27) L’esodo
Arrigo Petacco
(Castelnuovo Magra, La Spezia, 1929) vive a Portovenere.
Carlo Salinari (Montescaglioso, 17 ottobre 1919 – Roma, 1977) è stato un critico letterario italiano. Salinari fu docente universitario presso l’Università di Milano e Roma, partecipò attivamente alla resistenza, guadagnandosi due medaglie d’argento, e fu militante nel Partito comunista. Nel 1954 fondò con Trombadori la rivista “Il Contemporaneo” e presto si allontanò dall’estetica crociana per avvicinarsi a quella marxista. Nel 1956 interpreta la critica del Partito Comunista Italiano contro il libro Ragazzi di vita di Pasolini, che parlava della prostituzione maschile[1]. Convinto assertore del neorealismo scrisse in proposito numerosi saggi e articoli che verranno raccolti in parte, nel 1960, nei volumi La questione del realismo e, nel 1967, in Preludio e fine del realismo in Italia. Studioso del decadentismo, compì numerosi studi su D’Annunzio, Pascoli, Fogazzaro e Pirandello.scrisse numerose opere tra le quali Miti e coscienza del decadentismo italiano (1960), Storia popolare della letteratura italiana (1962) e validi commenti come quello al Decamerone di Boccaccio (1963), a Boccaccio, a Manzoni, a Pirandello.
Invito il lettore a proseguire la lettura ascoltando questa canzone di Sergio Endrigo : non tutti sanno che questo grande cantante era profugo da Pola https://www.youtube.com/watch?v=u93OzZ2gVXs
Il terrore finì ufficialmente il 9 giugno ’45 , quando Tito e il generale Alexander tracciarono la linea di demarcazione “Morgan”, che ancora oggi definisce sostanzialmente il confine orientale d’Italia.
In realtà le uccisioni continuarono, in numero minore, fino al ’47 e oltre, soprattutto nella parte dell’Istria più vicina al confine e sottoposta all’amministrazione provvisoria jugoslava.
A Pola, occupata dagli anglo americani , tutti erano convinti che la città sarebbe rimasta italiana : ad un certo punto fu chiaro che non sarebbe stato così
Alla conferenza di Parigi, già nell’estate 1946 apparve chiaro che il compromesso avrebbe consegnato l’Istria e Pola alla Jugoslavia, Gorizia e Monfalcone all’Italia, mentre Trieste con una fascia di territorio limitrofo sarebbe divenuta Stato indipendente. La popolazione a Pola restò incredula e divisa tra pessimisti, per i quali ormai tutto era perduto, e ottimisti, che non vedevano come, dopo due anni di tutela anglo-americana, la città potesse essere di nuovo abbandonata agli jugoslavi. Il 26 luglio 1946 il CLN di Pola raccolse 9 496 dichiarazioni familiari scritte, per conto di complessivi 28 058 abitanti su un totale di circa 31 000, di voler abbandonare Pola qualora venisse assegnata alla Jugoslavia. Le firme del CLN di Pola furono citate da De Gasperi nel suo discorso al Palazzo di Lussemburgo a Parigi.
29 marzo 1965: lettera del Presidente del Consiglio dei Ministri, Aldo Moro, indirizzata alla Fameia Capodistria, in risposta ai timori che gli erano stati fatti presenti rispetto al continuo cedimento italiano alle pressioni di Tito affinché la Zona B venisse ceduta alla Jugoslavia. Dieci anni dopo, nell’ottobre 1975, solo un mese prima di firmare l’Accordo di Osimo, e sempre nella veste di capo del Governo, analoghe false assicurazioni erano giunte per lettera al Presidente dell’Unione degli Istriani di allora, Lino Sardos Albertini.
Con il trattato di Parigi Pola perdeva definitivamente la sua italianità e i polesani si preparavano all’esodo.
Il 12 luglio, il “Comitato Esodo di Pola” cominciò la raccolta delle dichiarazioni dei cittadini che intendevano lasciare la città nel caso di una sua cessione alla Jugoslavia; il 28 luglio furono diffusi i dati: su 31.700 polesani, 28.058 avevano scelto l’esilio. Pur essendo da considerarsi queste dichiarazioni prevalentemente come un tentativo di pressione sugli Alleati a sostegno della richiesta di plebiscito, cionondimeno esse avevano assunto un significato più profondo: L’esodo si era trasformato nella maggior parte della popolazione da reazione istintiva in fatto concreto, che acquistava via via uno spessore organizzativo e iniziava a incidere sulla vita quotidiana degli abitanti.
L’art. 14 del trattato di Parigi stabilisce che al 10 giugno 1946 i cittadini italiani diventeranno cittadini jugoslavi, e che coloro la cui lingua usuale è l’italiano possono optare per la conservazione della cittadinanza italiana entro un anno.
I profughi optanti per l’Italia e per l’abbandono delle loro case possono portare con sé solo cinquemila lire.
Il 12 Luglio , il ” Comitato dell’Esodo di Pola” cominciò la raccolta delle dichiarazioni dei cittadini che intendevano lasciare la città nel caso di una sua cessione alla Jugoslavia; il 28 Luglio furono diffusi i dati: sui 31.700 polesani, 28.058 avevano scelto l’esilio.
“L’Arena di Pola” del 4 luglio 1946.
“20000 cittadini di Pola hanno chiesto finora di lasciare la città in caso di occupazione jugoslava”
Da quella volta non l’ho rivista più, cosa sarà della mia città.
…………..
Come vorrei essere un albero, che sa dove nasce e dove morirà.
“1947”
I profughi saranno circa 350.000
Furono rimpatriati prevalentemente da Pola a bordo della Nave “Toscana”
L’imbarco dei profughi sul Piroscafo “Toscana”: A Destra la Signora Sauro con il comandante. Anche la bara di Nazario Sauro, avvolta nel tricolore, lascerà Pola a bordo della motonave Toscana, in direzione Venezia, seguendo la sorte di migliaia di esuli. Riposa nel Tempio votivo (famedio) del Lido di Venezia, dedicato a tutti i Caduti della Grande Guerra.
La proposta dell’istituzione del Giorno del Ricordo, presentata dall’on. Roberto Menia (nella foto), trovò un consenso quasi unanime. Ci si divise però sulla data: il centrodestra aveva subito proposto il 10 febbraio; il centrosinistra aveva replicato con il 20 marzo, giorno della partenza dell’ultimo convoglio di profughi italiani da Pola. Fu il sen. Servello (ex Msi) a illustrare le ragioni della scelta del centrodestra: il 10 febbraio era «il giorno del Trattato di Parigi che impose all’Italia la mutilazione delle terre adriatiche». Menia citava il numero dell’11 febbraio 1947 del giornale Il grido dell’Istria: «Finis Histriae: 10 febbraio. L’Istria non è più Italia”.
In un articolo sulla Stampa del 4-9-21 Giovanni De Luna scrisse polemicamente: “ Non le foibe bisognava ricordare il 10 febbraio, ma l’«infame diktat di Parigi”. In realtà nessuna delle due date era direttamente legata alle foibe, ma entrambe ricordavano quella tragedia, e potevano ber essere il Giorno del Ricordo.
(Francamente non saprei indicare una data più adatta. E.B.)
Partigiani italiani dell’Associazione Partigiani Italiani (A.P.I.) di Pola trasportano la salma di Nazario Sauro presso la propria sede, dove è stata allestita una camera ardente (1 febbraio 1947). L’esumazione e la traslazione della salma di Nazario Sauro dal cimitero militare di Pola venne eseguita dall’Associazione Partigiani Italiani (A.P.I.) di Pola, costituitasi nell’ottobre 1946, il cui segretario provinciale, Dino Leonardo Benussi, condusse personalmente le operazioni effettuate nottetempo e con continua scorta armata, per evitare che gli jugoslavi potessero impedirne lo svolgimento.
L’Associazione Partigiani Italiani si formò a Trieste, Gorizia e Pola in seguito al distacco di alcuni membri dall’Associazione Partigiani Giuliani, dichiaratamente filojugoslava e promotrice dell’annessione dell’intera Venezia Giulia alla Jugoslavia. L’A.P.I., allora affiliato all’A.N.P.I. unitario nazionale, si costituì quindi per differenziarsi marcatamente dall’A.P.G. e per contribuire alla battaglia per l’italianità dell’Istria, di Gorizia e Trieste.
Insieme alla salma di Nazario Sauro, vennero riesumate anche le spoglie del volontario polesano Giovanni Grion, ufficiale dei bersaglieri caduto sull’altopiano di Asiago il 16 giugno 1916, e di sua madre, nonché le ceneri del guardiamarina Sergio Fasulo e del marinaio radiotelegrafista Garibaldi Trolis, periti al largo di Pola nell’affondamento del sommergibile F14. Le cinque salme furono collocate presso una camera ardente allestita all’interno della sede dell’A.P.I. di Pola, e vegliate per un mese da una guardia d’onore di giovani partigiani.
Il 7 marzo 1947 la bara di Nazario Sauro, avvolta nel tricolore, lasciò Pola a bordo della motonave Toscana in direzione di Venezia, seguendo la sorte di migliaia di esuli. Sul Toscana, i cinque feretri furono sistemati sul cassero circondati da corone di fiori. Ultimate le operazioni di imbarco, la nave iniziò la manovra di disormeggio: forte si udì, per tutta Pola, il suono della sirena. Ma quella sirena fu molto più di un semplice fischio che annuncia la partenza di una nave dal porto: rappresentò l’ultimo, triste e malinconico addio di Nazario Sauro alla città italiana di Pola, ormai deserta e invasa di tristezza e dolore. Fuori dal porto l’attendevano unità militari alleate che faranno da scorta a Nazario Sauro fino al limitare di Venezia. La motonave giunse a Venezia la mattina del giorno successivo. Le salme sarebbero state poi trasferite al Lido di Venezia e tumulate nel Tempio Votivo, dedicato a tutti i seicentomila Caduti della Grande Guerra. Alla cerimonia parteciparono numerosi cittadini, autorità militari, politiche e religiose, associazioni d’arma e partigiane, rappresentanze di gran parte dei Comuni del Veneto e della Venezia Giulia. Presiedette il Ministro della Difesa Luigi Gasparotto.
Le salme furono trasportate, verso la loro ultima “dimora” da gruppi misti di marinai, marò del reggimento San Marco, avieri e alpini.
il cippo dedicato a Nazario Sauro nel Cimitero della Marina di Pola. L’esule Enzo Piro da numerosi anni, di sua iniziativa, si prende cura della manutenzione del cippo in memoria dell’eroe capodistriano
Dal 9 marzo 1947, Nazario Sauro riposa nel Tempio Votivo (Famedio) nel Lido di Venezia, vicino allo molo di sbarco dei traghetti: la sua tomba è rivolta verso il mare Adriatico e l’Istria, la terra italiana per cui visse, lottò e morì.
Egea Haffner, la “bambina con la valigia” che a cinque anni lasciò Pola insieme con la madre diventando uno dei simboli dell’esodo giuliano dalmata.
Foto di Indro Montanelli negli anni 50
” ESULI DELL’ISTRIA, FIUME E DALMAZIA” Articolo di Indro Montanelli pubblicato sul Corriere della Sera del 28 novembre 1954
«HANNO PERSO TUTTO NON CHIEDONO NULLA»
«La serietà, la dignità, le generosità di questi italiani esemplari non servano di pretesto per dimenticarli; essi devono essere accolti con tutti gli onori nella collettività nazionale».
«Bella gente, la più bella d’Italia, la più educata, la più dignitosa. Ridotti a vivere in dieci o dodici in una stanza, riescono a farlo in un ordine e pulizia esemplari, cercando lavoro e senza mai lamentarsi»
«L’importante che a Roma ci si renda conto dell’urgenza e della gravità della situazione istriana […]. I duecentomila istriani che diventeranno presto duecentocinquantamila o trecentomila. Ricordiamoci che essi sono il meglio della Nazione, la quale di tasca loro ha saldato i suoi debiti (di guerra)».
Un bel servizio di Mieli , RAI la grande storia: https://www.facebook.com/UnioneIstriani/videos/1801324979911922/
2022 Interessante conferenza sull’Esodo del Prof. Enrico Miletto , nella sede dell’ANPI di Cadoneghe
magazzino 18 – https://www.youtube.com/watch?v=H0bE-0g1gMs
Siamo partiti in un giorno di pioggia cacciati via dalla nostra terra
che un tempo si chiamava Italia
e uscì sconfitta dalla guerra
Hanno scambiato le nostre radici
con un futuro di scarpe strette
e mi ricordo faceva freddo
l’inverno del ’47
E per le strade un canto di morte come di mille martelli impazziti
le nostre vite imballate alla meglioi nostri cuori ammutoliti
Siamo saliti sulla nave bianca
come l’inizio di un’avventura
con una goccia di speranza
dicevi “non aver paura”
E mi ricordo di un uomo gigante della sua immensa tenerezza
capace di sbriciolare montagne
a lui bastava una carezza
Ma la sua forza, la forza di un padre
giorno per giorno si consumava fermo davanti alla finestra
fissava un punto nel vuoto diceva Ahhah come si fa
a morire di malinconia
per una terra che non è più mia
Ahhah che male fa
aver lasciato il mio cuore
dall’altra parte del mare
Sono venuto a cercare mio padre in una specie di cimitero
tra masserizie abbandonate
e mille facce in bianco e nero
Tracce di gente spazzata via
da un uragano del destino
quel che rimane di un esodo
ora riposa in questo magazzino siamo scesi dalla nave biancai bambini, le donne e gli anziani
ci chiamavano fascisti
eravamo solo italiani
Italiani dimenticati
come una pagina strappata
dal grande libro della storia Ahhah come si fa
a morire di malinconia
per una vita che non è più mia
Ahhah che male fa
se ancora cerco il mio cuore
dall’altra parte del mare
Quando domani in viaggio
arriverai sul mio paese
carezzami ti prego il campanile
la chiesa, la mia casetta
Fermati un momentino, soltanto un momento
sopra le tombe
del vecchio cimitero
e digli ai morti, digli ti prego
che non dimentichiamo




























