12) 8 Settembre 1943: LE PRIME FOIBE
Rispetto al corso delle vicende belliche nel resto d’Italia, dopo l’8 settembre ‘43 nelle regioni del Nord Est (Friuli, Venezia Giulia Fiume, Istria e Dalmazia) gli avvenimenti seguono un corso completamente diverso, che identificano una “storia locale” purtroppo quasi mai riportata nei libri scolastici, e sconosciuta ai più.
TAVOLA SINOTTICA RIASSUNTIVA
Dopo l’invasione dell’Italia (”Operazione Alarico”) i tedeschi , con qualche piccolo apporto militare della neonata Repubblica Sociale, andava ad attestarsi su una linea di difesa chiamata “Linea Gustav”, imperniata su Montecassino, riuscendo a fermare l’avanzata anglo-americana verso nord.
Si trattava di uno schieramento ben definito, ma soprattutto gli anglo-americani non nutrivano sentimenti di odio etnico nei confronti degli italiani (anche se gli inglesi erano decisamente più ostili), né mostravano di avere mire annessionistiche territoriali.
Ben diversa la situazione a Nord-Est: oltre alla eterogeneità dei diversi schieramenti sul campo (vedi precedente 11), con alleanze e ostilità incrociate, le formazioni partigiane slave erano caratterizzate da manifesto odio etnico antiitaliano e manifesto desiderio di annessioni territoriali alla futura Jugoslavia di zone via via occupate. Inoltre avevano marcata caratterizzazione ideologica atea e comunista
8 Settembre ’43: il regio esercito si liquefa: il generale di C.A. Alberto Ferrero, comandante del XXIII corpo di stanza a Trieste, sparì nelle retrovie nella notte tra il 9 ed il 10 settembre, lasciando improvvisamente il suo posto, preso volontariamente dall’immediato sottoposto Generale Giovanni Esposito, Medaglia d’oro al Valor Militare.
Non ci sono armistizi con i partigiani slavi, che approfittano dello sfaldamento del regio esercito italiano per avanzare, unendosi alle sollevazioni spontanee locali della minoranza slava.
La popolazione italiana doveva fare i conti con l’eterna rivalità etnica nei Balcani: il crudele sistema di uccisione con infoibamento costituisce una variante sul tema della pulizia etnica che la più recente storia di Bosnia e Kossovo ha portato all’attenzione del mondo grazie alla TV , che nel 43-45 non c’era.
I partigiani delle formazioni slave, ma anche gente comune, per lo più delle campagne fucilarono, fecero annegare o gettarono nelle foibe centinaia di cittadini italiani, bollati sommariamente come “nemici del popolo”. Il numero delle vittime di questa prima fase non è quantificabile con precisione. Ma si stima attorno al migliaio tra infoibati, caduti nelle zone costiere, annegati in mare.
Il disegno di pulizia etnica fu condotto senza distinzioni politiche razziali ed economiche o di sesso ed età; furono arrestati fascisti ed anti-fascisti (anche partigiani), cattolici ed ebrei, industriali, dipendenti pubblici e privati, ma anche agricoltori, pescatori, donne, vecchi, bambini, e soprattutto, i servitori dello Stato (carabinieri, poliziotti, finanzieri, militi della Guardia civica, ecc.).
Talvolta le vittime venivano fucilate subito dopo l’arresto. Altre volte venivano prima smistate ai campi di prigionia, dove giacevano in condizioni disumane: frustati, bastonati, denutriti, spesso costretti a picchiarsi fra loro per un pezzo di pane e per il divertimento dei loro sequestratori, i prigionieri venivano solitamente uccisi a coppie, legati ai polsi con filo di ferro, portati sull’orlo della foiba e falciati con la mitragliatrice.
IL BOIA DI PISINO E IL TRADIMENTO DEL COLLONNELLO SCRUFARI
L’Istria è piena di storie antiche, di gioielli artistici, di meraviglie naturali. Pisino, al centro della penisola istriana, ne è uno scrigno. Per chi conserva la memoria patria, richiama subito alla mente la figura nobilissima di Fabio Filzi che ivi nacque, eroe irredento, sottotenente degli Alpini, impiccato il 12 luglio 1916 con Cesare Battisti al Castello del Buon Consiglio di Trento; monumento artistico della cittadina è il castello dei Montecuccoli, conti di Modena, maniero medievale che sorge sull’orlo della grande foiba sul cui fondo scorre un torrente, chiamato anch’esso Foiba. Fu proprio quest’antro, con la sua immensità, ad ispirare Jules Verne nel suo libro Viaggio al centro della terra, come anche il meno conosciuto Mattia Sandorf.
La caduta infernale ed il fragore delle acque sul fondo ispirarono per secoli leggende e storie di morti e di fantasmi. Furono presaghe di quel che accadde poi, davvero.
All’indomani dell’8 settembre 1943 i partigiani slavi puntarono subito su Pisino (simbolica anche perché ex centro amministrativo dell’Istria sotto l’Austria-Ungheria) e di fronte allo squagliamento dell’esercito italiano, ne presero possesso in qualche giorno.
Nerina Feresini, un’insegnante di Pisino, divenutane memoria storica con i suoi scritti, raccontò così quei momenti: “La parola armistizio circolò immediatamente in tutte le case e qualcuno esclamò ‘Ora comincia la carneficina!’ (…) Nelle casermette la confusione era indescrivibile. I militari scaraventavano dalle finestre i materassi e tutto quello che capitava loro sottomano. La cittadinanza comprese che non sarebbe stata tutelata…”
Ivan Motika, sanguinario luogotenente di Tito, accampato con trecento uomini alle porte di Pisino, lanciò l’ordine dell’insurrezione. La sera del 10 settembre erano già in mano ai partigiani croati Pinguente, Rozzo e Castel Lupogliano.
Quella stessa sera un gruppo di pisinoti, con a capo Lino Gherbetti, si recò dal colonnello Angelo Scrufari, comandante del presidio, che aveva ai suoi ordini 800 soldati di fanteria e 60 carabinieri, per chiedere di difendere la città in armi.
L’ufficiale, che era già in trattative coi partigiani li respinse, consegnò i militari in caserma e ordinò il coprifuoco. L’indomani, 11 settembre, dopo che i partigiani e i contadini del circondario, armati di fucili, bastoni e arnesi vari, avevano iniziato la loro marcia verso il centro di Pisino, Scrufari trattò la resa consegnando anche ai titini, come da loro richiesta, “tre fascisti”: Lino Gherbetti, Riccardo Zappetti e Dario Leona, di diciott’anni. Ma la lista dei nomi pretesi era ben più lunga…
Nel pomeriggio il colonnello Scrufari, in cambio del salvacondotto, consegnò a Ivan Motika la pistola, la città e il Castello: si arresero i 60 carabinieri, convinti di essere ormai rimasti soli, mentre i soldati del presidio fuggivano nascondendosi nelle case, buttando le divise e chiedendo abiti civili.
Anche Scrufari fuggì ma per poco. Venne ucciso nei pressi di Pinguente.
La sera, raccontò la Feresini, “i partigiani imbaldanziti occuparono la caserma, poi si sparsero per le strade. In segno di giubilo sparavano in aria e contro le finestre delle case, lanciando bombe e accompagnando il fragore con urla selvagge, canti e giri di ‘kolo’ negli spiazzi. Si accesero fuochi sulle colline e la folle sparatoria durò tutta la notte”.
Motika dichiarò Pisino capitale dell’Istria annessa alla Yugoslavia di Tito. Il suo primo atto fu la disposizione di arrestare tutti gli ex fascisti e quelli che comunque erano noti per “accesi sentimenti italiani”, accompagnando agli arresti la requisizione di ogni tipo di beni degli stessi. Elesse il castello a suo regno, vi insediò il suo “tribunale del popolo” ordinando a centinaia sentenze di morte.
Si faceva chiamare “Drugi Tito”, cioè “secondo Tito”, ma ben presto il suo nome divenne quello di “boia di Pisino”. Per tre settimane in quel settembre del 43, Pisino fu di fatto la capitale degli orrori dei partigiani di Tito. Le prigioni furono riempite di italiani e, non bastando lo spazio, si occuparono pure gli androni del castello dei Montecuccoli. I prigionieri erano buttati ovunque, sul pavimento e sulle pietre, ed il loro numero aumentava.
Così i titini decisero di fare spazio a modo loro. La notte del 19 settembre partì da Pisino, con una trentina di prigionieri incolpevoli, la prima “corriera della morte”, un vecchio autobus blu con i vetri imbiancati di calce affinché non si potessero riconoscere i trasportati.
Gli abitanti delle case attorno al castello furono svegliati dal rumore di un motore e dalle urla dei carcerieri ma soprattutto da quelle dei condannati che gridavano il loro nome per far conoscere la loro sorte.
Una voce gridò: “Sono Lino, Lino Gherbetti”! Era il nome di uno degli uomini venduti dall’ufficiale italiano in cambio del suo salvacondotto. Con lui c’erano anche i fratelli Riccardo e Rodolfo Zappetti ed il giovane ragazzo coraggioso, Dario Leona. Partirono in trenta in quella notte nella corriera blu. Bastonati e scherniti, furono trasportati sul luogo della loro esecuzione, su un altopiano presso Villa Bassotti di Lindaro, dove c’era una cava di bauxite. Furono fatti scendere e avviati scalzi verso la cava. Giunti sull’orlo della stessa furono ammazzati a mitragliate: così potevano cadervi dentro senza che gli assassini dovessero far la fatica di doverne raccogliere i corpi e gettarli in fondo alla fossa.
La “corriera della morte” rimarrà nei ricordi degli istriani come uno degli incubi più mostruosi. Partiva di notte, tra gemiti e lamenti, piena di uomini. Tornava vuota ma con i loro vestiti. Prima del capolinea, la foiba, anche di quelli i prigionieri venivano depredati… (Dal libro di R. Menia “10 Febbraio. Dalle Foibe all’Esodo)
Ad Albona, il controverso comandante del presidio, colonnello Vincenzo Bonisconti, nonostante disponesse di milletrecento uomini ben armati e forniti di autoblinde, cannoni e mitraglie, e di viveri sufficienti per resistere un lungo periodo, preferisce trattate (in segreto) la resa dei militari, fuggendo tre giorni dopo in automobile (imitando perfettamente il re!) all’insaputa della cittadinanza che in lui confidava. Certo, soltanto dopo si seppe che i partigiani del circondario avevano preso sua figlia come ostaggio, ma credo che ciò non possa e non debba giustificare un simile atto di viltà, che ebbe conseguenze terribili con la sparizione di diverse decine di albonesi innocenti.
Anche a Fiume, dove aveva sede il Comando Generale, il 10 settembre il generale comandante risultava già irreperibile; dalle testimonianze risulta che fu proprio lui, ad un certo punto, senza opporre resistenza, a dare l’ordine ai soldati di lasciare entrare i partigiani che premevano per occupare la città.
Manlio Granbassi, inviato speciale de Il Piccolo sul posto, in quei giorni annotava: “Merita scorrere il diario di queste funeste giornate di settembre, che abbiamo potuto ricostruire interrogando il maggior numero possibile di testimoni oculari, scartando voci e dicerie, per renderci conto come non esistano attenuanti nelle colpe di chi, dimenticando il senso dell’onore e del dovere, si preoccupò della propria miserabile persona anziché delle vite a lui affidate”.
Il 25 settembre 1943 un gruppo di partigiani slavi irruppe in casa Cossetto e prelevarono Norma. La rinchiusero nella ex caserma della Guardia di Finanza a Parenzo assieme ad altri parenti, conoscenti ed amici tra i quali Eugenio Cossetto, Antonio Posar, Antonio Ferrarin, Ada Riosa, Maria Valenti, Umberto Zotter ed altri, tutti di San Domenico, Castellier, Ghedda, Villanova e Parenzo. Vennero tutti trasferiti durante la notte e nella scuola di Antignana, dove Norma iniziò il suo vero martirio.
Fissata ad un tavolo con alcune corde, venne violentata da diciassette aguzzini, ubriachi ed esaltati, quindi gettata nuda e viva in una foiba poco distante, sulla catasta degli altri cadaveri.
Una signora di Antignana che abitava di fronte, sentendo dal primo pomeriggio gemiti e lamenti, verso sera, appena buio, osò avvicinarsi alle imposte socchiuse. Vide la ragazza legata al tavolo e la udì, distintamente, invocare la mamma e chiedere da bere per pietà …
Il 13 ottobre 1943 a S. Domenico ritornarono i tedeschi i quali, su richiesta di Licia, sorella di Norma, catturarono alcuni slavi che raccontarono la sua tragica fine e quella di suo padre. Il 10 dicembre 1943 i Vigili del fuoco di Pola, al comando del maresciallo Harzarich, ricuperarono la sua salma: era caduta supina, nuda, con le braccia legate con il filo di ferro, su un cumulo di altri cadaveri aggrovigliati; aveva ambedue i seni pugnalati ed altre parti del corpo sfregiate. Emanuele Cossetto, che identificò la nipote Norma, riconobbe sul suo corpo varie ferite d’arma da taglio; altrettanto riscontrò sui cadaveri degli altri.
Norma aveva le mani legate in avanti, mentre alle altre vittime erano state legate dietro.
Da “La Voce del Popolo” di Fiume il 26 luglio 1990,
a firma di “lama” (Laura Marchig)
titolo: “ Storia di Libera e di suo padre”
“Nella memoria della gente della valle di Cepic è rimasta la figura di Libera Sestan, una giovane donna di Novako, un paese del comune di Pisino. Era nata nel 1919 e all’epoca aveva 24 anni. Libera era bellissima e, raccontano, aveva un animo dolce e sensibile. La sua era una famiglia benestante che certo suscitava l’invidia di molti. Si era sposata con un ufficiale dei carabinieri e aveva due figlie piccole. Era solita recarsi molto spesso a Pisino, per fare compere o concludere qualche affare, abitudine che gli abitanti delle campagne attorno alla cittadina hanno mantenuto anche oggi. Questo però fu sufficiente e pretesto a un suo parente, Veljko Sestan, partigiano, per dichiararla spia e nemica del popolo. Andò a prelevarla a casa, con un manipolo di suoi collaboratori, trascinando via con lei anche il padre. Dicono che li pregasse in ginocchio di permetterle di rivedere per un’ultima volta le sue piccine, ma le fu negato. Prima di gettarla viva, insieme al padre, nella foiba di Chersano, la malmenarono e le bruciarono i capelli. Il delitto non restò impunito. Un altro suo cugino, Ervin Sestan, che le era molto affezionato, impazzì quasi dal dolore. Subito dopo quei fatti, si unì per vendetta e per disperazione all’esercito tedesco. Dopo qualche tempo arrivò insieme ai tedeschi a prendere Veljko in casa. Veljko appena li vide tentò di scappare scavalcando la finestra sul retro e correndo via per i campi, ma Ervin sparando con una pistola dalla finestra riuscì a colpirlo alla testa e ad ucciderlo”.
(Testimonianza di Mons. Parentin – da La Voce Giuliana del 16.12.1980).
Abisso di Semich – “… Un’ispezione del 1944 accertò che i partigiani di Tito, nel settembre precedente, avevano precipitato nell’abisso di Semich (presso Lanischie), profondo 190 metri, un centinaio di sventurati: soldati italiani e civili, uomini e donne, quasi tutti prima seviziati e ancor vivi. impossibile sapere il numero di quelli che furono gettati a guerra finita, durante l’orrendo 1945 e dopo. Questa è stata uina delle tante Foibe carsiche trovate adatte, con approvazione dei superiori, dai cosiddetti tribunali popolari, per consumare varie nefandezze. La Foiba ingoiò indistintamente chiunque avesse sentimenti italiani, avesse sostenuto cariche o fosse semplicemente oggetto di sospetti e di rancori. Per giorni e giorni la gente aveva sentito urla strazianti provenire dall’abisso, le grida dei rimasti in vita, sia perché trattenuti dagli spuntoni di roccia, sia perché resi folli dalla disperazione. Prolungavano l’atroce agonia con il sollievo dell’acqua stillante. Il prato conservò per mesi le impronte degli autocarri arrivati qua, grevi del loro carico umano, imbarcato senza ritorno.”
L’operazione ALARICO , cioè l’occupazione tedesca dei territori e delle posizioni militari tenute dall’esercito italiano fino all’8 Settembre, fu paradossalmente salutata con sollievo dalla popolazione, perché faceva cessare l’occupazione slava e il suo tragico strascico di uccisioni ( “Prime Foibe” )
Rainer permise in Pisino la costituzione di una sede del Partito Fascista Repubblicano, diretta dal federale Bruno Sambo, la presenza di un modesto contingente di militari italiani al comando del generale della G.N.R. Giovanni Esposito e l’insediamento di un reparto della Guardia di Finanza.
Egli stesso nominò podestà della città Cesare Pagnini, mentre come prefetto della provincia di Trieste scelse Bruno Coceani ed entrambi i personaggi erano graditi alle autorità della RSI e allo stesso Benito Mussolini.
Oltre che per le richieste della popolazione, che cercava disperatamente di sapere il destino dei famigliari arrestati e spariti fu nell’interesse dei tedeschi come argomento di propaganda che si procedette all’esplorazione di molte foibe e al recupero di molti ionfoibati. Le operazioni furono puntualmente documentate con filmati, foto e verbali .
L’opera di recupero delle vittime delle foibe in Istria impegnò i vigili del fuoco di Pola. Il comandante del 41° Corpo dei Vigili del Fuoco di Pola, Ing. Gaetano Vagnati, lo affidò al maresciallo Arnaldo Harzarich, e si svolse dalla metà di ottobre 1943 fino all’inizio del 1945.
Il Maresciallo Harzarich e la “squadra che operò tutti i salvataggi” (come scritto a penna sulla foto)
Foto dell’archivio fotografico del Maresciallo, gentilmente fornita da Walter, suo nipote
Alla destra del Maresciallo Bruno Giacomini nato a Parenzo e in servizio a Pola
LA STORIA DI ARNALDO HARZARICH, L’ANGELO DELLE FOIBE CONDANNATO A MORTE DAI TITINI E PERSEGUITATO DALL’OZNA ANCHE IN ITALIA Per gli Istriani era diventato “l’Angelo delle foibe”.
Arnaldo Harzarich (al centro, nella foto precednte) fu davvero l’angelo buono, quello che riportava alla luce gli innocenti sprofondati nelle gole infernali delle foibe: maresciallo di terza classe del 41° Corpo dei Vigili del Fuoco di Pola, città in cui era nato. Ma era orgoglioso dei natali di sua madre di Veglia, l’isola del Quarnaro, sotto Fiume, in cui per primo comparve nell’Adriatico orientale il leone veneziano di San Marco nel 1250.
A metà di ottobre del 1943, passata la prima invasione titina, fu incaricato dal Comandante Gaetano Vagnati di perlustrare alcune foibe in cui si sapeva o supponeva fossero state gettate centinaia di persone, portate via dai partigiani e mai ritornate a casa.
Harzarich e la sua squadra iniziarono a scandagliare, per quanto possibile, foiba dopo foiba, in un lavoro che durò dall’ottobre ’43 al febbraio ’45. Descrisse minuziosamente l’opera svolta in un’articolata relazione che rilasciò nel mese di giugno ’45 alle autorità alleate che così si espressero su di lui: “a documentare le atrocità degli Slavi verso gli Italiani dell’Istria, l’interrogato è da ritenersi elemento molto attendibile, degno di ogni considerazione e di ogni aiuto”.
In totale recuperò i corpi di 204 infoibati e di un’ulteriore cinquantina di assassinati nelle cave di bauxite o nei pozzi. In pratica, un quarto dei 999 accertati della “prima ondata” titina. Per molte delle salme, pur individuate, il recupero fu impossibile a causa dell’asperità dei crepacci, della profondità degli stessi o dello stato di decomposizione dei corpi. Per il riconoscimento dei parenti furono riportati in superficie brandelli di tessuti, effetti personali o quel che poteva in qualche modo essere un indizio.
Impressionante quanto Harzarich raccontò della foiba di Vines, forse la più “famosa” nel triste inventario degli abissi.
84 le vittime recuperate tra il 16 e il 25 ottobre ’43, in otto giorni di discese in un inghiottitoio di roccia dove l’aria era resa irrespirabile per la putrefazione dei cadaveri: Harzarich e i suoi uomini (si chiamavano − ed è giusto ricordarli − Giordano Bilucaglia, Mario de Angelini, Giovanni Dellore, Mario Valente, Giuseppe Prinz, Giordano Bussani e Bruno Giacomini) si calarono ripetutamente e a turno con gli autorespiratori fino a quota 226 di profondità.
Venne costruita un’impalcatura particolare, a piramide, che consentiva attraverso i paranchi di riportare alla luce quanto chi, arrivato sul fondo, poneva nelle sacche attaccate con cinghie alla parte finale della corda.
Questa la descrizione di Harzarich, che ripeterà similmente tante altre volte nei due anni successivi: “le vittime hanno i polsi fissati da filo di ferro… sempre stretto (fino a spezzare il polso) con pinza o tenaglia. Molte salme erano accoppiate mediante legatura, sempre da filo di ferro, nei due avambracci. Da notare che dei due disgraziati sempre soltanto uno presenta segni di colpi d’arma da fuoco, il che fa supporre che il colpito si sia trascinato dietro il compagno ancora vivo”.
“Nella parte sud della foiba − raccontò ancora Harzarich − a circa 4 metri dall’orlo di essa, vi è un foro cilindrico delle dimensioni di 30 cm di diametro per 10-15 di profondità. Una donna partigiana di Barbana ha narrato trattarsi di un foro in cui veniva inserita una piastra di rame di stazione radio che serviva per la trasmissione in diretta delle uccisioni in massa. La radiotelegrafista sarebbe stata una di oltre 25 anni… Alcune salme colpite da arma da fuoco con penetrazione di proiettili schiacciati nelle pareti della foiba fanno pensare che i partigiani yugoslavi, appostati sugli orli della foiba, si divertissero a sparare coi mitra, dietro ai precipitati”.
Nei primi giorni di novembre Harzarich recuperò altre salme alla foiba di Terli, poi venne quella di Cregli (che aveva già disceso per prima il 16 ottobre senza fortuna, rischiando anzi di rimanervi imprigionato) poi Carnizza d’Arsa, poi Marzana, e ancora Villa Barbi, Antignana, Villa Surani, Treghelizza di Castellier, Mice, Pucicchi di Gimino, Podubboli, Villa Sergi, Villa Orizzi, Cernovizza di Pisino, Caroiba, Ovlogo, Castelnuovo dell’Arsa, Villa Cecchi, Raspo, Rozzo, Semi, Vescovado…
Ma furono tante quelle in cui non riuscì a scendere: Jurado, Villa Treviso, Pogliacchi, Villa Saini, Bertarelli, Obrovo, Iadricchi, Podgomilla e altre ancora. Gli abitanti di quei luoghi avevano comunque raccontato delle file dei prigionieri e del nauseabondo lezzo di cadaveri che ne usciva per settimane…
Harzarich divenne un angelo ed un eroe per gli italiani, un bersaglio per i partigiani croati. Iniziò a ricevere una lunga serie di lettere minatorie, tutte in croato, con tanto di timbri dei comandi partigiani in cui prima lo “consigliavano” di smettere e poi lo “diffidavano” dal continuare il suo lavoro di recupero delle salme a pena di finire in foiba anch’egli, con la moglie e la figlia.
Raccontò: “più e più volte, al mio passaggio, dopo aver esplorato delle foibe, nel rientrare a Pola fui bersagliato del rosario dei colpi di mitra sparati dai partigiani slavi che cercavano con tutti i mezzi di ostacolare l’esplorazione ed il recupero delle salme (…). Una volta tornai a casa con la macchina crivellata di proiettili di mitra, ben 22 colpi, centrato sulla 1100 che guidavo verso le due di notte”. Un giorno la sua auto urtò una mina anticarro e fu sbalzata in aria, ma per gli angeli ci sono i miracoli: fu protetto dal motore e dal cambio che fecero da scudo e gli consentirono di uscire sulle sue gambe dal veicolo distrutto.
Harzarich continuò imperterrito: nel Natale del ’44, venne a sapere di essere stato condannato a morte da un “tribunale del popolo” titino e nel marzo del 1945 gli yugoslavi posero addirittura una taglia su di lui di 50.000… Lire italiane.
A questo punto fu lo stesso Comando dei Vigili del fuoco di Pola che lo fece allontanare segretamente dalla città: fu tenuto nascosto presso i distaccamenti prima di Isola e poi di Capodistria, quindi raggiunse Trieste da dove, sfuggendo alla “quarantena titina” si spostò in Friuli e Veneto.
Esule dalla sua Pola, subì l’umiliazione indegna di non essere riassunto in servizio dal Comando dei Vigili del fuoco di Venezia a seguito di una denuncia anonima e luridamente falsa che lo accusava di essere stato un rastrellatore di partigiani…
Sara Harzarich, la nipote del maresciallo, che vive a Pagnacco in provincia di Udine ove è stato eretto un cippo in sua memoria raccontò: “Avevo tredici anni quando zio Arnaldo è scappato da Pola, perché i titini lo cercavano per eliminarlo. Ricordo che la nonna non si dava pace e ogni sera voleva sapere se suo figlio Arnaldo fosse tornato a casa sano e salvo. Una sera mi chiese di accompagnarla ma appena arrivati nella sua casa, ci accorgemmo che la porta era aperta, tutto era in disordine, non c’era più nessuno, erano venuti i titini per arrestarlo, ma lui era riuscito a fuggire con una scala dalla finestra”.
Arnaldo andò esule a Bressanone ma le spie dell’Ozna lo trovarono anche là e gli fecero un attentato: “Un tizio uscì da un cespuglio vicino a casa sparando con una pistola, ma lo zio si salvò perché si era girato verso casa, dato che la moglie Stefania lo aveva richiamato per un ultimo bacio. Ecco, fu quel bacio a salvargli la vita. Il bacio di un angelo”.
Era il 1973 quando l’angelo delle foibe, esule in terra, dopo tante discese agli inferi, volò via per sempre per andare a scalare le montagne di luce del cielo.
(dal volume di R. Menia “Dalle Foibe all’Esodo”, 2020)
Il 12 luglio 1945, Arzarich venne portato al centro “J” del G.M.A. il Comando Generale Alleato di Pola, dove venne interrogato quale “persona degna di ogni considerazione e del tutto attendibile” nel documentare le atrocità commesse dagli slavi contro gli italiani dell`Istria.
Ecco uno stralcio dell’interrogatorio :
“Ha il sistema nervoso molto scosso; si estranea sovente dall`argomento rimanendo per minuti interi con gli occhi fissi nel vuoto: ciò si può certamente attribuire alle terribili visioni a cui era portato nel corso della sua attività’ di recupero nelle foibe”.
Con la sua famiglia fu costretto ad abbandonare Pola nel 1947 per trasferirsi a Trieste.
Passò per il campo profughi di Silos e come purtroppo spesso succede nel nostro paese, tanto valore, tanta abnegazione e tanto coraggio non furono ripagati quanto avrebbero meritato.
Anzi, il Comando dei V.V.F di Venezia, dando credito alla denuncia di aver partecipato a rastrellamenti, presentata contro di lui, non volle riassumerlo in servizio, denuncia palesemente infondata fatta da una persona che “confondeva” i rastrellamenti con la scorta armata Repubblicana, dalla quale veniva accompagnato fino alla foiba dove procedeva al pericoloso lavoro.
Egli venne quindi trasferito, con un altro cognome, in una località’ dell`Italia centro meridionale, dove la vendetta degli slavi non avrebbe potuto raggiungerlo.
Così venne dimenticata la grandiosa figura del Maresciallo Harzarich, che il 22 settembre 1973 morì esule a Merano.
Sul Monumento ai Martiri delle Foibe di Pagnacco sono state apposte tre targhe di ricordo.
La prima posta sulla parte anteriore recita: “Ai nostri fratelli giuliani, istriani, fiumani e dalmati morti nelle foibe nel mare per testimoniare l’italianità delle loro terre il Comune di Pagnacco Agosto 2012“.
Quella posizionata sul lato dice: “Agli eroici Vigili del Fuoco del 41° Corpo di Pola: maresciallo Arnaldo Harzarich capo squadra ed ai suoi valorosi commilitoni per la loro preziosa opera di recupero, a rischio della vita, delle vittime delle foibe per una loro cristiana sepoltura la nipote Sara Harzarich Pesle – Agosto 2012“.
La terza targa dedicatoria, posta sul retro, accenna alla famiglia Costantino Tonutti, che ha donato il masso su cui si erge la scultura in ferro.
Dalla foiba di Vines furono estratte 84 salme.
I particolari dell’esplorazione di quella foiba sono contenuti in una deposizione, corredata da fotografie, dal Maresciallo Harzarich rilasciata a Pola ai servizi anglo-americani nell’estate del ’45. I relativi materiali si trovano oggi nell’archivio dell’Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione del Friuli-Venezia Giulia. Riportiamo di seguito il resoconto della deposizione citata, pubblicata da “Foibe ed esodo”, Speciale della Rivista semestrale dell’Istituto Regionale per la Cultura Istriana di Trieste, Anno II – Inverno 1997 – Primavera 1998.
A Vines, il recupero di salme inizia il 6 ottobre 1943 su denuncia di tale “Monti , di Albona”, secondo cui qui “vi sarebbero dei cadaveri”. Con Harzarich giungono da Pola 5 vigili del fuoco, il procuratore di stato, un medico, 2 giudici o cancellieri del tribunale, il fotografo Sivilotti, una scorta armata di 25 uomini forniti dalla P.S. di Pola per tema di attacchi da parte di partigiani, e alcuni parenti di scomparsi.
La squadra si avvale di una “biga formata da pali fissi all’estremità superiore e aperti a quella inferiore a mo’ di piramide”, e “un paranco da VV.FF. con doppia carrucola”: una per l’operatore, l’altra di riserva.
Terminata l’impalcatura, Harzarich scende e “alla profondità di 66 metri
sopra un piano fortemente inclinato, trova alcuni indumenti di vestiario maschili e femminili e due salme che vengono immediatamente portate alla luce”. È presente pure il direttore delle Miniere Carbonifere dell’ARSA, “che riconosce i due per: Stossi Bruno, di Giovanni, di anni 39, elettricista da Pola, operaio nelle miniere dell’ARSA, e Chersi Mario, fu Andrea, capo Operaio nelle miniere dell’ARSA, da Albona”.
Il giorno successivo “il riconoscimento delle salme viene confermato dai familiari accorsi”. I due hanno i polsi “legati con filo di acciaio stretto da pinze” e “i corpi fissati, spalla contro spalla, da un cavo d’acciaio” di circa 20 centimetri, dello spessore di 5/6 mm. I lavori vengono sospesi con il buio.
Foibe di Vines.
I parenti si piegano, premendosi un fazzoletto sul naso. Cercano sulle salme in decomposizione un segno di riconoscimento di un proprio caro nel colore dei capelli, nella dentatura, nei vestiti, in una vecchia cicatrice.
Il 17 ottobre, con materiale e personale messo a disposizione dalla direzione delle miniere, si costruisce un’impalcatura più idonea e Harzarich scende a 146 metri per trovare un secondo piano che “è pieno di cadaveri”. Viene però recuperato un solo corpo, perché, “per la improvvisa partenza della scorta armata, si devono sospendere i lavori”. Il direttore riconosce trattarsi di un suo dipendente.
Il 18 ottobre altre 12 salme sono alla superficie. Il 19 ottobre si registra il “recupero di altre 14 salme”,
Il 23 ottobre i lavori vengono ripresi “per interessamento dell’Ecc. Radossi, vescovo di Pola ed a richiesta insistente di molti familiari di scomparsi” e impegnano Harzarich e tre vigili del fuoco. La scorta è data da “30 marinai tedeschi al comando di un ufficiale. È presente, oltre alla regolamentare autorità giudiziaria” il vescovo di Pola.
Fra le 12 salme recuperate vi sono quelle di due donne “che vengono riconosciute per Cnappi-Battelli Maria, fu Giovanni, di anni 42, ostetrica a S. Domenica di Albona” la cui uccisione sarebbe motivata “secondo le voci circolanti ad Albona dall’assistenza ad un parto di donna slava che ebbe il bambino morto”. “Anch’essa fu prelevata – prosegue il rapporto – dagli armati di Tito nei giorni che seguirono l’8 settembre 43, dalla propria abitazione”.
Un giorno vengono estratte 18 salme di cui “l’interrogato ricorda il riconoscimento di Rocco Isacco, fu Antonio, di anni 51, da San Lorenzo del Pasenatico”, persona che “pur avendo ricoperto la carica di segretario politico a San Lorenzo, era benvoluto e stimato per la sua onestà e soprattutto per il suo alto senso di italianità.” Era inoltre “ammalato di tisi”.
Si arriva così all’ultima giornata, sempre in ottobre, in cui “con due discese vengono estratte le ultime 25 salme.
Terminano così le estrazioni “con i seguenti dati finali: giorni di lavoro n. 8; discese effettuate n. 9; salme di vittime estratte n. 84. Fra queste 3 donne, 1 giovane di 18 anni e 12 militari germanici”.
Nel capitolo “Varie” si rileva che tutte le salme estratte “hanno i polsi fissati da filo di ferro arrugginito del diametro di mm. 2 circa” che, dichiara l’interrogato “è sempre stato stretto (fino a spezzare il polso) con pinza o tenaglia.
Molte salme erano accoppiate mediante legatura, sempre da filo di ferro, nei due avambracci”. (ad una sola veniva sparato un colpo)
Nella parte Sud, a circa 4 metri dall’orlo, vi è “un foro cilindrico delle dimensioni di 30 cm. diam. per 10/15 di profondità che fa pensare a “al piazzamento di un’arma per far fuoco sugli uccisi. In seguito una donna partigiana di Barbana della quale l’interrogato non ricorda il nome” ha detto trattarsi di “un foro in cui veniva inserita una piastra di rame di stazione radio che serviva perla trasmissione delle cronache delle uccisioni” ad opera di “una donna di circa 25 anni, in divisa, che dava la cronaca degli avvenimenti in fonia usando la lingua russa”. A questo punto l’estensore del rapporto rileva “Notizie da prendersi con riserva fino alla conferma da altra fonte”. Infine “alcune salme colpite da arma da fuoco con penetrazione dei proiettili in vari sensi e tracce di proiettili schiacciate nelle pareti delle foibe a profondità diverse (non oltre i 30 metri) fanno pensare che i partigiani appostati sugli orli della foiba si divertissero a sparare dietro ai precipitati”.
Causa di morte nelle foibe.
(Studio medico-legale eseguito da R. Nicolini e U. Villasanta su centoventuno infoibati, recuperati nel dopoguerra, sotto l’egida dell’Istituto di medicina legale dell’Università di Pisa. Direttore F. Domenici).
“… La mortis causa può essere stata:
1) proiettili d’arma da fuoco, di solito sparati al cranio;
2) precipitazione dall’alto con gli effetti che ne derivano: fratture multiple, commozione, shock traumatico grave, embolia, ecc.;
3) trauma da corpo contundente (bastone, calcio di fucile, bottiglie, ecc.) o acuminato con conseguente fratture;
4) questi diversi momenti variamente combinati, sia come cause sovrapposte, sia come concorrenti.
L’effetto, cioè la morte, non deve essere stato necessariamente immediato: è ammissibile anche che, nonostante ferite e traumi, la morte sia avvenuta a distanza di tempo o per sete o per fame ” .
Qualcosa di simile è accaduto nel libano del sud il 16-18 settembre 1982 a Sabra e Shatila:
























