoriali a spese dell’Impero Austro Ungarico, che non le vennero riconosciute. Di quanto promesso ebbe una Venezia Giulia e Istria ridotte, l’enclave di Zara e la piccola isola di Lagosta, e negata la Dalmazia
Promesse di acquisizioni territoriali dell’Italia previste dal Patto di Londra
Acquisizioni territoriali effettivamente ottenute con il Trattato di Rapallo, vedi oltre
Fu invece creato l’assurdo Regno di Serbi Croati e Sloveni sotto la reggenza del Principe Ereditario Alessandro in nome del padre Pietro I° Karagerorgevic
Dopo la fine dell’impresa dannunziana (Vedi la scheda successiva)il 12 novembre 1920 fu firmato il Trattato di Rapallo. Si fissarono i confini orientali: Trieste, Gorizia e Gradisca, l’Istria e alcuni distretti della Carniola (Postumia, Bisterza, Idria, Vipacco, Sturie) furono annesse all’Italia. Zara fu assegnata all’Italia. Le isole del Quarnaro (Cherso, Lussino, Pelagosa e Lagosta) furono assegnate all’Italia, mentre le altre isole, precedentemente proprietà dell’Impero austro-ungarico, andarono al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Con l’Articolo IV, nacque ufficialmente lo Stato libero di Fiume. Lo Stato doveva avere per territorio un cosiddetto “Corpus separatum”, “delimitato dai confini della città e del distretto di Fiume”, ed un’ulteriore striscia di territorio che ne garantisse la continuità territoriale con il Regno d’Italia. Fiume infine passerà all’Italia con il Trattato di Roma del 27 gennaio 1924
Con la firma del Trattato di Rapallo, vennero istituiti numerosi valichi secondari lungo il confine tra Regno d’Italia e Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (dal 1929 Regno di Jugoslavia) e regolata la circolazione nelle zone adiacenti. Furono istituite bilateralmente le cosiddette “Carte di Frontiera”, che venivano rilasciate da entrambi gli Stati ai residenti nei comuni confinari. Era normale, dopo il tracciamento della linea di frontiera, che i residenti nei comuni confinari avessero parte delle proprietà dall’altra parte.
Di seguito un esempio di carta confinaria rilasciata dal Regno di Jugoslavia, rigorosamente bilingue: pressoché identiche erano quelle rilasciate dalle autorità italiane.
Confini creati artificialmente riunivano popoli fra loro tradizionalmente ostili : ancorchè di ceppo slavo Croati , Sloveni e Macedoni, ai quali vanno aggiunti gli Albanesi, con i Serbi si erano da sempre odiati, e avrebbero continuato a farlo anche in seguito, come si è visto nelle guerre balcaniche degli anni ‘90. Inoltre si creavano territori sotto amministrazione italiana che comprendevano una forte componente slava, ma anche (e lo si dimentica) territori sotto amministrazione slava con forti presenze italiane, specie nelle più importanti città costiere.
Nel 1921 Alessandro 1° venne incoronato Re di Serbi Croati e Sloveni (SHS). All’Austroslavismo ostile agli Italiani dell’Impero Austro Ungarico, si sostituì quello dell’amministrazione slava. Con l’assurda creazione del Regno SHS dei Serbi Croati e Sloveni, i sentimenti anti italiani di Sloveni e Croati convergevano di fatto con quelli Serbi, nonostante le tensioni interetniche interne fra gli stessi popoli slavi. Infatti nel Regno SHS si instaurava in realtà un’egemonia serba, che si esercitava anche sulle altre minoranze non serbe, slave e non. Croati e Solveni si accorsero ben presto che l’autonomia cui ambivano e che stava quasi per realizzarsi con il Trialismo grazie all’Austroslavismo imperiale, nel Regno SHS era invece osteggiata dalla accentratrice monarchia serba, che discriminava e opprimeva anche Italiani, Austrotedeschi, Musulmani, Albanesi e Macedoni.
L’articolo in foto non è purtroppo leggibile, ma mi ha incuriosito il titolo sulla destra, che mi sa tanto di mistificazione da Cominform: “La reazione contro i contadini croati Stefano Radich, loro capo , arrestato”.l’articolo dell’Unità cita l’arresto da parte della polizia del regno balcanico del Serbi Croati e Sloveni (SHS) del più autorevole leader croato, presentandolo come una reazione classista anti agraria (il partito croato si denominava “contadino”) anziché come espressione del contrasto politico interetnico fra Serbi e Croati. Il 19 giugno 1928, Stjepan Radić fu addirittura ammazzato a pistolettate insieme ai compagni di partito Pavel Radić (suo fratello) e Đuro Basariček dal deputato nazionalista serbo, Puniša Račić all’interno del parlamento di Belgrado. Anche il successore alla guida del Partito Contadino Croato, Vlatko Maček fu due volte arrestato.
I vari “storici” antiitaliani alla Gobetti spesso ospiti applauditi nelle varie sezioni ANPI, molto attenti nel raccontare in chiave antiitaliana quanto accadde nel ventennio fascista (che beninteso non va certo misconosciuto), così come l’Unità nell’articolo citato sembrano non aver conoscenza di quanto accadde nelle stesso ventennio a danno degli Italiani, ma anche delle altre minoranze, addirittura di quelle slave non serbe, nei territori passati sotto l’amministrazione del Regno dei Serbi Croati e Sloveni, retto dal Re Alessandro I° Karageorgevic.
Nei territori che furono annessi dal Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (Regno SHS), nato nel dicembre 1918, si attuò una forte persecuzione etnica delle popolazioni non slave. Solo nel territorio della attuale Slovenia furono espulsi tra gennaio 1919 e l’aprile 1941 oltre 70.000 austrotedeschi che da secoli abitavano, come maggioranza, le città di Marburg (chiamata ufficialmente Maribor solo dal 1919, vedi sopra), Cilli (Celje), Pettau (Ptuj), Ormoz (Friedau), Lenart (St. Leonhard), etc. Nei primi dieci decreti del Governo del nuovo Paese, nel periodo dal dicembre 1918 al giugno 1919, erano stati decisi e subito attuati i seguenti provvedimenti:
– cambio della storica, secolare toponomastica originale tedesca, magiara, ed italiana;
– proibizione dell’uso della lingua tedesca e ungherese in pubblico ed in privato;
-chiusura di tutte le associazioni culturali tedesche e magiare;
– chiusura dei quotidiani e periodici in lingua tedesca e magiara;
– espropriazione delle famiglie di possidenti non slave, che non avevano la residenza principale nel nuovo Stato (e cioè tutte quelle aristocratiche dagli Attems agli Auersperg, ai Windisch-Graetz…).
La stessa sorte toccò agli Italiani di Dalmazia, cui venne proibito l’uso della lingua e negato qualunque altro diritto, seppure garantito dalla Società delle Nazioni. Nel periodo fra le due Guerre, le popolazioni italiane della Venezia Giulia e specialmente della Dalmazia passate sotto l’amministrazione del Regno di Jugoslavia dovettero subire una politica oppressiva e anche un gran numero di aggressioni da parte dei nazionalisti slavi, appoggiati dal governo e dal clero slavo.
L’aggressività violenta contro gli italiani si manifestò sin da subito dopo la fine della guerra, o per meglio dire proseguì senza soluzione di continuità, esistendo da oltre mezzo secolo già sotto l’Austria -Ungheria. Moltissimi italiani furono costretti a fuggire. Come riportato dal viceconsole italiano a Curzola Antonio Bucevich: «Le nuove condizioni create dall’occupazione iugoslava sono tali che per molti italiani la vita non è possibile, né sopportabile in questi luoghi. Il boicottaggio, gl’insulti e le minacce continue contro gl’italiani che hanno manifestato nel passato la loro italianità sono cose di ogni giorno»
Croati e Sloveni, però, oltre all’ostilità anti-italiana, coltivavano anche la medesima atavica ostilità contro i Serbi, la cui egemonia era mal sopportata. La costituzione del Regno SHS, chiamata Vidovdan, era stata redatta in gran parte da Nikola Pašić e Svetozar Pribićević, entrambi serbi, e sanciva di fatto l’egemonia dei Serbi anche sulle altre etnie slave. Prevedeva infatti l’istituzione di 33 distretti amministrativi, progettati artatamente per assicurare il potere politico della popolazione serba. Il maggior partito di opposizione era il Partito Contadino Repubblicano (sic) Croato (Hrvatska republikanska seljačka stranka – HRSS): l’aggettivo «Repubblicano» introdotto nel 1920 (era stato fondato nel 1904 come Partito Contadino Popolare Croato (Hrvatska pučka seljačka stranka – HPSS), conferma l’insofferenza croata nei confronti della monarchia serba) si era rifiutato di votare, mentre il Partito Comunista di Jugoslavia (KPJ), ovviamente antimonarchco, era stato escluso. Ciò aveva reso facile la vittoria per i partiti di riferimento serbo. Si verificavano in tutto il regno quotidiani disordini civili fra le opposte etnie che il regime contrastò violentemente con arresti e addirittura omicidi di esponenti dell’opposizione croata: l’articolo dell’Unità sopra riportato cita l’arresto di Stjepan Radić , il più autorevole leader croato, presentandolo come una reazione classista anti agraria anziché come espressione del contrasto politico interetnico fra Serbi e Croati. Nel 1928, Stjepan Radić fu in seguito addirittura ammazzato a pistolettate insieme ai compagni di partito Pavel Radić (suo fratello) e Đuro Basariček dal deputato nazionalista serbo, Puniša Račić all’interno del parlamento di Belgrado. Anche il successore alla guida del Partito contadino croato (Hrvatska seljačka stranka, HSS: NB: era stata cancellata la R di “repubblicano” ), Vlatko Maček fu due volte arrestato.
Nel tentativo di reprimere i contrasti fra la fazioni etniche del regno, nel 1929 il Re Alessandro I° Karageorgevic fece un “autogolpe”, con il quale abolì la costituzione e cancellò ogni identità etnica nel Regno: anche la denominazione (SHS), che poteva suggerire una federazione fra le tre etnie sleve del regno venne cambiata in “Regno di Jugoslavia”. La nuova divisione amministrativa del territorio eliminò i 33 distretti amministrativi precedenti, sostituendoli con nove bànovinas, denominate non più con le regioni storiche su base etnica, ma prendendo un nome asettico dal fiume che vi scorreva e, nel caso della bànovina senza fiumi, dalla costa. In sei su nove delle bànovinas i Serbi erano saldamente la maggioranza gli Sloveni in una (Sava) i Croati in una (Costa). Gli Albanesi del Kosovo, i Macedoni e i Bosniaci erano minoranze sostanzialmente ininfluenti. Ancor meno potevano contare le minoranze italiana, tedesca e boema.
In Croazia nacque un movimento di opposizione di estrema destra: gli USTASCIA (i ribelli), guidato da Ante Pavelic, futuro Fuhrer di Croazia. Lo stesso accadde in Macedonia. Questo portò all’assassinio del re Alessandro I da parte di estremisti macedoni e ustascia croati a Marsiglia. Come nel 1914 un serbo eliminò in attentato l’Arciduca Francesco Ferdinando, che con la politica “austroslavista” (vedi https://www.studiober.com/wp-content/uploads/2022/06/03-Il-dominio-Austro-Ungarico-AUSTROSLAVISMO.pdf era favorevole ai Croati, così nel ’34 un nazionalista macedone, su ispirazione del nazionalista croato Ante Pavelic, futuro führer nazista di Croazia, ammazzò il re serbo in attentato a Marsiglia.
Il popolo serbo reagì all’assassinio del re confermando la tradizionale fedeltà alla sua monarchia (un po’ meno lo fecero Croati e Sloveni). Poiché però l’erede al trono, Pietro II, aveva solo undici anni, la reggenza fu affidata a un triumvirato dominato da un cugino del re ucciso, il Principe Paolo (Pavel), che governerà la Jugoslavia fino allo scoppio della seconda Guerra Mondiale. Verrà deposto assieme al governo legittimo nel ‘39 dal golpe militare del Generale Dusan Simovic
VASO CUBRILOVIC, L’IDEOLOGO DELLA PULIZIA ETNICA in JUGOSLAVIA
Una delle figure più significative nella politica delle varie amministrazioni slave nei territori multietnici è costituita da Vaso Cubrilovic, il vero teorico della pulizia etnica a danno delle etnie non slave nella ex Jugoslavia: il suo peso politico è stato considerevole, in quanto ha fatto parte delle amministrazioni che si sono succedute dopo la caduta dell’Impero Autro-Ungarico: Regno di Jugoslavia e Jugoslavia comunista di Tito, nella quale fu ministro; concluse la sua carriera come consigliere di Milošević, il principale responsabile della Guerra di Bosnia, carica che ricoprì fino alla sua morte, nel 1990
La sue militanza politica inizia fin da ragazzo, come affiliato al gruppo panslavista “Giovane Bosnia”. Assieme a Gavrilo Princip ed altri congiurati, con l’aiuto della società segreta Mano Nera (Crna ruka) riuscì ad uccidere l’arciduca ereditario Francesco Ferdinando a Sarajevo il 28 giugno 1914, scatenando la prima guerra mondiale. Fu subito catturato e condannato (ma solo a 16 anni di carcere perché minorenne),riuscendo ad uscire dal carcere nel novembre 1918, quando gli Alleati vinsero la guerra.
Cubrilovic divenne un insegnante a Sarajevo e fu successivamente professore universitario a Belgrado, manifestando sempre opinioni nazionaliste. Aderì all’organizzazione nazionalista serba “Giovane Bosnia” nel 1937.
Scrisse due famosi Memorandum a favore della pulizia etnica in Jugoslavia nel 1937 e 1944: il primo intitolato “ L’espulsione degli Albanesi” ed il secondo “Il problema delle minoranze nella nuova Jugoslavia” (Manjinski problem u novoj Jugoslaviji). Nel primo egli sosteneva che fosse impossibile colonizzare pacificamente il Kosovo (dove abitava la maggior parte degli Albanesi della Jugoslavia), ed invitava il governo serbo a fare qualunque cosa possibile per rimuovere oltre 200.000 albanesi da quella regione allo scopo di ottenere che i serbi assumessero le proprietà ed il comando politico-amministrativo della regione. Nel 1937, a questo proposito scriveva: “Se la Germania può espellere centinaia di migliaia di ebrei, se la Russia può trasportare milioni di persone da una parte del continente ad un altro, poche centinaia di migliaia di albanesi espulsi non provocheranno un mondo in guerra”. Se soprusi, alte tasse e confische non fossero sufficienti, Čubrilović suggeriva nel Memorandum di incitare sommosse albanesi che “saranno sanguinosamente soffocate coi mezzi più efficaci, principalmente da coloni slavi originari dal Montenegro e dalle milizie dei “cetnici”, piuttosto che dalle forze armate jugoslave”. In questa forma, asserì, il governo non sarebbe stato incolpato. Infine, come ultima alternativa, Čubrilović affermò che i serbocroati potevano ripiegare alla seguente tecnica collaudata: “Resta un ultimo metodo usato efficacemente dalla Serbia dopo il 1878, e cioè radere segretamente al suolo i villaggi ed insediamenti albanesi”.
Nel secondo Memorandum (intitolato “ Il problema delle minoranze nella nuova Jugoslavia”/Manjinski problem u novoj Jugoslaviji) scritto nel 1944, quando era al fianco di Tito illustrò come risolvere il problema delle minoranze etniche presenti nel territorio dopo la vittoria alleata. Riguardo agli italiani scrisse che “È più semplice risolvere le questioni delle minoranze tramite espulsioni in tempo di guerra come questo …. Noi non abbiamo richieste territoriali contro l’Italia, all’infuori dell’Istria, Gorizia e Gradisca. Perciò, col diritto dei vincitori, siamo giustificati nel richiedere agli italiani di riprendersi le loro minoranze.
E scrisse: “Il regime fascista in Italia trattò molto male il nostro popolo in Istria, Gorizia, e Gradisca. Quando riconquisteremo quei territori (dell’Istria e Dalmazia), li dovremo rioccupare anche etnicamente allontanando tutti gli italiani che vi si sono insediati dopo il 1º dicembre 1918”.
(ovviamente nessun accenno a quanti ne erano stati estromessi fino a quella data dal Governo Austro Ungarico. Vedi scheda precedente. NdA)
Vai al testo completo: https://www.studiober.com/wp-content/uploads/2020/03/Pulizia-delle-minoranze-etniche-in-Jugoslavia-di-Vasa-Cubrilovic.pdf
Commento ai due memorandum:
Vasa Čubrilović partecipò attivamente alla guerra partigiana nella Jugoslavia occupata dall’Asse. Tito, che fu suo amico personale, fu influenzato dai suoi scritti favorevoli alla pulizia etnica anche nei confronti degli italiani. Dopo la seconda guerra mondiale, Vasa Cubrilovic fu ministro nella Jugoslavia comunista del maresciallo Tito. Successivamente divenne consigliere di Milošević, carica che ricoprì fino alla sua morte, nel 1990
Slobodan Milošević. presidente della Serbia dal 1989 al 1997 e presidente della Repubblica Federale di Jugoslavia dal 1997 al 2000 come leader del Partito Socialista di Serbia e fu tra i protagonisti politici delle Guerre nella ex-Jugoslavia. Fu accusato di crimini contro l’umanità per le operazioni di pulizia etnica dell’esercito jugoslavo contro i musulmani in Croazia, Bosnia ed Erzegovina e Kosovo ma il processo a suo carico presso il Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia si estinse nel 2006 per sopraggiunta morte prima che venisse emessa la sentenza.
Altra figura interessante è quella di Pribićević ‹pribìč’evič’›, Svetozar. – (Kostajnica 1875 – Praga 1936); è stato un politico serbo di Croazia che lavorò per la creazione di una Jugoslavia unitaria.
Ciononostante divenne in seguito un aspro oppositore di questa politica e della dittatura del re Alessandro I di Jugoslavia.
Morì in esilio a Praga nel 1936. Sentì vivamente il problema di creare una intesa fra Serbi e Croati e, crollato l’impero austro-ungarico dopo la prima guerra mondiale, sostenne la creazione di uno stato iugoslavo centralizzato, contro quanti volevano una federazione degli Slavi del sud. Ministro degli Esteri (1918-20 e 1921), fu poi cinque volte (1921-25) all’Istruzione. Nel 1927 si convertì al federalismo; durante la dittatura di re Alessandro fu internato a Bruso (1929-31), quindi esulò a Parigi, dove pubblicò “La dictature du roi Alexandre” (1933).
E’ opinione comune degli storici che le condizioni del trattato di Parigi, nel siglare la pace dopo la Prima Guerra Mondiale , gettarono i presupposti per lo scoppio della Seconda. Il grande economista inglese John Maynard Keynes nel 1919 pubblicò “ Le conseguenze economiche della pace” e “Per una revisione del Trattato” (di Parigi), in cui spiegava che gli insostenibili danni di guerra imposti alla Germania dai paesi vincitori, avrebbe distrutto pericolosamente l’economia tedesca. Gli squilibri socio-economici che infatti caratterizzarono la repubblica di Weimar, con una inarrestabile inflazione e una diffusa disoccupazione, causarono un forte scontento che preparò la strada all’avvento del nazismo.
Non furono solo le condizioni imposte agli sconfitti a preparare il secondo conflitto, che trovò dei presupposti anche nei rapporti siglati fra i vincitori, in particolare fra Italia e Regno SHS di Serbi Croati e Sloveni, ridenominato nel ’29, a seguito del colpo di stato attuato dal re, “di Jugoslavia”, come anche all’interno di questo stesso regno.
L’aggressività violenta contro gli italiani si era manifestata sin da subito dopo la fine della guerra, o per meglio dire proseguì senza soluzione di continuità, esistendo da oltre mezzo secolo già sotto l’Austria -Ungheria. Se a Trieste, Pola , Fiume e Zara la forte comunità italiana era in grado di esercitare una certa autoprotezione, molto peggio andavano le cose in Dalmazia, dove la presenza italiana, storica derivazione del dominio veneziano, si era progressivamente assottigliata. Nel 1845 una stima delle autorità calcolava che gli italiani erano il 19,7% della popolazione della Dalmazia; il censimento asburgico registrava nel 1865 un totale di 55.020 italiani, pari al 12,5% degli abitanti; il censimento del 1910 ne contava solo 18.028, pari al 2,7% dei dalmati.
Nel novembre 1918 le truppe italiane procedettero all’occupazione dei territori asburgici riservati all’Italia dal Patto di Londra e dalle clausole armistiziali: in Dalmazia furono inviate navi da guerra, che prendevano contatto con le associazioni locali degli italiani presenti nelle principali località della costa e delle isole. La città di Spalato e la costa meridionale della Dalmazia – non contemplate dal patto di Londra – erano state escluse dall’occupazione italiana. In questa zona il potere era stato assunto da un comitato locale guidato da Josip Smodlaka e Ivo Tartaglia, che proclamò l’unione della Dalmazia al nuovo Stato serbo-croato-sloveno , dal 1º dicembre Regno dei Serbi, Croati e Sloveni) ed organizzò una guardia nazionale nelle varie città. I contrasti con le comunità italiane erano accesi. A Spalato, in particolare, la lotta fra il Partito Autonomista filoitaliano e il Partito Nazionale filocroato fu particolarmente aspra: il primo podestà croato della storia spalatina fu l’avvocato Dujam Rendić-Miočević, eletto nel 1882 dopo un periodo turbolento che aveva visto nel 1880 lo scioglimento d’autorità del consiglio comunale, guidato dall’ultimo podestà italiano, Antonio Bajamonti. Tutti questi accadimenti erano ancora ben vivi nella memoria degli spalatini alla fine della Grande guerra.
I nazionalisti jugoslavi si dimostrarono subito estremamente ostili verso le forze militari italiane, che andavano a occupare militarmente i territori assegnati all’Italia dal Patto di Londra pre-bellico: erano viste come occupatrici di suolo jugoslavo, anche perché da parte degli Slavi c’era il timore che cercassero di prendere con la forza anche Spalato. Ad aggravare la situazione concorse il flusso di profughi jugoslavi dalle zone di occupazione italiana, che rimasero in città e per due anni costituirono il fulcro delle continue manifestazioni anti-italiane.
Il 9 novembre 1918 le due cacciatorpediniere francesi Sakalave e Touareg entrarono nel porto di Spalato. Gli italiani – concentrati in gran parte all’interno della città vecchia – esposero dalle finestre delle proprie case il tricolore italiano e si recarono al porto per salutare gli alleati dell’Intesa vittoriosa. La reazione della guardia nazionale jugoslava fu immediata: entrarono con la forza negli appartamenti, le bandiere furono strappate e bruciate in piazza, picchiarono alcuni dei presenti e danneggiarono la mobilia. Nel frattempo, il comandante di una nave già austriaca ed ora jugoslava attraccata nel porto intimò col megafono di togliere le bandiere, minacciando di aprire il fuoco se i tricolori italiani fossero stati ancora tenuti esposti.
Fra la fine del 1919 e i primi mesi del 1920 la situazione politica a Spalato era particolarmente tesa e difficile. Le aggressioni erano all’ordine del giorno e gli episodi più gravi si ebbero il 27 gennaio 1920[51]. Alla fine di una manifestazione di protesta contro l’imperialismo italiano la folla diede l’assalto al Gabinetto di Lettura, alla Società Operaia, all’Unione Cooperativa (il Consorzio di consumo italiano); in successione, oltre venti negozi italiani vennero assaliti, le loro insegne distrutte, le saracinesche e le vetrate sfondate. Gli eventi ebbero una certa eco sulla stampa, con le consuete accuse da parte italiana e le repliche da parte jugoslava. Il 9 febbraio il governo regionale jugoslavo pagò 27.000 corone di indennizzi per i danneggiati.
I continui incidenti del 1920 evidenziavano che le popolazioni italiane di Spalato , sostanzialmente indifese, erano le vittime predestinate dei continui peggioramenti dei rapporti italo-jugoslavi e delle manipolazioni politiche del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, che periodicamente alimentava la xenofobia antitaliana per conquistare il consenso dell’opinione pubblica croata.
Le ostilità slave contro l’Italia non furono, in realtà, una reazione al Fascismo snazionalizzatore, ma iniziarono subito dopo la firma del Trattato di Rapallo del 12 novembre 1920 che definí i confini tra l’Italia e il neocostituito Regno dei Serbi, Croati e Sloveni: quello che doveva essere l’esordio di una nuova era di amicizia e pace tra due Stati, è invece divenuto un punto di partenza di una violenta agitazione jugoslava tesa a suscitare e propagare l’odio contro l’Italia per creare lo spirito della guerra.
Il motivo è presto detto: la gran parte dell’elite slovena e croata, in particolare, non accettava l’accordo confinario faticosamente raggiunto, perché considerava Trieste, Gorizia e l’Istria territorio jugoslavo di diritto, e quindi ingiustamente sottratto alla sovranità jugoslava.
Ed è così che subito dopo Rapallo – e non già dopo l’avvio delle politiche fasciste nate appena verso la fine degli anni Venti – si inscenarono dimostrazioni e comizi nelle strade di Belgrado, fomentati dalla stampa (tutta filogovernativa).
Già dal 13 novembre 1920, cioè dal giorno dopo la firma del Trattato, quando il fascismo non era ancora nato, la stampa jugoslava si scagliava contro il nostro Paese.
Il quotidiano Novi List scriveva quel giorno:
“Il Trattato di Rapallo ha vivisezionato la giovane Jugoslavia. Abbiamo perduto i polmoni, le braccia, le gambe e la testa e siamo rimasti invalidi, cadaveri, senz’anima e senza cuore. Però sappia l’Italia che anche i morti si vendicano”.
Il giornale, molto diffuso, Novo Doba, sempre il 13 novembre 1920, prevedendo il futuro scriveva:
“La data di Rapallo segna l’inizio di una nuova guerra in un prossimo avvenire, di nuove lotte senza armistizio e senza tregua. Non si può pensare ad una futura sincera amicizia tra il popolo italiano e quello jugoslavo perché gli jugoslavi non vogliono né la pace né l’accordo. Essi non hanno bisogno dell’amicizia italiana”.
E già dal dicembre 1920, a fianco di tutte le organizzazioni segrete già esistenti in territorio jugoslavo ed operanti prima del 1918 contro l’Austria Ungheria ed ora contro l’Italia – tra le quali la “Mano Bianca” e la “Narodna Odbrana” – si affiancarono quelle appena nate come la famigerata “Orjuna”, la “Jadranska Straža”, e l’associazione “Rapallo”, tutte con l’unico, vero obiettivo di ispirare nella popolazione sentimenti di odio contro l’Italia.
L’associazione “Rapallo”, costituita nel gennaio 1921 e composta da studenti universitari, si proponeva con profitto lo scopo di rappresentare una permanente protesta al trattato di Rapallo, inscenando ogni anno, due mesi prima dell’anniversario, grandi adunate, dimostrazioni e diffondendo capillarmente manifesti ciclostilati.
A queste neonate organizzazioni antiitaliane, si affiancarono ben presto praticamente tutte le associazioni culturali slave, dalla “Jugoslavenska matica” al “Kolo Srpske Sestare”, e fino al “Pomlad slovencev”.
Va sfatato quindi ciò che di falso viene divulgato, per impedire di contestualizzare la storia di ciò che accadde nella Venezia Giulia: l’odio e la massiccia propaganda antiitaliana era iniziata il giorno dopo la definizione dei confini tra Italia e Jugoslavia, quando il Fascismo non era ancora né nato, né tantomeno al potere.
Sì è cominciato ad espellere, a partire dalla Dalmazia, subito dopo il ritiro delle truppe italiane nel novembre 1920, quanto era rimasto di persone, cose, merci, lavoro e danaro, italiani.
Così è avvenuto per la SUFID (Società per l’utilizzazione delle forze idrauliche della Dalmazia), la più grande impresa industriale italiana sulla costa orientale dell’Adriatico, che con ostentate vessazioni e repressioni venne costretta a cedere i suoi impianti e tutti gli altri interessi in Jugoslavia ad un gruppo francese: la Dalmatienne. Questo gruppo francese, capitanato dalle Società di fosfati tunisini, con un capitale di 130 milioni di franchi, ha potuto subito ottenere dal Governo jugoslavo, per la durata di cinquant’anni, la concessione per lo sfruttamento delle forze idriche dei fiumi Cherca e Cetina.
Il deliberato intervento di Belgrado in questo affare è chiaramente definito dal commento che il giornale specialistico “Revue économique de Belgrade” gli aveva dedicato:
“Il nostro pubblico ha appreso con molto giubilo la notizia che questa Società è passata in mani francesi ed è stata interamente sottratta alla ingerenza italiana. I nostri ambienti politici ed economici sono così rassicurati che questa impresa non potrà più servire agli scopi di propaganda italiana”.
Nessuna ragione economica poteva spiegare il trapasso. Il nuovo gruppo francese, preso possesso dell’impresa italiana che provvedeva pure alla produzione del carburo e della cianamide, ne aveva subito ridotto l’attività perché minacciava concorrenza alla produzione similare delle sue altre imprese in Tunisia.
Ma l’esclusione del capitale italiano dalla Jugoslavia procedeva con metodo.
Una fabbrica tessile serba di Niš, di tale Ristić, che era in trattative con un gruppo italiano per una partecipazione finanziaria, è stata diffidata dall’autorità perché rinunciasse subito al suo piano.
Basterebbe del resto contare i continui ricorsi per risarcimenti di danni presentati da sudditi italiani in Jugoslavia per i provvedimenti arbitrari presi contro il loro esercizio di commerci, industrie, professioni e mestieri. Ve ne sono stati a Traù, Lissa, Pago, Lesina, Spalato, Veglia, Sebenico, nelle isole ed in terraferma.
L’autorità jugoslava aveva pure iniziato sistematicamente ad annullare – contro i diritti assicurati agli optanti italiani dai Trattati di Rapallo e Santa Margherita, dal Trattato di Commercio e navigazione e dalla Convenzione di Brioni – l’iscrizione alle riformate capitanerie di porto della Dalmazia delle imbarcazioni di loro proprietà, vietando così loro ogni lavoro dedicato alla pesca, che non era possibile praticare senza questa iscrizione. Gli italiani più tenaci, dovettero così fare iscrivere le loro barche sotto nomi di cittadini jugoslavi, con gravi spese e rischi di appropriazione indebita che falcidiavano così i loro scarsi profitti.
E fu così che nel giro di soli due anni, attraverso questa chirurgica politica repressiva, l’investimento del capitale italiano in Jugoslavia subì un crollo spaventoso: mentre alla fine del 1920 ammontava a circa un miliardo di dinari, dopo la cessione della SUFID ai francesi scese a 600 milioni, per giungere nel 1931 a meno di 400 milioni.
APARTHEID E PERSECUZIONI JUGOSLAVE CONTRO GLI ITALIANI
ben prima della presa del potere del Fascismo nel nostro paese, nel vicino Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (che dal 1929, con la sospensione della costituzione ed il colpo di mano del re, assumerà il nome di Jugoslavia) gli italiani ed i tedeschi etnici, in particolare, e poi tutte le altre minoranze non slave, furono pesantemente perseguitati.
Dal 1919 furono emanati da Belgrado i primi provvedimenti di chiusura delle scuole, dei giornali e delle associazioni non slave su tutto il territorio del neo costituito Stato degli Slavi del sud, provvedimenti che sono poi peggiorati alla fine di quello stesso anno con il cambio della toponomastica originale italiana, tedesca e magiara nei territori storici di insediamento (Dalmazia, Carniola, Stiria, Slavonia, Voivodina, Sirmio e Banato) e poi, nel 1920, con l’esproprio di beni mobili ed immobili di tutte le grandi famiglie aristocratiche non slave.
Il Fascismo salì al potere in Italia soltanto due anni dopo, quando nel vicino Regno dei Serbi, Croati e Sloveni le persecuzioni politiche e di carattere culturale a danno delle citate minoranze si erano ben che consolidate, con la progressiva ed inesorabile distruzione delle relative secolari culture. Decine di migliaia furono gli Italiani, gli austro tedeschi e gli ungheresi che dovettero abbandonare tra il 1919 ed il 1921 le loro città e le loro campagne in cui costituivano, in molte aree, la totalità oppure la grande maggioranza della popolazione.
Analizzando la situazione in Dalmazia, gli Italiani che tenacemente resistettero a mille imposizioni, limitazioni e soprusi si videro colpiti a morte a partire dal 1930, quando una vera e propria “apartheid”, accompagnata da un serrato boicottaggio delle merci, venne messa in atto per costringerli a chiudere le loro attività.
La campagna iniziò con tre articoli pesantissimi, pubblicati il 13, il 26 ed il 28 gennaio 1930 dallo “Jugoslovenski Lloyd”, intitolati allo stesso modo (“Fuori gli stranieri!”) contro i due principali istituti di credito a capitale italiano, ovvero l’Istituto di assicurazioni Sava, filiale delle Assicurazioni Generali di Trieste, e la Hrvatska Banka, filiazione della Banca Commerciale Italiana.
Il Ministero del Commercio jugoslavo con una circolare del 30 aprile 1930 – cui seguirono precise disposizioni e sanzioni da parte delle Camere di commercio di tutto il paese – vietava ai commercianti jugoslavi di servirsi delle navi italiane per i loro negozi e trasporti. Uno degli effetti, ad esempio, fu la sospensione delle licenze a diverse società di navigazione di Sussak, Spalato e Sebenico (ricordiamo il caso emblematico della Jadranska Plovidba), alcune delle quali denunciate perché si erano rifornite di carbone a Trieste durante i loro viaggi.
Il 21 ottobre 1930 il giornale “Jadranska Pošta” così minacciosamente ammoniva:”Facciamo appello alla coscienza dei nostri industriali affinché allontanino da subito dai lavori tutti gli operai stranieri e occupino i nostri. Essendo piccoli non possiamo permetterci il lusso di impiegare operai stranieri. E questo serva di norma a quelli che ancora non comprendono”.
A Sebenico, nell’ultima riunione di aprile del 1930 del Consiglio comunale, era stata presa la seguente delibera, esplicitamente razzista:”Il Consiglio comunale esprime il voto affinché sia intensificata l’azione per togliere ogni mezzo di lavoro ai sudditi italiani così da costringere in breve tempo i superstiti alla partenza”.
Ed ecco che nella stessa città ed a Spalato, nel maggio 1930, con un provvedimento collettivo, furono licenziati nel giro di una settimana tutti i lavoratori italiani rispettivamente dei cantieri “Jugo” e “Marijan”.
Il gruppo francese, succeduto alla SUFID, la nostra più grande industria in Dalmazia di cui abbiamo pubblicato la sciagura in un post di ieri, aveva licenziato in blocco il 30 ottobre 1931 tutti i dipendenti italiani, molti addirittura con trenta anni di servizio, perché non avevano accettato di cambiare nazionalità.
Ma non basta.Nel marzo 1930 per disposizione del Governo di Belgrado, furono improvvisamente richiamati dall’isola di Veglia tutti i funzionari jugoslavi che avevano parenti italiani fino al terzo grado e quelli che – segnalati – parlavano la lingua italiana e che frequentavano gli italiani.
Una circolare del gennaio 1930 approvata dal Consiglio comunale di Spalato, disponeva il divieto dell’uso della lingua italiana in tutti gli uffici, in tutti i negozi e perfino sulle barche ancorate al porto cittadino per la vendita della frutta e del legname.
A Sussak, a poche centinaia di metri da Fiume, dal maggio 1930 per intervento della locale “Narodna Odbrana” era stato vietato ai caffè cittadini di suonare musica italiana ed ungherese.
La quantità di profughi che scappavano in Italia, per minacce, violenze subite, boicottaggio economico e lavorativo etc., fu tale che lo stato italiano dovette provvedere a piroscafi, alloggi, talora modesti sussidi etc. per aiutare i connazionali dalmati.
Fra novembre e dicembre, lo scontro nazionale a Spalato si intensificò: il 18 novembre con un’ordinanza il governo provinciale (jugoslavo) della Dalmazia impose il giuramento di fedeltà al re per tutti i funzionari dei pubblici uffici. La composizione sociale degli italiani della Dalmazia vedeva tradizionalmente un notevole numero di dipendenti pubblici: insegnanti, impiegati, giudici e funzionari provinciali. Di conseguenza questa misura venne immediatamente interpretata come una forzatura per ottenere quella fedeltà al nuovo Stato degli slavi del sud precedentemente negata. Un buon numero di dalmati italiani rifiutò di giurare, venendo immediatamente sospeso dalle proprie funzioni e dai relativi emolumenti.
La tensione crebbe ulteriormente fino a quando, il 23 dicembre, ebbero luogo dei disordini più gravi: gruppi di nazionalisti jugoslavi fecero irruzione armati di rivoltelle nelle sedi storiche della comunità italiana – il Fascio Nazionale, il Gabinetto di Lettura e la Società Operaia, distruggendo le suppellettili e imponendone la chiusura. Scattò quindi una “caccia all’italiano” per la città: decine di persone vennero percosse e si procedette alla distruzione o alla cancellazione di una serie di insegne italiane nei vari negozi. Il 6 gennaio 1919, nella vicina cittadina di Traù una folla eccitata da notizie sull’imminente occupazione militare italiana della zona prese d’assalto gli italiani locali, ripetendo le stesse scene.
Il governo italiano inviò a Spalato, a protezione della popolazione italiana, l’esploratore “Riboty”. Già quattro giorni prima s’erano registrati dei disordini che avevano coinvolto alcuni marinai della RN “Carabiniere” e la popolazione locale croata. L’arrivo della nave italiana il 27 dicembre – rimpiazzata a partire dal 12 gennaio 1919 dall’ariete torpediniere Puglia irritò notevolmente le autorità jugoslave, e venne accolto da una manifestazione di protesta contro l’ormeggio. La situazione si mantenne sempre molto tesa, anche perché le truppe italiane a terra stavano lentamente prendendo possesso della Dalmazia promessa col patto di Londra, il cui confine passava relativamente vicino a Spalato, non compresa nel Patto di Londra, ma che poteva sembrare possibile oggetto di un colpo di mano italiano. Disordini e aggressioni erano all’ordine del giorno
In questo clima incandescente, furono diffuse ad arte nella popolazione slava spalatina voci incontrollate contro i marinai italiani, accusati di aver strappato una bandiera jugoslava. I militari furono così assaliti a mano armata e di sorpresa.
L’incidente più grave, foriero di ancor più gravi conseguenze, avvenne il 12 Luglio ’20. Nel tentare di pacificare l’ennesimo scontro, il comandante di RN “Puglia”, Tommaso Gulli, mentre accostava al molo, fu fatto segno di colpi di arma da fuoco, e rispose al fuoco. Ovviamente la versione slava fu opposta , e non si seppe mai chi aveva sparato per primo. Rimasero feriti alcuni marinai italiani , e a morte il Capitano Gulli e il motorista Aldo Rossi. Fu colpito anche uno slavo che era sul molo.
L’annuncio dell’assassinio di militari italiani provocò in Italia manifestazioni di protesta e fu da una di esse, organizzata proprio a Trieste, il 13 luglio, da cui partirono gli incidenti culminati nell’incendio del “Balkan”, che ospitava la sede dalla Casa della cultura Slovena “Narodni Dom” a Trieste.
L’Hotel Balkan era un imponente edificio realizzato tra il 1901 e il 1904 secondo il progetto dell’architetto Max Fabiani. Si trattava, per l’epoca, di un edificio d’avanguardia, plurifunzionale e che, oltre ad un hotel, ospitava una sala teatrale, gli uffici per varie organizzazioni, banche e assicurazioni.
13 luglio 1920, incendio del Narodni Dom – Balkan
Le ricostruzioni della dinamica degli accadimenti sono diverse e le fonti risultano talora contrastanti, ma questo è abbastanza comune in questo tipo di accadimenti
A Trieste era da poco diventato segretario del locale Fascio di Combattimento (si trova spesso scritto Partito Fascista, che fu fondato a Roma il 9 novembre 1921), il toscano Francesco Giunta. A seguito dell’uccisione dei due marinai italiani della Nave “Puglia” a Spalato nel corso di uno scontro fra militari italiani e nazionalisti jugoslavi (vedasi sopra), Francesco Giunta convocò un comizio nel tardo pomeriggio del 13 luglio 1920 in piazza dell’Unità. Durante il comizio la tensione era molto alta. Giunta pronunciò un discorso dal tono e dai contenuti estremamente violenti e minacciosi. Verso la fine del comizio, scoppiarono dei tafferugli, nel corso dei quali diverse persone caddero a terra riportando ferite da arma da fuoco o da taglio. Tra queste, il fuochista Antonio Raikovich, che se la cavò con 15 giorni d’ospedale, e Giovanni Nini, il cuoco della trattoria Bonavia, diciassettenne di Novara , che colopito con tre pugnalate, morì sul colpo: secondo una versione sarebbe stato colpito da uno slavo che tentava di uccidere un ufficiale italiano. Furono assaliti però anche altri italiani: Giuseppe Ussai, colpito da due coltellate, e Mario Frassalich, raggiunto da un colpo di coltello, e il tenente di fanteria Luigi Cassiano, che ricevette una pugnalata. La folla reagì violentemente, in particolare dirigendosi verso l’Hoterl Balkan, che in alcune stanze al secondo piano ospitava la casa della cultura slovena “Narodni Dom”. Non riuscì però ad avvicinarsi allo stabile, protetto da un numero consistente di soldati italiani e di Carabinieri.
All’appressarsi della folla, dal terzo piano dell’edificio furono lanciate alcune bombe a mano, cui seguì anche una scarica di colpi di fucile contro la folla. Fu ferito dalle schegge della granata il ventitreenne Luigi Casciana, tenente di fanteria che si trovava in licenza a Trieste, che morì la settimana successiva dopo essere stato trasferito all’ospedale militare. Altre sette persone furono ferite dalle bombe: fra cui un funzionario di polizia (il commissario di P.S. Ernesto Valentino; Cesare Almeissovich; Aurelio Domini; Silvio Fulignot; Paolo Gianporcaro; Romano Squargi; Pietro Zalateo. I militari che circondavano l’edificio risposero al fuoco. Fu appiccato un incendio che distrusse il Balkan e provocò indirettamente la morte di Ugo Roblek, ospite dell’albergo , gettatosi dall’alto per sfuggire alle fiamme.
Non è escluso che l’incendio sia stato appiccato dagli slavi per occultare documentazioni compromettenti custodite nella Narodni Dom: le foto indicano chiaramente che l’incendio non parte dal piano terra, come sarebbe stato logico se appiccato dagli assalitori, che peraltro i militari presenti avevano tenuto lontani dallo stabile. Indagini svolte dal Regno d’Italia e dal Governo Nitti concordarono che era impossibile individuare gli autori dell’incendio. Ancor oggi le risponsabilità sono palleggiate fra gli opposti schieramenti.
È quantomeno sorprendente che talora si sia potuto sostenere che l’incendio del Narodni Dom rappresenti la prima grande frattura tra gli Italiani della Venezia Giulia e le popolazioni “allogene”, sloveni e croati», quando in realtà si aveva alle spalle più di mezzo secolo di persecuzioni a discapito della popolazione italiana e mentre in quello stesso 1920 le stesse proseguivano in Dalmazia. A prescindere da tutte le molte misure di snazionalizzazione, contro gli italiani si erano già avuti fatti oggettivamente più gravi dell’incendio della “casa del popolo” slovena, quali il massacro dei portici di Chiozza (avvenuto anch’esso un 13 luglio, ma 52 anni prima del “Balkan”, nel 1868), i disordini di Trieste del settembre del 1898, i tumulti del 23 maggio 1915 sempre nella città giuliana, oltre ad assassini per odio etnico, incendi di scuole ed istituti culturali, aggressioni, devastazioni di case e proprietà ed altro ancora, in uno stillicidio di atti di violenza politica. Va quindi ridiscusso il quesito su chi sia stato l’aggressore e chi l’aggredito, non soltanto quel 13 luglio 1920 a Trieste, ma è inevitabile che le parti si rimpallino vicendevolmente le responsabilità
Questo interessante documento, prodotto all’interno di un libro di Lavo Čermelj, sloveno di Trieste, attivista di primo piano delle organizzazioni segrete jugoslaviste antitaliane responsabili di numerosi attentati terroristici a Trieste negli anni Venti e Trenta.
Più volte arrestato per questa sua partecipazione, e condannato a morte nel “Secondo processo di Trieste” (la condanna venne tramutata poi in ergastolo da scontarsi all’Isola d’Elba, ma venne poco dopo liberato dagli Alleati), Čermelj dopo la guerra fu Consigliere del Ministero degli Esteri jugoslavo in qualità di esperto della minoranza slovena in Italia.
Ancora nel 1935 pubblicò il volume “Life and Death Struggle of a National Minority” (Lotta per la vita e la morte di una minoranza nazionale), di cui questa cartina fa parte e secondo la quale la componente italiana dell’Istria, di Trieste e di Gorizia sarebbe stata praticamente irrilevante rispetto a quella slovena e croata.
Nulla di più falso, naturalmente, ma il suo lavoro giustificava le pretese di Tito di annessione pressoché totale della Venezia Giulia
Molto fastidio ha dato e sta dando in certi ambienti (italiani ed esteri) la messa al bando del falso manifesto degli “Squadristi di Dignano”, per decenni utilizzato su libri e pubblicazioni per dimostrare il tentativo di snazionalizzazione del fascismo nei confronti di sloveni e croati nella Venezia Giulia, e rivelatosi un falso: nessuno degli “storici” che lo hanno citato (compresa l’Enciclopedia Treccani) è stato in grado di esibire la fonte originale.
Come confermato dal professor Raoul Pupo, la prima e unica riproduzione che si ritrova è a pag. 152 di una pubblicazione anonima di materiali di propaganda stampata a Belgrado nel 1952, “Istra i slovensko primorje”, che come dichiarato dallo stesso mons. Božo Milanović, contiene documentazione di carattere prettamente propagandistico, senza alcun valore storico-scientifico. Sempre lo stesso Pupo ha fatto sapere che il manifesto venne consegnato dal comunista Erminio Vivoda, alla fine della Seconda guerra mondiale, a Ivan Motika, il famigerato “Boia di Pisino”, pubblico accusatore e giudice infoibatore, e utilizzato come fonte di propaganda per la commissione interalleata venuta in Istria nel 1946 per verificare la composizione etnica della regione contesa. Non sarebbe certamente servito questo manifesto per dimostrare la politica snazionalizzatrice verso le minoranze slave, poiché i provvedimenti adottati (cambio della toponomastica, chiusura delle scuole e proibizione della stampa) non erano rimasti soltanto sulla carta, ma effettivamente messi in pratica.
In realtà il manifesto era stato stampato a Rovigno, dopo l’occupazione slava, come materiale di propaganda anti italiana da mandare a Parigi assieme ad altra documentazione nel 1946 dove si discuteva della sorte dell’Istria che Tito voleva avere a tutti i costi – non esista in nessun archivio storico.
Si tratta quindi di un falso: lo si trova pubblicato per la prima volta in una raccolta di documenti, redatta in francese, inglese e russo, presentata nel maggio 1946 al Consiglio dei Ministri degli Esteri riuniti a Parigi, con l’obiettivo di calcare la mano sulle politiche italiane nei riguardi della minoranza slovena,
Ciò detto, a fronte di manifesti falsi, vi sono invece manifesti veri, che a partire dal 1919 il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, e quello di Jugoslavia (dal 1929 in avanti) – in funzione non solo anti italiana in Dalmazia, ma anche antitedesca in Carniola, Stiria, Slavonia e Serbia, ed antimagiara nella Slavonia e nella Vojvodina – facevano affiggere attraverso lo strumentale uso delle numerose, strutturate e molto influenti organizzazioni nazionaliste, per intimidire tutto ciò che di non slavo ancora sopravviveva.
Nella foto, uno fra i tanti minacciosi manifesti in lingua croata, degli anni Trenta, della Narodna odbrana, affisso per le strade di Zagabria e di molte città croate (ma anche slovene e serbe, spalleggiate dallo stato), che mette in guardia i cittadini affinché nelle strade, nei caffè e nei luoghi pubblici non si parli in lingua straniera. Ciò che incuriosisce molto, è che nei contenuti, il manifesto croato (lo reperite in diversi archivi pubblici in Croazia), praticamente dice le stesse cose del taroccato manifesto degli “Squadristi di Dignano”, ovvero che le “inadempienze” saranno punite in maniera energica e risolutiva, addirittura con la cacciata oltre confine dei contravventori.
Forse i falsificatori rovignesi, che hanno realizzato ad hoc il manifesto di Dignano, hanno preso spunto da questo croato.
AVVERTIMENTO
Notiamo che non solo gli stranieri, ma purtroppo molti dei nostri cittadini, che vivono e guadagnano bene tra noi da molti anni e persino decenni, parlano lingue straniere per le strade, nei caffè e in altri luoghi pubblici.
A tutti coloro che non rispettano la nostra lingua o pensano di non aver bisogno di impararla e parlarla, per ora ci limitiamo a dire decisamente:
NON LO TOLLEREREMO PIU
Notiamo anche : che gli stranieri e purtroppo molti nostri concittadini che da molti anni o decenni vivono e guadagnano bene tra noi, formano loro società con l’aiuto di alcuni soci, e con vari accorgimenti eludono le leggi per gli stranieri, mentre i figli nostri restano disoccupati.
A coloro che pensano che con i loro soldi possono ottenere ciò che vogliono o sono in grado di fare tutto per i soldi, diciamo energicamente che abbiamo introdotto un controllo rigoroso per quanto riguarda il collocamento degli stranieri e che all’ assunzione di dipendenti e lavoratori stranieri sappiamo come porre fine…
Notiamo anche:
che stranieri, agenti e commercianti, che svolgono attività commerciali e altre attività economiche sotto il proprio nome o sotto il nome di un prestanome nazionale, si sono diffusi nel nostro Paese.
Stiamo dicendo loro che li abbiamo posti sotto stretto controllo e che disabiliteremo vigorosamente la loro attività e faremo tutto il possibile per farli abbandonare i Nostro Paese il prima possibile.
Difesa Nazionale
Non dimentichiamo che nel 1919, il terzo provvedimento del Governo del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, costituitosi nel dicembre 1918, fu quello di proibire la stampa in lingua tedesca, italiana e magiara, di chiudere tutte le scuole non slave, di nazionalizzare le proprietà delle grandi famiglie aristocratiche non slave, di sciogliere tutte le organizzazioni politiche, culturali e sportive non slave. Cioè, quanto realizzato dal fascismo in Italia nei confronti delle minoranze in Venezia Giulia, in Alto Adige, in Piemonte e nell’Aostano, era già stato fatto quasi dieci anni prima in Jugoslavia.
Si potrebbe affermare che l’Italia imparò a “trattare” le sue minoranze…… dalla vicina Jugoslavia!
Con questo sciagurato appello del capo della locale župa, Mirko Buich, si concludeva, il 29 giugno 1931 a Spalato, la grande adunata dei sokol jugoslavi: “È nostra legge suprema la libertà di ogni pugno di terra slava. Eccoci tutti pronti con le frecce tese, decisi ed inesorabili, per farle scoccare direttamente nel petto dei nostri nemici. Per secoli abbiamo lottato con stranieri potenti e ricchi che elevarono dappertutto i monumenti della loro tirannide, ma non ci strapparono l’anima. Parliamo chiaro. Leviamo la nostra voce maschia. Che ognuno sappia che la sponda orientale dell’Adriatico per tutti i tempi è solo jugoslava. Abbattiamo anche gli ultimi ricordi della schiavitù: abbattiamo anche i leoni veneti. Ai loro posti mettiamo superbo il falco, uccello simbolo di libertà del nostro Adriatico e di tutto lo slavismo”.
Così venne preordinata la distruzione dei leoni veneti, prima nell’isola di Veglia, poi a Traù, poi a Perasto.
Snazionalizzazione culturale e artistica. Ringrazio Carmen Sabatino per queste immagini. Nel massacro dei leoni veneti la città di Traù pagò il prezzo più alto: nella notte dal 2 al 3 dicembre 1932 vennero distrutti tutti i leoni di San Marco accessibili fino all’altezza di 10 metri: tra questi, anche il più bello di tutta la Dalmazia, bassorilievo di Niccolò Fiorentino e Andrea Alessi risalente al 1471, che campeggiava all’interno della Loggia Pubblica
LA PROPAGANDA DELL’ODIO CONTRO L’ITALIA NEL “MANUALE DEL SOLDATO” CHE LO STATO MAGGIORE JUGOSLAVO FORNIVA AD OGNI MILITARE DEL REGNO DEI SERBI, CROATI E SLOVENI
Seguì l’istigazione all’odio verso gli Italiani (e non solo) dei militari dell’esercito del neo costituito Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, attraverso la distribuzione del “Manuale del Soldato” che ogni appartenente alle forze armate jugoslave riceveva all’atto dell’arruolamento e del giuramento.
Realizzato dal colonnello Voijslav Kostić, con in copertina un sottotitolo eloquente (“Šta treba kao vojnik da znam”, ovvero “quello che devo sapere come soldato”), il manuale viene pubblicato per lo Stato Maggiore dal Ministero della Guerra e della Marina di Belgrado a seguito della I.P. Nr. 1161 del 23 agosto 1922.
A pagina 1, sotto il titolo “Regolamento di servizio”, si legge:
“Il soldato entra nell’esercito per imparare il maneggio delle armi affinché possa impiegarle con successo nel caso in cui il nemico della nostra Patria attacchi o in cui noi dovessimo attaccarlo per liberare i nostri fratelli che si trovano ancora sotto il giogo nemico. I nostri nemici esterni sono gli Italiani, i Tedeschi, gli Ungheresi e i Bulgari”.
A pagina 7, sotto il titolo “Del Giuramento”, leggiamo ancora testualmente:
“Noi abbiamo nemici esterni ed interni. I nemici esterni sono quelli che pensano di portarci via la nostra terra e i nostri fratelli e ridurci in schiavitù: sono quelli che vogliono divenire più grandi e forti di quanto noi siamo e sono gli Italiani, gli Ungheresi, i Tedeschi e i Bulgari. Essi non tollerano che noi siamo grandi e forti perché essi ci temono in quanto hanno ancora sotto di loro i fratelli che gemono sotto il loro giogo”.
A pagina 13, sotto il titolo “Patria”, leggiamo ancora:
“La nostra Patria si chiama Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Questo è il Paese nel quale oggi tutti e tre i rami del nostro popolo vivono. Tuttavia non sono ancora uniti. Una grande parte dei nostri fratelli è ancora sotto il dominio straniero. Essi soffrono in schiavitù, essi aspettano da noi che li salviamo e liberiamo. Il nemico ha tolto loro tutte le armi, essi non possono liberarsi da soli. Essi sono imprigionati, impiccati e assassinati. Noi non potremmo mai tollerare che essi rimangano in schiavitù mentre siamo liberi. È nostro compito, è nostro sacro dovere liberarli quanto più presto è possibile”.
“Mai dobbiamo dimenticare che oltre cinquecentomila dei nostri migliori fratelli si trovano sotto la signoria degli Italiani, queste bestie”.
“Non ancora tutte le nostre terre sono riunite al nostro Regno. Gli Italiani tengono ancora tutta l’Istria con Gorizia, Gradisca e Trieste, fino all’Isonzo, la città di Zara con i dintorni, le isole di Cherso, Lussinpiccolo e Lussingrande, Lagosta e Pelagosa”.
Ecco dunque travasato nei precetti militari forniti ai soldati jugoslavi il programma di conquista della “Grande Jugoslavia”, già distillato, come abbiamo visto nei giorni scorsi, negli scopi delle organizzazioni segrete antiitaliane.
I vari “storici” ed “esperti” del Confine orientale non precisano mai questi fatti, contestualizzandoli adeguatamente, per far capire come e ben prima del Fascismo al potere in Italia – questo (Manuale del Soldato” risale all’agosto 1922) i vicini Slavi istigassero all’odio contro l’Italia l’intera popolazione ed opprimessero tutte le loro minoranze (italiana, tedesca ed ungherese in particolare) con la chiusura, già completata tra il gennaio 1919 ed il giugno del 1921, di tutte le associazioni culturali, delle scuole e della stampa non slave.
Dal 1919 furono emanati da Belgrado i primi provvedimenti di chiusura delle scuole, dei giornali e delle associazioni non slave su tutto il territorio del neo costituito Stato degli Slavi del sud, provvedimenti che sono poi peggiorati alla fine di quello stesso anno con il cambio della toponomastica originale italiana, tedesca e magiara nei territori storici di insediamento (Dalmazia, Carniola, Stiria, Slavonia, Voivodina, Sirmio e Banato) e poi, nel 1920, con l’esproprio di beni mobili ed immobili di tutte le grandi famiglie aristocratiche non slave.
Il Fascismo salì al potere in Italia soltanto due anni dopo, quando nel vicino Regno dei Serbi, Croati e Sloveni le persecuzioni politiche e di carattere culturale a danno delle citate minoranze si erano ben consolidate, con la progressiva ed inesorabile distruzione delle relative secolari culture. Decine di migliaia furono gli Italiani, gli austro tedeschi e gli ungheresi che furono costretti ad abbandonare tra il 1919 ed il 1921 le loro città e le loro campagne in cui costituivano, in molte aree, la totalità oppure la grande maggioranza della popolazione.
Analizzando la situazione in Dalmazia, gli Italiani che tenacemente resistettero a mille imposizioni, limitazioni e soprusi si videro colpiti a morte a partire dal 1930, quando una vera e propria “apartheid”, accompagnata da un serrato boicottaggio delle merci, venne messa in atto per costringerli a chiudere le loro attività.
La campagna iniziò con tre articoli pesantissimi, pubblicati il 13, il 26 ed il 28 gennaio 1930 dallo “Jugoslovenski Lloyd”, intitolati allo stesso modo (“Fuori gli stranieri!”) contro i due principali istituti di credito a capitale italiano, ovvero l’Istituto di assicurazioni Sava, filiale delle Assicurazioni Generali di Trieste, e della Hrvatska Banka, filiazione della Banca Commerciale Italiana.
Il Ministero del Commercio jugoslavo con una circolare del 30 aprile 1930, cui seguirono precise disposizioni e sanzioni da parte delle Camere di commercio di tutto il paese, vietava ai commercianti jugoslavi di servirsi delle navi italiane per i loro negozi e trasporti. Uno degli effetti, ad esempio, fu la sospensione delle licenze a diverse società di navigazione di Sussak, Spalato e Sebenico (ricordiamo il caso emblematico della Jadranska Plovidba), alcune delle quali denunciate perché si erano rifornite di carbone a Trieste durante i loro viaggi.
Il 21 ottobre 1930 il giornale “Jadranska Pošta” così minacciosamente ammoniva: “Facciamo appello alla coscienza dei nostri industriali affinché allontanino da subito dai lavori tutti gli operai stranieri e occupino i nostri. Essendo piccoli non possiamo permetterci il lusso di impiegare operai stranieri. E questo serva di norma a quelli che ancora non comprendono”.
A Sebenico, nell’ultima riunione di aprile del 1930 del Consiglio comunale, era stata presa la seguente delibera, esplicitamente razzista: “Il Consiglio comunale esprime il voto affinché sia intensificata l’azione per togliere ogni mezzo di lavoro ai sudditi italiani così da costringere in breve tempo i superstiti alla partenza”.
Ed ecco che nella stessa città ed a Spalato, nel maggio 1930, con un provvedimento collettivo, furono licenziati nel giro di una settimana tutti i lavoratori italiani rispettivamente dei cantieri “Jugo” e “Marijan”.
Il gruppo francese, succeduto alla SUFID, la nostra più grande industria in Dalmazia, aveva licenziato in blocco il 30 ottobre 1931 tutti i dipendenti italiani, molti addirittura con trenta anni di servizio, perché non avevano accettato di cambiare nazionalità.
Nel marzo 1930 per disposizione del Governo di Belgrado, furono improvvisamente richiamati dall’isola di Veglia tutti i funzionari jugoslavi che avevano parenti italiani fino al terzo grado e quelli che – segnalati – parlavano la lingua italiana e che frequentavano gli italiani.
Una circolare del gennaio 1930 approvata dal Consiglio comunale di Spalato, disponeva il divieto dell’uso della lingua italiana in tutti gli uffici, in tutti i negozi e perfino sulle barche ancorate al porto cittadino per la vendita della frutta e del legname.
A Sussak, a poche centinaia di metri da Fiume, dal maggio 1930 per intervento della locale “Narodna Odbrana” era stato vietato ai caffè cittadini di suonare musica italiana ed ungherese.

















































